Un pareggio, il distacco di 4 punti dalla vetta, l’amarezza ancora ben distribuita al palato di una partita assurda impattata contro una delle squadre più scarse del campionato appena 4 giorni fa, con un’altra performance arbitrale imbarazzante che dimostra, ancora una volta, l’inadeguatezza della classe dirigente delle ex giacchette nere. La colpa non è degli arbitri, ma di chi lavora per mettere continuamente in discussione il loro operato, inzeppando di regolette e cavilli interpretativi ogni situazione da giudicare. Il risultato è uno stato confusionale degno di un bombolone di pakistano nero… ammesso che esista ancora il pakistano nero e non sia un anacronismo da boomer.
Dunque, cosa cazzo ci sarebbe da festeggiare?
L’elenco è lungo:
- si festeggia l’abilità che va ben oltre il limite della prodezza, di essere riusciti ancora una volta a fare una ciambella perfettamente rotonda con uno stampo a forma di ortogirobicupola quadrata. Perfino il più pragmatico, lucido ed incapace di qualsivoglia forma di vittimismo come il nostro scozzese del cuore (suggerisco vivamente di pescare su Youtube la sua intervista con la sua quasi omonima Kate Scott per comprenderne l’incredibile attitudine umana) ha spiegato con le parole più semplici possibili cosa è significato questo pareggio in termini di abnegazione: provate a togliere all’Inter contemporaneamente Lautaro (Lukaku), Chalanoglu (De Bruyne), Barella (Anguissa), Mkhitaryan (Gilmour) e per metà delle partite giocate finora Bastoni (Rrahmani) e poi vediamo se l’Inter esce dal campo con un pareggio contro un avversario con un unico assente dalla formazione ideale, Dumfries, che non è esattamente Cafu.
- si festeggia una partita arbitrata come si deve, evento più unico che raro. Si è lasciato che lo scontro fisico facesse la sua parte, facendo finalmente intendere in maniera chiara quali siano i confini del tollerabile. Per gli amanti del piagnisteo che ci vede perennemente vittime di arbitraggi sfavorevoli è un’occasione persa. Da record del mondo la capacità di Marelli di riuscire a sbagliare una valutazione anche in una partita arbitrata alla perfezione. Il nostro ha ritenuto mancante un giallo per Juan Jesus al 13°, non essendoci né SPA né DOGSO: i due erano fianco a fianco, senza vantaggio evidente e ancora distanti dalla possibilità concreta di azione pericolosa. Al massimo si poteva fischiare il fallo, ma qui si torna al mitico gioco “all’inglese” perfettamente interpretato da Doveri nella partita del Meazza per il quale un intreccio di gambe non è mai fallo
- si festeggia per le eccellenti prove dei singoli di cui prendiamo le tre più esemplificative per reparto:
Juan Jesus ha 35 anni. Basterebbe questo per comprenderne la prestazione. Aggiungiamo che è uno dei più bersagliati da fuoco amico degli ultimi anni per renderci finalmente conto che si tratta di un giocatore gigantesco. Certo, ogni tanto ne ha fatte di cappelle, ma probabilmente è anche quello che riesce a comprendere il vero significato delle sessioni motivazionali di Conte, tanto più che sembra essere l’unico in grado di percularlo senza rischiare di essere passato per le armi
McTominay si sta guadagnando giornata per giornata una posizione tra i miti indiscussi della storia di questa squadra insieme a Lui e ad un’altra piccolissima schiera di sempiternamente intoccabili come Cavani, Lavezzi, Hamsik etc. Mai un lamento, mai una sceneggiata, sempre sul pezzo, impermeabile sia alle esaltazioni gratuite che agli avvilimenti sterili. Sarà per questo che la sua gioia al fischio finale di quel Napoli-Cagliari è stata totalizzante, trasformando il suo pianto sul prato del Maradona in una scena assolutamente iconica.
Hojlund più gioca e più dà la sensazione netta di essere due cose, o meglio una tra due cose: la prossima, ennesima, plusvalenza monstre del più geniale dei team di direzione sportiva d’Italia o l’ennesimo centravanti da inserire nella galleria dei grandissimi che hanno fatto la storia di questo club come Altafini, Savoldi, Giordano, Careca, Cavani, Higuain, Mertens, Osimhen. La differenza tra lui e gli altri è che è l’unico ad essere arrivato in azzurro a 22 anni (in realtà anche Osimhen aveva la stessa età, ma notoriamente a 22 anni faceva ancora père e père) - infine si festeggia il capolavoro di Conte composto da due elementi imprescindibili per renderlo tale: ha costruito un gioiello tattico con materiale di risulta come solo i fuoriclasse sono in grado di fare e sopra ogni cosa non ha vanificato il tutto scegliendo di far parlare il vero comunicatore del suo staff, Stellini, persona equilibrata e preparata risparmiandoci, per una volta, l’autocelebrazione travestita da “complimenti a questi ragazzi”
