È finita come si sapeva il matrimonio di pura convenienza, niente di più, tra la Juventus e Sarri. Lo sapevano entrambi, con la convinzione, tutta di Sarri, che l’amore potesse sbocciare con il tempo. Non è stato così, non poteva esserlo. Perché Sarri non era stato scelto da Agnelli ma da Paratici e Nedved con l’avallo nascosto di Ronaldo che non apprezzava il calcio sparagnino e attendista di Allegri. Perché Sarri tutto poteva diventare tranne che un allenatore “stile Juventus” con i suoi modi, il suo voler essere diverso ed imporre il proprio modo di pensare anche quando diceva: “Sarei un fesso se non fossi io ad adeguarmi al valore e alle caratteristiche dei giocatori che alleno”. Compromessi, necessari alla vita di un allenatore “normale” non per Sarri che tutto può definirsi tranne che un allenatore “normale”.
Chi viene dal basso, dopo anni di gavetta e di studio, di vittorie ma anche e soprattutto di delusioni cocenti per continuare a essere se stesso, non ci rinuncia d’un colpo soprattutto se ha i “coglioni” e il “cervello” che pensa da solo. Cose che, vi posso assicurare, nel calcio di vertice mancano a molti parvenu che “fingono” di essere allenatori solo per “tirare a campare” a suon di molti euro, senza fregarsene dei risultati.
Forse, l’errore di Sarri più grave di Sarri è stato proprio questo. Pur sapendo di non avere quasi nulla in comune con la Juve che gli avrebbero consegnata, ha voluto cogliere il frutto di fatiche trentennali, non tutte remunerate, con un contratto triennale da 6 milioni a stagione. Un bel colpo, un gran colpo, per chi a 61 anni inizia inevitabilmente a pensare a un “dopo” e che mai, fino a 5 anni or sono, avrebbe immaginato che la sorte e la “bravura”, riconosciutagli da pochi, lo avrebbero portato a contratti a sei zero.
Il Sarri “pasionario“, amante del calcio e innamorato delle sue idee sul gioco più bello del mondo, a nostro sommesso avviso, con la Juve ha abdicato scientemente da se stesso in nome del “vil denaro”. Una scelta ponderata, un rischio calcolato. Ma fino a un certo punto. Lui, infatti, si sarà detto: “Lo scudetto dovrei vincerlo perché la rosa è di gran lunga la più forte, se arrivo in finale di Champions, dopo aver vinto l’Europa League con il Chelsea, potrò incidere di più nelle scelte societarie future”. Ha fatto male i conti, almeno quelli tecnici, perché lo scudetto, arrivato puntuale in una stagione difficilissima e costellata da incertezze e incomprensioni tecniche e tattiche, non è bastato per concedergli un’altra chance. Che sarebbe stata doverosa. Voglio restare convinto che con un sussulto di orgoglio e di passione non aspetterà i soldi che la “Vecchia Signora” gli dovrà dare per altre due stagioni e che presto lo rivederemo in panchina a Firenze, tra i “maledetti toscani”, o magari a Roma, sponda giallorossa, con gli americani a fargli da tutor, per rilanciare due club storici. Da Comandante, che a Torino non ha potuto comandare, a “sceriffo” con l’amata sigaretta, nuovamente intera tra le labbra, e la “sua” pistola, la bocca, pronta di nuovo a… sparare. Anche contro i “Gobbi”, nuovamente nemici da battere. Come prima, più di prima.
