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Gli eroi della guerra di Troia: da Achille ed Ettore a Ulisse ed Enea

La guerra di Troia non è racchiusa in un solo poema. L’Iliade racconta alcune settimane del decimo anno di assedio: si apre con l’ira di Achille e termina con i funerali di Ettore. Il rapimento di Elena, la morte del più forte guerriero acheo, il cavallo di legno e la distruzione della città appartengono invece all’Odissea, ai poemi perduti del ciclo troiano e alle opere di autori successivi.

Attorno al conflitto si raccolse una generazione di sovrani, guerrieri e semidei destinati a diventare modelli universali. Nel mondo antico l’eroe non era necessariamente giusto o generoso: era un individuo fuori dal comune, capace di imprese straordinarie e dominato da passioni smisurate. Achille, Ettore, Ulisse, Aiace, Diomede, Agamennone, Menelao, Nestore, Patroclo, Paride ed Enea incarnano modi diversi di affrontare la guerra, la gloria e la morte.

Achille, il guerriero della gloria

Achille è il più formidabile tra gli Achei. Figlio del re Peleo e della dea marina Teti, possiede qualità quasi sovrumane, pur restando mortale. La celebre immersione nello Stige, che avrebbe lasciato vulnerabile soltanto il tallone, non compare nell’Iliade e appartiene a tradizioni molto più tarde.

Nel poema conosce la sorte che lo attende: può tornare in patria e vivere a lungo senza fama oppure morire giovane a Troia, consegnando il proprio nome alla memoria. Quando Agamennone gli sottrae Briseide, interpreta il gesto come un’offesa al proprio prestigio e abbandona il campo.

Rientra in battaglia dopo la morte di Patroclo, uccide Ettore e ne oltraggia il corpo. La furia si placa davanti a Priamo, giunto a chiedere la restituzione del figlio. Nel dolore del vecchio re Achille riconosce quello del proprio padre e recupera, per un momento, l’umanità cancellata dalla vendetta.

Ettore, il difensore di Troia

Ettore, primogenito di Priamo ed Ecuba, è il principale difensore della città. Marito di Andromaca e padre del piccolo Astianatte, combatte pur intuendo che la sconfitta potrebbe essere inevitabile.

Nell’incontro presso le porte Scee, Andromaca lo supplica di non tornare sul campo: ha già perduto padre e fratelli e teme di restare anche senza marito. Ettore comprende il suo dolore, ma non riesce a sottrarsi al proprio dovere.

Quando Astianatte si spaventa davanti all’elmo, il guerriero depone l’armatura e prende il bambino tra le braccia. Nel duello finale tenta dapprima di fuggire da Achille, poi Atena lo inganna assumendo l’aspetto del fratello Deifobo. Rimasto solo, affronta il nemico e muore davanti alle mura che aveva difeso.

Agamennone, il comandante degli Achei

Agamennone, re di Micene e fratello di Menelao, guida la spedizione grazie alla propria ricchezza, al prestigio politico e al numero delle navi poste sotto il suo comando. La sua autorità, tuttavia, non basta a governare sovrani gelosi dell’onore personale.

Costretto a restituire Criseide al padre per porre fine alla pestilenza inviata da Apollo, pretende Briseide come compensazione. Il gesto difende il suo rango, ma provoca il ritiro di Achille e mette in pericolo l’intero esercito.

Dopo la caduta di Troia torna vincitore a Micene, dove Clitennestra ed Egisto lo assassinano nel palazzo. Sulla sua fine pesa anche il sacrificio della figlia Ifigenia, compiuto prima della partenza per ottenere venti favorevoli. La conquista della città nemica non gli garantisce dunque la salvezza nella propria casa.

Menelao, il marito di Elena

Menelao, re di Sparta, è l’uomo direttamente offeso dalla partenza di Elena con Paride. Le fonti antiche parlano, secondo le diverse versioni, di rapimento, seduzione o fuga volontaria.

Nell’Iliade affronta Paride in un duello destinato a concludere la guerra. Il sovrano spartano prevale e trascina l’avversario per l’elmo, ma Afrodite spezza il cinturino e porta il principe al sicuro. La tregua viene poco dopo violata e gli eserciti tornano a combattere.

Sebbene il conflitto sia scoppiato in suo nome, Menelao rimane spesso in secondo piano rispetto ad altri capi achei. Sopravvive però alla distruzione della città e, dopo un lungo viaggio, rientra a Sparta con Elena. Nell’Odissea i due appaiono ancora insieme, circondati da ricchezze e segnati dal ricordo del passato.

Nestore, il custode della memoria

Nestore, re di Pilo, è il più anziano tra i comandanti achei. Non possiede più l’energia della giovinezza, ma conserva l’esperienza accumulata durante una vita eccezionalmente lunga. Nelle assemblee suggerisce strategie e richiama i guerrieri alla prudenza.

Quando Agamennone e Achille entrano in conflitto, rimprovera entrambi: invita il comandante a non sottrarre Briseide e il guerriero a rispettare l’autorità del re. Le sue parole rimangono inascoltate, segno che la saggezza non sempre riesce a dominare l’orgoglio.

Nestore contribuisce anche al piano che porta Patroclo a indossare l’armatura di Achille. Dopo la guerra torna a Pilo senza affrontare le peregrinazioni di molti compagni. Nell’Odissea, Telemaco lo incontra mentre cerca notizie del padre: il vecchio sovrano è ormai il custode di un mondo scomparso.

Ulisse, l’eroe dell’intelligenza

Ulisse, re di Itaca, si distingue per la capacità di comprendere gli uomini e trovare una soluzione quando la forza non basta. Nell’Iliade combatte, interviene nelle assemblee, ristabilisce l’ordine tra i soldati e partecipa all’ambasceria inviata ad Achille.

La sua fama è legata soprattutto agli episodi successivi al poema. Insieme a Diomede sottrae ai Troiani il Palladio, la statua sacra dalla quale dipenderebbe la protezione della città. Gli viene inoltre attribuita l’ideazione del cavallo di legno, lo stratagemma che consente agli Achei di penetrare entro le mura.

Il successo ha un costo altissimo: il ritorno a Itaca dura altri dieci anni ed è segnato da naufragi, mostri e perdite. L’ingegno che ha deciso la guerra dovrà ora ricondurlo da Penelope e Telemaco.

Aiace, il guerriero dell’onore

Aiace Telamonio, re di Salamina, è secondo soltanto ad Achille per forza e valore. Omero lo descrive come un combattente imponente, protetto da uno scudo simile a una torre. Durante l’assenza del Pelide difende le navi greche e affronta Ettore in un duello interrotto dalla notte.

I due avversari si separano scambiandosi doni: Ettore offre una spada e Aiace una cintura. Entrambi gli oggetti torneranno nelle loro morti. Achille userà la cintura per legare al carro il corpo del principe troiano, mentre Aiace si ucciderà con la lama ricevuta.

Dopo la morte di Achille, le sue armi vengono assegnate a Ulisse. Aiace vive la decisione come un’umiliazione intollerabile. Accecato da Atena, crede di vendicarsi sui comandanti greci e massacra invece un gregge. Tornato lucido, non riesce a convivere con la vergogna. La sua fine rivela il lato distruttivo dell’onore eroico.

Diomede, il guerriero che ferì gli dèi

Diomede, re di Argo, occupa nell’Iliade un ruolo molto più importante di quanto suggerisca la sua fama moderna. Protetto da Atena, attraversa il campo con un’audacia che sembra annullare la distanza tra uomini e divinità.

Ferisce Afrodite mentre tenta di salvare Enea e colpisce perfino Ares, costringendo il dio della guerra a ritirarsi sull’Olimpo. Può affrontare gli immortali perché Atena gli permette di distinguerli dai mortali e combatte al suo fianco.

Insieme a Ulisse partecipa anche a una spedizione notturna nel campo troiano. I due catturano la spia Dolone, uccidono il re tracio Reso e si impadroniscono dei suoi cavalli. L’astuzia dell’uno e la forza dell’altro formano una delle coppie più efficaci dell’esercito acheo.

Patroclo, l’uomo che cambiò la guerra

Patroclo non possiede la forza di Achille né l’autorità di Agamennone, ma la sua morte modifica il corso dell’intera Iliade. Legato ad Achille da un rapporto profondo, assiste all’avanzata troiana provocata dal ritiro dell’amico.

Quando i nemici raggiungono le navi, chiede di indossarne l’armatura. La sua apparizione dovrebbe convincere i Troiani che Achille è tornato e costringerli alla ritirata.

Il piano inizialmente riesce, ma Patroclo, trascinato dal successo, insegue gli avversari fino alle mura. Apollo lo colpisce alle spalle, Euforbo lo ferisce ed Ettore gli infligge il colpo mortale. La sua caduta spinge Achille a riprendere le armi e prepara la morte del principe troiano.

Paride, il principe che provocò la guerra

Paride, figlio di Priamo ed Ecuba, è il principe al quale la tradizione attribuisce l’origine remota del conflitto. Chiamato a scegliere la più bella tra Era, Atena e Afrodite, assegna la vittoria a quest’ultima, che gli ha promesso l’amore di Elena.

Nell’Iliade appare molto diverso dal fratello Ettore. Predilige l’arco, evita spesso il combattimento ravvicinato e viene più volte rimproverato per la propria esitazione. Nel duello con Menelao viene sconfitto e salvato soltanto da Afrodite.

Le narrazioni successive gli attribuiscono la morte di Achille, colpito da una freccia guidata da Apollo. Il particolare del tallone vulnerabile appartiene però alle versioni tarde. Paride resta una figura ambigua: ha provocato la guerra senza possedere la statura necessaria a dominarla.

Enea, l’eroe destinato a sopravvivere

Enea, figlio del mortale Anchise e della dea Afrodite, appartiene a un ramo della famiglia reale troiana. Nell’Iliade combatte tra i principali difensori della città e viene salvato più volte dagli dèi. Afrodite lo sottrae all’attacco di Diomede, mentre Poseidone interviene quando rischia di essere ucciso da Achille.

Il dio del mare dichiara che la stirpe di Enea è destinata a sopravvivere. Virgilio svilupperà questa profezia nell’Eneide, trasformando il principe nel profugo che fugge dalla città in fiamme portando il padre Anchise sulle spalle e conducendo il figlio Ascanio verso una nuova patria.

La sua grandezza risiede nella capacità di accettare la perdita e assumersi la responsabilità del futuro. Dalla rovina di Troia dovrà nascere una nuova storia.

Una guerra senza veri vincitori

Ogni eroe incarna una diversa forma di grandezza. Achille cerca la fama, Ettore difende la patria, Ulisse ricorre all’ingegno, Aiace protegge l’onore, Diomede osa affrontare gli dèi, Nestore custodisce l’esperienza ed Enea porta con sé la possibilità di un nuovo inizio.

Nessuna qualità assicura la salvezza. Patroclo muore, Troia cade, Ulisse impiega dieci anni per rivedere Itaca e Agamennone viene assassinato al ritorno.

Gli Achei scoprono così di avere perduto quasi quanto i Troiani. La città è distrutta, i suoi difensori muoiono o fuggono e molti vincitori non raggiungono la patria. Restano i racconti: non una vita senza fine, ma nomi capaci di attraversare i secoli.