Zona rossa, controlli gialli

da | Mar 13, 2021 | Cronaca

Giorni difficili a Napoli, la pandemia incalza e soprattutto i più giovani non rispettano le regole

De Magistris l’ha definita “incomprensibile”. E in effetti l’ultima ordinanza di De Luca si presta a qualche critica. Chiudere le piazze e i lungomari, a Napoli soprattutto, non è semplice. Anche perché dal punto di vista pratico occorrerebbero tempi lunghi e mezzi economici che il Comune non possiede. L’ordinanza, sotto questo aspetto, è apparsa, nelle indicazioni, molto simile alle raccomandazioni contenute nei famosi dpcm di Conte. Un auspicio più che una norma.
Tra l’altro lo stesso De Luca, anche in tempi recenti, ha sottolineato come le disposizioni restrittive non hanno alcun senso se mancano i controlli e lui stesso ha sottolineato come i controlli, almeno in Campania, siano insufficienti. In realtà in questi giorni almeno a Napoli di forze dell’ordine in azione se ne sono viste ben poche. Si ha netta la sensazione che non ci sia una mobilitazione come l’emergenza richiederebbe. Insomma ordinaria amministrazione, soprattutto nelle zone più “calde”. Certo il piano collimante con l’avvio della zona rossa prevedeva controlli a tappeto per le autocertificazioni e posti di blocco. Ma il cittadino ha chiara la percezione che tutto questo è avvenuto secondo ritmi normali, diciamo come se la zona fosse gialla e non rossa. I lamenti di De Luca non hanno insomma sortito effetti.
Ma quel che si è visto in città ha provocato non poche perplessità. C’è una gran parte della popolazione che sta vivendo questa terza ondata con rassegnazione e pazienza, nella speranza che il vaccino distribuito nelle dosi sufficienti possa provocare la definitiva inversione di tendenza. E c’è invece un’altra parte, formata prevalentemente da giovani, che risulta del tutto insofferente. E nonostante le chiusure si moltiplicano gli assembramenti. Di esempi potremmo citarne a decine, ma ci soffermiamo su due casi emblematici, che dimostrano come sia difficile puntare ad un lockdown risolutivo in mancanza di una incisiva opera di repressione.

Lo spiazzo antistante il Palazzo di Giustizia (e qui si raggiunge il paradosso) al Centro Direzionale, ogni sera al primo calar delle tenebre si trasforma in un campo di calcio. È certamente uno spiazzo invitante, favorito anche dalla conformazione rettangolare. I “calciatori” sono sempre gli stessi, evidentemente ragazzini che lì vivono. Ci si chiede: ma come è possibile che in quel posto non intervengano le forze dell’ordine che pure dovrebbero presidiarlo? È possibile che nessuno prenda l’iniziativa di allertarle? Ed è possibile che i genitori di quei ragazzi non comprendano che i loro figli senza mascherine e a contatto diretto con gli altri ragazzi possono infettarsi e diventare così veri e propri untori per le loro stesse famiglie?
Analoghi interrogativi pongono gli assembramenti che ogni pomeriggio si verificano in via Salvator Rosa negli spiazzi che fanno da cornice alla stazione della metro, nel tratto ascendente che porta poi a piazza Leonardo. Qui gli assembramenti sono di due tipi: nella parte superiore si radunano una trentina di ragazzini, prevalentemente dediti al gioco del pallone. Nella parte inferiore invece i protagonisti diventano ragazzi più “adulti”, diciamo di età superiore ai venti anni, che fumano (che cosa?) e parlano uno addossato all’altro senza alcuna protezione. Ed anche in questo caso mai nessun controllo. Gli utenti della metro passano con circospezione, affrettano il passo e non protestano. Potrebbe essere pericoloso.
Questo è il quadro che è però estensibile in varie altre zone. Il Centro storico, ad esempio, è una grande area in cui si vede di tutto. Ed è inutile aggiungere che nei quartieri più esposti la mascherina è davvero un optional. E ci sono persino segnalazioni in cui esercizi pubblici risultano aperti, nonostante i divieti. In queste condizioni sperare in un effetto concreto delle misure restrittive è una pia illusione.

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EDITORIALE

L’arte di evadere le regole

di Alessandro Migliaccio

Quando nel 2010 ho pubblicato il mio secondo libro (anche se il primo era solo una raccolta di poesie giovanili) intitolato “Paradossopoli. Napoli e l’arte di evadere le regole”, nutrivo una ferma speranza che qualcosa sarebbe cambiato. Che i napoletani avrebbero, prima o poi, avuto uno sbalzo di dignità e che si sarebbero in qualche modo presi una rivincita nei confronti di quanti, troppo facilmente, puntano il dito contro di loro.

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