Molto prima che la commedia diventasse una forma di intrattenimento moderno, Greci e Romani avevano scoperto nel riso uno strumento formidabile per osservare la società. Sul palcoscenico potevano finire politici, filosofi, padri autoritari, giovani innamorati, schiavi astuti e soldati vanagloriosi. Le maschere deformavano la realtà e, proprio attraverso quella deformazione, ne rendevano più visibili le contraddizioni.
Aristofane portò in scena l’Atene del V secolo a.C., segnata dalla guerra del Peloponneso e dalle tensioni della democrazia. Menandro, circa un secolo dopo, spostò l’attenzione dalla vita politica alle famiglie, agli amori e ai conflitti quotidiani. Plauto raccolse soprattutto l’eredità della Commedia Nuova greca e la adattò agli spettatori romani, accentuandone il ritmo, la musica, gli equivoci e la comicità verbale.
I tre autori appartengono a epoche e società differenti, ma condividono la capacità di cogliere un tratto destinato a non invecchiare: gli uomini diventano particolarmente comici quando l’ambizione, il denaro, l’amore o l’orgoglio impediscono loro di vedere la realtà per quella che è.
Aristofane, la città trasformata in commedia
Aristofane visse nell’Atene della seconda metà del V secolo a.C., durante uno dei periodi più drammatici della storia della polis. La lunga guerra contro Sparta consumava uomini e risorse, mentre assemblee, tribunali e vita politica erano attraversati da scontri sempre più accesi.
Le sue opere appartengono alla cosiddetta Commedia Antica, una forma teatrale caratterizzata da una straordinaria libertà satirica. Personaggi pubblici riconoscibili potevano essere nominati e attaccati direttamente davanti agli spettatori. Il teatro diventava così uno spazio nel quale la città rideva di se stessa.
Nelle Nuvole, Aristofane prende di mira Socrate, rappresentato come maestro di ragionamenti sofisticati capaci di far apparire giusta anche una causa ingiusta. Il personaggio teatrale non coincide con il Socrate storico: concentra piuttosto paure e diffidenze diffuse verso i nuovi metodi educativi, la retorica e le trasformazioni culturali dell’Atene contemporanea.
Nei Cavalieri il bersaglio è invece Cleone, uno dei politici più influenti del tempo. Aristofane lo trasforma in un demagogo volgare e aggressivo, pronto a conquistare il favore popolare attraverso l’adulazione.
La satira non osserva quindi la politica da lontano. Entra nel cuore stesso della vita democratica e ne porta sul palco rivalità, debolezze e deformazioni.
Quando la guerra diventa assurda
Il conflitto con Sparta attraversa alcune delle commedie più celebri di Aristofane. La guerra non viene raccontata attraverso battaglie eroiche, ma osservata dalla prospettiva di chi ne sopporta ogni giorno le conseguenze.
Negli Acarnesi, Diceopoli, stanco di un conflitto interminabile, conclude per conto proprio una pace con Sparta. L’idea è volutamente impossibile: mentre la città continua a combattere, un singolo cittadino decide di sottrarsi alla guerra e ricominciare a vivere.
Nella Pace, Trigeo raggiunge il cielo cavalcando un gigantesco scarabeo stercorario. Vuole chiedere agli dèi perché abbiano abbandonato i Greci alla violenza e scopre che la dea Pace è stata imprigionata. L’assurdità della situazione permette di rappresentare una società ormai esausta.
La Lisistrata costruisce il rovesciamento più famoso. Le donne di diverse città greche si accordano per rifiutare i rapporti sessuali ai mariti finché Ateniesi e Spartani non porranno fine alle ostilità. Coloro che non partecipano formalmente alla vita politica diventano così gli artefici della pace.
Aristofane non propone un pacifismo nel significato moderno del termine. Usa il paradosso per rendere nuovamente visibile ciò che l’abitudine alla guerra rischiava di trasformare in normalità.
Uccelli, dèi e poeti nell’universo di Aristofane
La libertà della Commedia Antica consente ad Aristofane di superare continuamente i confini della realtà. Animali parlanti, divinità ridicolizzate, viaggi nell’oltretomba e città costruite nel cielo convivono con riferimenti immediatamente riconoscibili alla vita ateniese.
Negli Uccelli, due uomini abbandonano Atene e convincono gli uccelli a fondare una città sospesa tra la terra e l’Olimpo. Nubicuculia nasce come fuga dai problemi della società umana, ma finisce per sviluppare nuove gerarchie e ambizioni.
Nelle Rane, Dioniso scende invece nell’Ade per riportare tra i vivi un grande poeta tragico. Là assiste alla disputa tra Eschilo ed Euripide, chiamati a confrontarsi sul valore della propria poesia e sulla funzione che il teatro dovrebbe svolgere nella comunità.
La comicità può così passare dalla satira politica alla critica letteraria senza perdere energia. Al centro rimane sempre Atene: la città reale oppure quella immaginata, criticata e capovolta dalla fantasia.
Menandro e la nascita di un’altra commedia
Quando Menandro iniziò a scrivere, alla fine del IV secolo a.C., il panorama era profondamente cambiato. La grande stagione della democrazia ateniese apparteneva ormai al passato e, dopo le conquiste di Alessandro Magno, il Mediterraneo orientale era entrato nell’età ellenistica.
Anche la commedia modificò il proprio sguardo.
Menandro è il maggiore rappresentante della Commedia Nuova. Nelle sue opere scompaiono quasi completamente gli attacchi personali contro politici contemporanei e le grandi fantasie collettive tipiche di Aristofane. La scena si riempie invece di giovani innamorati, padri severi, cortigiane, schiavi, vicini e famiglie divise da incomprensioni.
La polis non sparisce, ma smette di essere la protagonista. Sono le relazioni private a generare il conflitto.
Questo cambiamento avrà conseguenze enormi. Attraverso Menandro e gli altri autori ellenistici nascerà un repertorio di situazioni e personaggi destinato a passare nel teatro romano e, molti secoli più tardi, nella commedia europea.
Il Misantropo e l’uomo che voleva vivere solo
Il Dyskolos, generalmente tradotto come Il misantropo, è l’unica commedia di Menandro conservata in forma quasi completa.
Il protagonista Cnemone vive in campagna e cerca di evitare qualsiasi rapporto con gli altri. Sua figlia attira però l’attenzione del giovane Sostrato, che desidera sposarla e deve trovare un modo per superare l’ostilità del padre.
La svolta arriva quando Cnemone cade in un pozzo. L’uomo che aveva costruito la propria vita sul rifiuto degli altri può salvarsi soltanto grazie al loro intervento.
Menandro non ricorre alle invenzioni fantastiche di Aristofane. Gli basta spingere un carattere fino al punto in cui le sue contraddizioni diventano evidenti. Cnemone non viene sconfitto da un avversario: è la realtà a dimostrargli che nessuno può vivere completamente isolato.
La risata si sposta così dalla piazza alla casa, dalla politica al comportamento individuale.
Amori, famiglie e identità nascoste
Le trame della Commedia Nuova utilizzano spesso meccanismi destinati a diventare familiari agli spettatori di ogni epoca.
Giovani innamorati incontrano l’opposizione dei genitori; bambini abbandonati vengono riconosciuti attraverso oggetti conservati dalla nascita; identità sconosciute emergono al momento decisivo; matrimoni apparentemente impossibili diventano realizzabili dopo una rivelazione.
La comicità nasce dall’informazione incompleta. Ogni personaggio agisce sulla base di ciò che crede di sapere, mentre il pubblico può conoscere una parte della verità che gli uomini sulla scena ignorano.
Anche gli schiavi acquistano importanza. La loro posizione sociale rimane subordinata, ma nell’intreccio possono dimostrare lucidità, iniziativa e una capacità di comprendere gli eventi superiore a quella dei padroni.
Sarà soprattutto il teatro romano a sviluppare fino alle estreme conseguenze questa possibilità.
Plauto, dalla Grecia alle piazze di Roma
Tito Maccio Plauto visse tra il III e il II secolo a.C., mentre Roma ampliava rapidamente il proprio dominio nel Mediterraneo.
Le sue commedie appartengono alla fabula palliata, il genere latino di ambientazione greca. Nomi, luoghi e costumi rimandano spesso all’universo ellenico, ma gli spettacoli sono pensati per gli spettatori romani.
Plauto utilizza trame tratte dalla Commedia Nuova e le modifica con grande libertà. Amplifica i giochi linguistici, moltiplica le parti cantate, accelera gli equivoci e concede enorme spazio ai personaggi capaci di dominare il palcoscenico.
Il rapporto con i modelli greci non si riduce quindi alla traduzione. Plauto smonta, ricompone e trasforma ciò che riceve, imprimendogli una vitalità immediatamente riconoscibile.
Lo schiavo che diventa regista
La figura più caratteristica del teatro plautino è forse il servus callidus, lo schiavo astuto.
Nella società romana deve obbedire al padrone. Sulla scena conosce invece i segreti, inventa stratagemmi, distribuisce false informazioni e manipola uomini apparentemente più potenti.
Nel Pseudolus, lo schiavo protagonista promette di aiutare il giovane padrone a liberare la donna amata e costruisce un piano fondato su menzogne, travestimenti e inganni.
Non si limita a partecipare all’azione: la organizza. Decide chi dovrà fingere, chi dovrà credere e quale informazione debba essere nascosta. Per questo il servus callidus assomiglia quasi a un regista interno alla commedia.
La gerarchia sociale rimane formalmente intatta, ma per la durata dello spettacolo viene capovolta. L’uomo privo di libertà diventa quello che controlla meglio gli altri.
Sosia e il terrore di non essere più se stessi
Nell’Amphitruo, Plauto utilizza un episodio mitologico per costruire una delle più celebri commedie degli equivoci.
Giove assume l’aspetto del comandante Anfitrione per unirsi ad Alcmena, mentre Mercurio prende le sembianze dello schiavo Sosia.
Quando il vero Sosia ritorna alla casa del padrone, incontra davanti alla porta qualcuno identico a lui. Mercurio conosce informazioni sufficienti per convincerlo di essere il vero Sosia e il servo finisce per dubitare della propria identità.
La scena è comica perché nasce da un’impossibilità, ma contiene anche qualcosa di inquietante. Essere certi di chi si è non basta più quando un altro possiede lo stesso volto e riesce a imporre la propria versione dei fatti.
La fortuna dell’episodio è testimoniata dalla lingua stessa: ancora oggi chiamiamo “sosia” una persona straordinariamente somigliante a un’altra.
Euclione, l’uomo posseduto dall’oro
Nell’Aulularia, Euclione trova una pentola piena d’oro. Il tesoro che dovrebbe migliorargli l’esistenza diventa immediatamente la causa della sua infelicità.
Da quel momento sospetta di chiunque. Ogni visita può nascondere un furto, ogni parola sembra alludere alla pentola e perfino i gesti innocenti acquistano ai suoi occhi un significato minaccioso.
Plauto costruisce la comicità lasciando che l’ossessione deformi progressivamente la percezione del protagonista. Euclione custodisce il denaro con tale paura da non riuscire più a godere del fatto di possederlo.
La conclusione originale della commedia non si è conservata integralmente, ma il personaggio ha avuto una fortuna straordinaria. Molti secoli dopo, l’avaro terrorizzato dall’idea di perdere i propri beni tornerà in numerose opere della tradizione europea, tra cui quelle di Molière.
Pirgopolinice, il soldato innamorato di se stesso
Nel Miles gloriosus, Plauto porta sulla scena il soldato fanfarone, destinato a diventare uno dei tipi più longevi della commedia occidentale.
Pirgopolinice è persuaso di essere invincibile in guerra e irresistibile con le donne. Le sue imprese esistono soprattutto nei racconti con cui celebra continuamente se stesso.
Gli altri personaggi comprendono subito la sua debolezza. Non occorre affrontarlo: basta adularlo e offrirgli una versione della realtà che soddisfi la sua vanità.
Lo spettatore conosce fin dall’inizio la distanza tra ciò che il soldato crede di essere e ciò che realmente appare. Ogni nuova vanteria aumenta quindi l’attesa della caduta.
Il miles gloriosus continuerà a vivere nel teatro rinascimentale, nella commedia dell’arte e in molte figure moderne costruite intorno allo stesso difetto: un’autostima enorme sostenuta da capacità molto più modeste.
Commedia: dalla polis alla casa, dalla casa alla scena romana
Aristofane, Menandro e Plauto rappresentano tre momenti distinti dell’evoluzione della commedia antica.
Aristofane guarda alla polis. Guerre, politici, filosofi e decisioni collettive vengono trascinati sul palco e deformati attraverso la satira.
Menandro restringe l’orizzonte alla vita privata. Famiglie, matrimoni, differenze sociali e caratteri individuali diventano la materia principale dell’intreccio.
Plauto eredita soprattutto questa seconda tradizione e la sottopone a una nuova trasformazione. Le trame acquistano velocità, la parola diventa spettacolo e figure subordinate come lo schiavo astuto possono conquistare il centro della scena.
Non si tratta di una semplice successione nella quale un modello sostituisce l’altro. Cambiano le società e cambia ciò che il pubblico vuole riconoscere sul palcoscenico. La commedia conserva però la capacità di cogliere il punto in cui un individuo o una comunità smettono di vedere chiaramente se stessi.
Commedia: tre maestri, una debolezza che non invecchia
Aristofane ridicolizza una città convinta di poter governare conflitti che le stanno sfuggendo di mano. Menandro osserva uomini intrappolati nel proprio carattere. Plauto affida la scena ad avari, impostori, innamorati e soldati troppo sicuri di sé per accorgersi di essere manipolati.
La risata nasce spesso dalla distanza tra l’immagine che i personaggi costruiscono di se stessi e ciò che gli spettatori vedono.
È qui che i tre autori, nonostante i secoli che li separano, tornano a incontrarsi. Le istituzioni dell’Atene classica sono scomparse, il mondo ellenistico appartiene alla storia e la Roma di Plauto è lontanissima dalla società contemporanea. L’orgoglio, l’avidità, l’innamoramento, la paura di perdere ciò che si possiede e il bisogno di apparire migliori di quanto si sia, invece, sono rimasti sorprendentemente riconoscibili.
Aristofane, Menandro e Plauto trasformarono queste fragilità in teatro. Dopo più di duemila anni, le loro maschere continuano a funzionare perché, dietro volti antichi e situazioni lontane, mostrano qualcosa che appartiene ancora agli spettatori.
