Home Cultura Pompei e l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.: storia di una città...

Pompei e l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.: storia di una città interrotta

Nel 79 d.C. Pompei non era una città in declino. Era un centro vitale dell’Italia romana, pienamente integrato nell’Impero. L’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. la colpì nel momento della sua rinascita dopo il terremoto del 62, interrompendo in meno di ventiquattro ore una quotidianità fatta di cantieri, botteghe e vita civile. Già colonia romana con il nome di Colonia Cornelia Veneria Pompeianorum dopo la conquista sillana dell’80 a.C., Pompei era pienamente integrata nel sistema politico e amministrativo romano. Templi, domus e botteghe mostravano ancora i segni dei restauri, impalcature e cantieri aperti testimoniavano una ricostruzione non ancora conclusa. Il commercio aveva subito un rallentamento, ma la vita era ripresa.

Nessuno poteva immaginare che nel giro di ventiquattro ore tutto si sarebbe fermato per sempre. L’eruzione avvenne nel primo anno del regno di Tito, succeduto a Vespasiano nell’estate del 79 d.C. L’Impero romano attraversava una fase di stabilità dopo le tensioni dell’anno dei quattro imperatori (69 d.C.), e la Campania rappresentava una delle regioni più prospere e romanizzate della penisola.

La mattina in cui il cielo si fece nero

Nei giorni precedenti si erano avvertite scosse di terremoto. In Campania non era un fatto eccezionale, e probabilmente non destò particolare allarme. Poi, nella tarda mattinata del 24 ottobre del 79 d.C. — data oggi ritenuta più attendibile rispetto al tradizionale 24 agosto grazie a recenti scoperte archeologiche — il Vesuvio esplose. La data del 24 agosto, tramandata da alcune copie medievali delle lettere di Plinio il Giovane, è oggi oggetto di revisione.

Plinio il Giovane, testimone oculare da Miseno, descrisse una nube che si innalzava dalla sommità del vulcano con la forma di un pino marittimo. Il racconto è contenuto nelle lettere  indirizzate allo storico Tacito, che costituiscono la principale fonte letteraria sull’evento. Intorno alle 13 un boato segnò la rottura del tappo di magma solidificato che ostruiva il cratere. Iniziò una fase eruttiva di tipo pliniano: una pioggia continua di pomici, lapilli e cenere si abbatté su Pompei. La colonna eruttiva raggiunse probabilmente un’altezza compresa tra i 20 e i 30 chilometri, disperdendo materiali su un’area vastissima della Campania.

Dalla cenere alle nubi ardenti

In circa cinque ore il materiale vulcanico raggiunse l’altezza di un metro. I tetti iniziarono a cedere sotto il peso crescente dei depositi. Durante la notte la caduta di materiali proseguì senza sosta. All’alba del giorno successivo lo spessore superava i due metri. Ma non fu il peso delle pomici a distruggere definitivamente la città: a cambiare la natura dell’eruzione furono le nubi ardenti che si staccarono dal Vesuvio all’alba del 25 ottobre. Dopo la fase pliniana, caratterizzata dalla colonna eruttiva verticale e dalla ricaduta di pomici, l’eruzione entrò in una fase diversa. La colonna di cenere collassò su se stessa e generò correnti piroclastiche al suolo, più dense e devastanti, capaci di avanzare a grande velocità lungo le pendici del vulcano.

I flussi piroclastici e la morte della città

Eruzione del Vesuvio del 79 d.C

Intorno alle 6 del mattino del 25 ottobre il primo flusso piroclastico — una nube rovente di gas, cenere e frammenti vulcanici — raggiunse le mura settentrionali della città. Ne seguirono altri intorno alle 7 e poi uno, più potente, verso le 8. Furono questi flussi, rapidissimi e ad altissima temperatura, a provocare la morte della maggior parte dei superstiti. Nelle fasi iniziali molte vittime furono probabilmente causate dal crollo dei tetti sotto il peso delle pomici e dall’asfissia dovuta all’accumulo di cenere; solo nelle ore successive i flussi piroclastici completarono la distruzione. Diversa fu la sorte di Ercolano, dove l’impatto termico dei flussi — con temperature stimate tra i 300 e i 500 gradi — provocò una morte quasi istantanea

Alle 10 del mattino l’intensità dell’eruzione iniziò ad attenuarsi, ma la pioggia di cenere continuò per altri quattro giorni. Alla fine Pompei risultò sepolta sotto circa sei metri di cenere e lapilli. Affioravano soltanto le parti più alte degli edifici e frammenti di colonne spezzate. La città era scomparsa. Nei decenni successivi si registrarono tentativi sporadici di recupero di oggetti e materiali dalle strutture sepolte, come dimostrano cunicoli antichi e tracce di scavo individuate dagli archeologi. Tuttavia Pompei non venne mai ricostruita e l’area cadde progressivamente nell’oblio.

Le vittime rinvenute a Pompei sono poco più di 1.100, ma il numero reale resta incerto. Le stime oscillano tra 1.500 e 2.000 morti, a fronte di una popolazione che gli studiosi collocano probabilmente tra i 10.000 e i 20.000 abitanti. Una parte consistente della popolazione riuscì dunque a fuggire nelle prime fasi dell’eruzione.

Una città sorpresa nella vita quotidiana

La forza straordinaria di Pompei sta nel fatto che l’eruzione ne ha cristallizzato la quotidianità. Non fu distrutta in battaglia, non fu abbandonata lentamente: fu interrotta. La città scomparve in una mattinata qualunque, mentre i suoi abitanti erano intenti alle occupazioni di sempre. La popolazione era composta da un mosaico di ceti: aristocratici locali, mercanti, liberti arricchiti, artigiani e una significativa presenza servile. Le iscrizioni elettorali dipinte sui muri — i cosiddetti programmata — testimoniano una vivace partecipazione alla vita civica e alle competizioni municipali.

In un termopolio recentemente scavato — una sorta di tavola calda dell’epoca — sono state rinvenute tracce di cibi ancora nei recipienti. Nei dolia incassati nel bancone erano conservati alimenti pronti per il prandium, il pasto consumato fuori casa. Le analisi hanno individuato resti di carne, legumi e vino, segno di un’alimentazione varia e diffusa anche tra i ceti medi urbani. A Pompei se ne contavano circa ottanta. Lo “street food” non era un’invenzione moderna: la diffusione dei termopoli testimonia un’abitudine urbana consolidata al consumo di pasti fuori casa, soprattutto tra artigiani e lavoratori. Il pane era alimento centrale. In città esistevano circa trentaquattro panifici, con forni a legna, macine in pietra e banchi di vendita. In alcuni sono state ritrovate pagnotte carbonizzate; in una è ancora visibile l’impronta del pollice del fornaio.

La giornata iniziava presto, scandita dalla luce solare. L’acqua non era sempre disponibile nelle case e molti si recavano alle fontane pubbliche per lavarsi e bere. Le terme, separate per uomini e donne, erano non solo luoghi di igiene ma anche spazi di socialità e discussione. Ambienti finemente decorati, spogliatoi e sale per la cura del corpo raccontano un’idea della città come spazio condiviso.

Ville, domus e luoghi sacri

Subito fuori dalle mura settentrionali sorgeva la Villa dei Misteri, complesso suburbano con affaccio panoramico sul mare. Risalente al II secolo a.C. e ristrutturata tra gli anni 80 e 70 a.C., ospita il celebre ciclo di affreschi con riti misterici in onore di Dioniso e Arianna. Il ciclo pittorico, attribuito al secondo stile pompeiano e databile tra il 70 e il 60 a.C., rappresenta uno dei vertici della pittura romana di età repubblicana. Accanto agli ambienti residenziali era presente un quartiere produttivo dedicato alla vinificazione, segno di un’economia agricola integrata.

Tra le domus più antiche spicca la Casa del Chirurgo, del III secolo a.C., così chiamata per il ritrovamento di strumenti medici — sonde e bisturi — che testimoniano un livello sorprendente di specializzazione professionale. La denominazione è convenzionale e non consente di identificare con certezza il proprietario, ma il corredo di strumenti rivela una competenza medica di notevole raffinatezza per l’epoca.

Le strutture sacre, costruite tra il III e il II secolo a.C. e ampliate dopo la conquista sillana, erano in gran parte in fase di restauro al momento dell’eruzione, ancora segnate dal terremoto del 62. Fuori dalle mura, lungo le vie di accesso alla città, si estendevano le necropoli, come quella di Porta Nocera, la più grande e importante, in conformità con le leggi romane che vietavano le sepolture entro il perimetro urbano.

Ercolano e Stabia: destini diversi

Eruzione del Vesuvio del 79 d.C

Non solo Pompei. Ercolano, città di villeggiatura per patrizi romani, fu investita da colate piroclastiche che la ricoprirono sotto una coltre di depositi vulcanici poi trasformatisi in pappamonte, una sorta di tufo tenero che ha consentito la conservazione di materiali organici. Non si trattò di lava in senso stretto, ma di flussi piroclastici che, raffreddandosi e consolidandosi, formarono una massa compatta. L’ambiente privo di ossigeno favorì la carbonizzazione e la straordinaria conservazione di prodotti come legno, tessuti e papiri.

Stabia, corrispondente all’area dell’attuale Castellammare, subì un impatto meno violento nella fase iniziale. Molti abitanti probabilmente riuscirono a fuggire. Sulla spiaggia di Stabia trovò la morte Plinio il Vecchio, comandante della flotta di Miseno, mentre tentava di soccorrere la popolazione. Le ville di Varano — Villa Arianna e Villa San Marco — restituiscono un’immagine di lusso e otium aristocratico, con decorazioni che spaziano dal secondo al quarto stile pittorico. Celebri la Flora e la Venditrice di amorini.

La riscoperta e la memoria

Gli scavi moderni iniziarono nel XVIII secolo per volontà della dinastia borbonica, desiderosa di accrescere il proprio prestigio culturale in Europa. Le prime indagini ebbero inizio a Ercolano nel 1738 e a Pompei nel 1748, inizialmente attraverso cunicoli sotterranei che privilegiavano il recupero di oggetti d’arte destinati alle collezioni reali. Le prime esplorazioni avvennero tramite cunicoli; solo dal Novecento si svilupparono indagini sistematiche a cielo aperto. Nel XIX secolo Giuseppe Fiorelli introdusse il metodo dei calchi in gesso, colando materiale liquido nelle cavità lasciate dai corpi decomposti nella cenere indurita: una tecnica che restituì le ultime posture delle vittime e cambiò profondamente l’approccio archeologico al sito.

Dal 1997 Pompei, Ercolano e Torre Annunziata sono patrimonio mondiale dell’UNESCO. Non sono solo siti archeologici: sono archivi della vita romana. Pompei non è soltanto una città distrutta. È una città fermata nel tempo. Le pagnotte nel forno, le anfore nei magazzini, i gioielli trovati accanto ai corpi, le ville in restauro, le strade ancora percorse dai carri raccontano non solo una catastrofe naturale, ma la fragilità di un mondo che si credeva stabile.

Il 24 ottobre del 79 d.C. non segnò soltanto la fine di una città. Sotto sei metri di cenere rimase imprigionata una giornata romana: il pane nel forno, i cantieri aperti, le botteghe in funzione. Quando Pompei riemerse, non restituì soltanto rovine, ma l’istante preciso in cui una città smise di vivere. Oggi milioni di visitatori attraversano quegli stessi vicoli, camminando sopra una tragedia che continua a parlare al presente.