La coltura fu introdotta nel 1627 principalmente nel Beneventano. La nostra era la regione più produttiva del Paese
“I meridionali non dovranno essere più in grado di intraprendere” proferì infaustamente, all’indomani dell’Unità d’Italia, nel 1861, Carlo Bombrini, proprietario dell’Ansaldo di Genova (diretta concorrente delle gloriose officine napoletane di Pietrarsa) e governatore della neo costituita Banca d’Italia (nata con il furto dell’oro del Regno due Sicilie). E così fu.
Dei tanti primati che, dalla Magna Grecia in poi, la nostra Terra si è pregiata, oggi ci vediamo costretti ad arrancare e ad affannarci per maligna volontà e acrimonia dei nostri “fratelli” d’Italia capaci di addossarci colpe di sprechi e incapacità quando è invece acclarato, e riportato (stranamente) anche da fonti istituzionali, il perpetuo scippo di fondi e risorse a noi destinati. Ultimo dei quali, dopo calcoli ancora più accurati, il dirottamento al Nord di altri 64,5 miliardi (ai quali si aggiungono gli 840 calcolati soltanto negli ultimi 10 anni).
Sono tante le storie di pilotati e dolorosi fallimenti delle nostre industrie, banche, partite iva, risorse, vite alle quali fare riferimento. Ma orgogliosamente preferisco oggi scrivere di una realtà che vive nonostante il boicottaggio dei governi europei e italiani: l’industria del tabacco in Campania.
La coltura del tabacco, nella nostra regione, fu introdotta nel 1627, sviluppandosi principalmente nel Beneventano per poi spostarsi nelle altre provincie, tanto da far diventare la Campania la regione più produttiva d’Italia grazie anche a studi “filogenetici” che diedero vita ad una pianta ibrida in grado di adattarsi al nostro territorio con condizioni climatiche diverse rispetto alla provenienza originaria di Santo Domingo, successivamente integrata con il tabacco orientale e poi con quello sub-tropicale.
Attualmente in Campania si producono in un anno 18 milioni di chilogrammi di tabacco (circa il 32% del tabacco greggio portato in lavorazione in Italia) il cui fatturato genera circa 50 milioni di euro, con 3.500 ettari di terreno coltivati da 1.300 aziende. Sono 8.000 lavoratori direttamente occupati e con l’indotto si arriva a quasi 20.000”.
La produzione maggiore si ha nelle province di Caserta e Benevento: in Terra di Lavoro ci sono 574 aziende, nel Sannio 543, 125 aziende ad Avellino, 51 a Napoli e 28 a Salerno dove, precisamente nel comune di Cava dei Tirreni, dal 1912 si produce tabacco per il famoso sigaro toscano.
Un pezzo importante della nostra economia che rischia di essere compromesso dal paventato aumento dell’accise in Italia e che scoraggerebbe i nostri principali clienti, spregiudicate multinazionali quali la Philip Morris e la Bat, ma che, nonostante le direttive comunitarie (che incentivano la riconversione dei terreni offrendo agli agricoltori numerosi finanziamenti), nonostante la possibile normativa di non aggiungere componenti aromatici (che invece hanno i nostri tabacchi), nonostante il rifiorire del florido mercato del contrabbando (che a Napoli “sostituisce” un pacchetto su quattro legali), questo mercato in Campania vive.
Una piccola gioia a metà: il tabagismo e le sue dannate complicanze, gli unici ostacoli alla soddisfazione di vedere girare l’economia nostrana grazie solo alla nostra bravura. Perché da noi ci sono abili imprenditori e non abili prenditori.
