Tempo di lettura: 2 minuti

A Napoli la ricorrenza consiste nel visitare i defunti al cimitero, imbandire la tavola e mettere alcune pietanze sul davanzale

Il culto dei morti è uno dei momenti più toccanti del nostro vissuto; emozioni che anche artisti e poeti hanno espresso con immense opere teatrali e letterarie. Ricordiamo Totò e la magistrale ’A livella, una prosa che invita a meditare e a riconoscere che, di fronte alla morte, il ceto sociale si livella rendendoci tutti uguali:
“… Muorto sì tu e muorto sò pure io; ognuno comme à n’ ato è tale e quale”, mentre la poesia di Eduardo De Filippo che in S’è araputa ’a fenesta stamattina immagina la morte come una dolce nonnina che entra dalla finestra e parlando ci accompagna, prendendoci per mano, alla fine del nostro viaggio.

A Napoli e, in genere, in tutto il Sud, nonostante l’imperversare di sciocche repliche americane, la ricorrenza è un modo di perpetuare la tradizione che vuole, nella forma più semplice, visitare i morti nel cimitero, e, in quella più fedele al nostro passato, per quanto desueta, nella notte del 1° novembre, imbandire la tavola o mettere dinanzi al davanzale, con un cero acceso, un bicchiere di vino, uno di acqua, del pane e pezzetti di baccalà, per i cari estinti che visiteranno, dopo la mezzanotte, le dimore e gli affetti che hanno lasciato, portando, ove presenti, dolcetti e frutta secca, ai piccoli di casa. I morti però, lungi dal ritornare nell’aldilà, tenevano compagnia ai loro cari per tutte le festività natalizie, tanto che, in alcuni paesini, il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonio Abate, in qualche grotta, le “figurine” delle anime purganti, che prendevano il posto della Natività, erano piazzate nell’atto di passaggio di un ponte, simbolo di collegamento tra il mondo dei vivi e quello dell’oltretomba. Il tutto poi veniva tolto il 2 febbraio, alla Candelora, giorno della presentazione di Gesù al tempio che prevede, oggi come allora, la benedizione e la distribuzione delle candele accese, simbolo di Gesù, luce del mondo. A Napoli poi c’e’ anche la tenera tradizione legata al cimitero delle Fontanelle, nel quartiere della Sanità, un ex ossario di 3.000 mq dove si svolgeva il rito delle “anime pezzentelle” che prevedeva l’adozione e la cura da parte di un napoletano di un cranio di un’anima abbandonata (detta appunto capuzzella) in cambio di protezione. Non mancano neanche i rituali enogastronomici come quello del “torrone dei morti” di nocciole tostate e cioccolato, legato, secondo la tradizione, alle offerte ai propri defunti, con la forma e il colore dei torroni che ricordano le sagome delle bare, i classici “tavuti”. Non perdiamo occasione però per ricordare i nostri eroi, tutti i briganti morti per difendere la nostra Patria e scacciare l’invasore piemontese. Un pensiero a Giuseppe Villella, a tutti i briganti i cui resti violati ed ignobilmente in mostra al Museo Lombroso, rappresentano i trofei di piemontesi ed italiani, nella farsa criminogena di dimostrare l’inferiorità del meridionale; a tutti i nostri avi che combatterono contro l’usurpazione, l’invasione, gli stupri, gli assassinii.
Il 2 novembre noi preghiamo anche per Voi, anime belle e combatteremo affinché il giorno della memoria venga riconosciuto anche dai nostri carnefici.