Quelli sani di mente sanno perfettamente che tifare per una squadra di calcio comporta l’essere pronti a vivere una sorta di permanenza perpetua sulle montagne russe, dove esaltazione e paura si manifestano in alternanza più o meno regolare. Lo è a tutti i livelli, perfino a quelli più propri dei top team, quelli con palmares epici, i cui “bassi” sono dunque più dolorosi e clamorosi. Basti pensare allo stato d’animo del tifoso del Real che vede trionfare il Barça e viceversa, al PSG imbattibile in terra patria e che per vincere una Champions si è dovuto giocare in vent’anni il corrispettivo del PIL di un paese industrializzato o, per restare sullo stesso tema, alla Juve dei nove scudetti consecutivi che contemporaneamente ai trionfi interni prendeva paccate di concime fumante in faccia ogni volta che si intonava la musichetta solenne della massima competizione europea.
Perdere fa sempre male, perdere male fa sempre tragedia. Una brutta sconfitta col Toro è preoccupante, sei gol presi in un campo poco più che mediocre, trasmette una sensazione di catastrofe incombente più che quella di passo falso clamoroso. Si comincia a vedere quello scatto disordinato in ogni direzione di guastatori pronti ad approfittare del momento per tirare fuori il peggio di sé. Sull’allenatore siamo stanchi di ripeterci. In questo caso sottolineeremo solo, per inciso, che l’affermazione che i napoletani non vanno presi per il culo potrebbe generare un paradosso spazio/temporale essendo essa stessa una presa per il culo nei confronti dei napoletani. Ma dalle saittelle, oggi, è tutto uno schizzar fuori scomposto di profeti del senno di poi e di insoddisfatti in attesa di un sussulto di rilevanza (vedi Noa Lang, quello per cui “i tifosi pagano il biglietto allo stadio”, fino ad ora per vederlo non beccarne una nemmeno per pura ciorta).
La partita di ieri è stata imbarazzante, e come non avrebbe potuto esserlo un passivo di 6 gol? Quale occasione migliore per citare il buon Totti ed il suo “speravo de morì prima”? Come sempre niente analisi tattiche, ma qualche quesito lanciato nell’aere: Di Lorenzo che perde un metro ogni due di corsa nei confronti del diretto avversario riporta ad un vecchio tema: non sarebbe giunto il tempo di fare una riflessione sull’opportunità di far correre per 95 minuti ogni tre giorni un cristiano di 32 anni che gioca a tutto campo da almeno 10? Lucca non è un calciatore scarso, contrariamente a quanto farebbe sembrare lo sbraitare scomposto di gran parte del tifo. Il punto è che ha un clamoroso limite caratteriale che peraltro somatizza splendidamente con quella che in contesti accademici viene definita “faccia a peste”. Il fatto che non sorrida mai potrebbe non significare nulla e non dovrebbe mai essere motivo di scherno o di critica, ma il fatto che non sorrida mai, misto ad una propensione piuttosto lampante all’individualismo ed una notevole prosopopea che gli ha fatto ritenere che dare del rincoglionito all’arbitro in diretta mondiale, potesse essere confuso con un colpo in testa ricevuto solo nel multiverso, ne fanno invece uno che avrebbe assoluta necessità di due metaforici buffettoni ben assestati, magari al salto vista l’altitudine necessaria. De Bruyne è un vero fuoriclasse, irrinunciabile ed insostituibile, ma siamo certi che sia ancora uno intorno al quale costruire l’intero assetto tattico di una squadra per un intero anno? Probabilmente una onesta valutazione sul metodo di utilizzo dei suoi servigi potrebbe ridare la giusta proporzione agli ingredienti di primissima qualità a disposizione del nostro chef, magari per cominciare a cucinare qualcosa di buono già a partire dalla prossima partita… a proposito: con chi si gioca?
