Le parole del ministro Spadafora dopo l’approvazione da parte del Cts del protocollo preparato dalla Figc, accettato con una serie di modifiche che ne hanno tuttavia alleggerito la rigorosità, sono state un passo avanti deciso, non decisivo, perché il calcio possa rivedere la luce in fondo ad un tunnel non ancora del tutto attraversato. La decisione odierna del Consiglio Federale che sull’onda delle buone notizie di lunedì ha “espresso la volontà di riavviare e completare le competizioni nazionali professionistiche fissando nel 20 agosto la data ultima di chiusura delle competizioni di A,B e C” , ha dato ulteriore peso e valenza alle parole del ministro che aveva concluso dicendo: “Sono stato dipinto come il nemico del calcio, una cosa che prima mi dava fastidio, mentre ora mi fa sorridere”. 

La strada privilegiata per il calcio

Va detto che il parere positivo dato dal Cts al nuovo protocollo Figc è limitato alla ripresa degli allenamenti di gruppo e non a quella agonistica per la quale sarà necessario un nuovo protocollo di sicurezza sul come organizzare le trasferte, la permanenza in hotel e i rientri in sede e tuttavia l’apertura di Spadafora, fino a qualche giorno fa ritenuta quasi impossibile anche da molti media, mi fa porre degli interrogativi sulla circostanza se siano stati realmente scienziati e ministro a porsi trasversalmente al mondo del calcio o, piuttosto, non sia stato proprio il sistema calcio, inizialmente, a comportarsi in modo arrogante e presuntuoso in molte sue componenti pretendendo una data certa di ripartenza mentre tra gli stessi presidenti non c’era accordo sul se e come ripartire visto il dilagare del Coronavirus. Diciamolo senza timore: è stato il calcio a pretendere una strada “privilegiata” facendosi forte degli interessi economici che smuove e questo fatto ha sicuramente indispettito il ministro e anche il presidente del Coni, Giovanni Malagò, che si sono sentiti scavalcati, per non dire ignorati, nelle loro competenze da un sistema che evidentemente riteneva di poter decidere da solo o quasi.  Sono stati bravi Gabriele Gravina e lo stesso presidente della Lega di A, Paolo Dal Pino, pur subendo pressioni di diversa natura da più parti, a evitare per tempo una rottura insanabile e cercare di ricucire con toni molto più soft di tanti presidenti il grande strappo che stava maturando. E questo deve mettere in guardia il numero uno della Federcalcio sulle capacità, l’intelligenza, la preparazione e la lungimiranza di molti numeri uno delle società, sempre pronti a colpirlo alle spalle o, come è stato fatto, a scavalcarlo per andare a “trattare” in modo molto scorretto direttamente con politici amici…

Gli interessi economici

E questo rappresenta, purtroppo, l’inequivocabile segnale negativo di un mondo diviso da interessi prevalentemente economici in troppe camere stagne, assai diverse tra loro e per niente compatto per portare un discorso unitario che tenesse conto in primo luogo della funzione sociale del calcio come sport e non solo della serie A. La decisione del Consiglio Federale di voler concludere i tornei di A, B e C, se ci saranno tutte le condizioni di sicurezza, se da un lato vuole dare un’immagine unita del calcio professionistico, dall’altro rischia di cristallizzare un sistema che non può più sopportare 100 società professionistiche dopo lo tsunami Covid-19 ed ha bisogno di una revisione profonda degli stessi format. E non vogliamo pensare che Gravina abbia messo da parte questa necessità non più differibile per il rilancio del sistema professionistico barattandola con una “pace” temporanea.

Non credo neanche siano state casuali le parole di Spadafora che ha sottolineato come “È giusto in un momento in cui gli italiani hanno condizioni di ripartenza più leggere che anche il mondo del calcio e dello sport abbiano la possibilità di riprendere in sicurezza”. E mi chiedo perché ancora questo distinguo netto che il ministro ha fatto tra il calcio e il resto dello sport. Mi auguro che Spadafora, se Gravina o i presidenti delle tre leghe professionistiche non hanno pensato sin dall’ inizio ad un comune punto d’incontro per salvare tutto il calcio e non solo la serie A o gli altri campionati professionistici, si sia invece reso conto che fermando il massimo campionato avrebbe dovuto fermare, per chissà quanti mesi ancora, tutte le altre sue componenti, dall’attività di base con le scuole calcio e i vari tornei giovanili, provinciali e regionali, a quella dilettantistica dalla III categoria alla serie D, con ripercussioni e danni impressionanti sull’economia ma da scenari apocalittici sul piano sociale. Perché il calcio, checché ne dicano i suoi detrattori o quel che realmente pensano molti presidenti, è il vero motore di un sentimento generale che nasce dalla passione e dal divertimento di milioni di ragazzini e adolescenti per pochi dei quali, i più bravi e fortunati, può diventare lavoro, ma per gli altri rappresenta un motivo di formazione e sviluppo della personalità al pari di quello che gli altri sport meno ricchi o la stessa scuola si pongono come obiettivo. E nel distinguo fatto da Spadafora nella sua “apertura” al calcio di serie A mi sembra di cogliere la “necessità” di farlo per il futuro dello sport non solo di vertice ma di quello di base.

Ed è questo aspetto che ci induce a credere che nelle parole del Ministro ci sia  la reale volontà che tutto possa riprendere per tornare ad una normalità “diversa” anche nel calcio. Non solo quello milionario ma anche quello di tantissimi giovani che si ritrovano settimanalmente su campi anche polverosi, cullando un sogno alimentato da una passione pura. Quella passione che, ci credano o meno disfattisti, qualunquisti e moralisti del piffero, sabato scorso, come per magia, è riapparsa nelle gare della Bundesliga dove i giocatori, dapprima esitanti e forse anche timorosi, poi, sempre più presi dalla voglia agonistica, l’hanno tirata fuori con tutta la gioia della gioventù di chi ricomincia a vivere per divertirsi e divertire, anche senza la presenza fisica dei tifosi. Cos’altro ha rappresentato la corsa a fine gara, sotto la curva vuota, dei giocatori del Borussia Dortmund?

Per questo siamo fiduciosi nell’incontro programmato da Spadafora per il prossimo 28 maggio con Gravina, Dal Pino e tutte le componenti del calcio. E sarebbe bello se in quell’occasione si sfiorasse anche l’argomento sul come e quando far tornare i tifosi sugli spalti, chiedendo alle componenti federali un protocollo di sicurezza rispettoso di distanze e capienze per ridare voce al tifo, si spera più civile e maturo dopo la tragedia vissuta, e soprattutto più vita allo spettacolo calcio. Perché passione e divertimento sono la forza e il vero segreto del calcio, più degli stessi milioni che fattura. E perché, Covid-19 permettendo, non ce lo possono negare né i politici né gli scienziati.