Home Calcio Napoli Dammi tre parole: focus sulla settimana azzurra in tre definizioni

Dammi tre parole: focus sulla settimana azzurra in tre definizioni

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L’assuefazione al risultatismo in contrapposizione al giochismo di cui abbiamo goduto per poco meno di un decennio, sembra meno dolorosa di quanto si sarebbe mai potuto pensare quando ci riempivamo gli occhi con le meraviglie firmate Koulibaly, Jorginho, Insigne, Mertens o più recentemente quelle dell’asse Kim, Lobotka, Kvara, biondo. Il modello “meglio un uovo oggi…” ha però un contrappeso importante: gli intorcinamenti di stintìni che si generano nei tifosi, producono una insofferenza di ritorno molto pericolosa quando i risultati vedono per un motivo o per un altro una battuta d’arresto. Quello che accade in quei casi lo abbiamo tutti ben presente: il catastrofismo cosmico, l’apocalittismo difensivo ed una ontologia intonata alla rivoluzione permanente dell’infosfera globale (ma più il primo che le altre due). Una anticipazione di quello che potrebbe accadere al primo caso di un punto in tre partite, lo abbiamo avuto nel primo tempo con l’Empoli, dove le jastemme al buon Lukaku e alla sua sembianza di bisonte ciucco hanno cominciato a condensare nei cieli toscani dei cumulonembi intrisi di maleparole.  

INCEPPATI: Lukaku è stato in quei frangenti solo l’espressione massima di un collettivo completamente inceppato da un elemento che analizzeremo nel terzo blocco di questo articolo e da due fattori alternativi e contigui. Questi ultimi sono la mancanza di Lobotka e l’emozione di Gilmour che ha tentato di sostituirlo invece che pensare ad esprimere il suo gioco, che al suo meglio può tranquillamente raggiungere livelli molto alti. Certo, non quelli dell’androide slovacco ma sicuramente tali da consentirgli di organizzare il gioco molto meglio di come sia accaduto in quel di Empoli. Mettici che la squadra di D’Aversa si è mossa ottimamente e che storicamente il campo di Empoli è sempre stato terra di memorabili figure di merda (ho ancora negli occhi il 4-0 rifilato ad uno dei migliori Napoli di sempre in uno dei suoi migliori momenti di forma) ed ecco spiegata la carenza di agilità nel gioco del Napoli. Fortunatamente nel secondo tempo siamo passati dal 30% scarso, ad un buon 35% delle capacità e si è controllato il gioco abbastanza da non dover rischiare più di tanto di prendere quel gol che lo scorso anno era praticamente una certezza. Si è così messo al sicuro il pareggio e la possibilità di siringare l’avversario, con la più classica delle botte di culo generata dalle abilità individuali. Questa volta è toccato al sempre eccellente Matteo Politano che si è andato a prendere il rigore o, come lo hanno chiamato alcuni, il

RIGORINO: quando sento questa parola mi salgono tutte le madonne mai concepite dalla fantasia religiosa, quella capace nei secoli di appellare la povera ed umile giovinetta di Nazareth con qualche centinaio di titoli diversi, utili solo a generare dei giorni di ferie in più sul calendario cristiano e ad ampliare, come in questo caso, la gamma dei moccoli. Ovviamente alle madonne si aggiungono anche torme di santi in fila indiana quando il termine è applicato ad accadimenti relativi alla nostra squadra. Premesso che Anjorin tenta l’amputazione di illice, trillice, pondulo e minolo*, rischiando di lasciare il piedino fatato di Politano con l’alluce solingo, cosa assolutamente evidente dalla dinamica ed anche da una visione non faziosa delle immagini, va detto che ormai arbitri e VAR, al netto delle inevitabili simpatie/antipatie che possono nutrire per alcune squadre più che per altre, sono diventati terribilmente inaffidabili, per cui dei rigori nettissimi (vedi lo step on foot su Di Lorenzo contro il Monza) non vengono assegnati perché si preferisce lasciare a quanto di meno oggettivo esista, l’occhio umano in situazione di stress durante azioni ad alta velocità, l’interpretazione dell’intensità di un pestone, di uno sgambetto o di un braccio che sfiora un pallone. Il VAR non deve lasciare dubbi: ed il fatto che ne rimangano può dipendere da due cose, la malafede e l’incapacità di utilizzare la tecnologia nella maniera corretta. Si confida nel fatto che tra le prime categorie a zompare a causa dell’intelligenza artificiale ci siano proprio arbitri e VAR. Perché l’errore umano è parte dell’evoluzione della specie, ma l’errore del giudice danneggia chi è nel giusto, in culo a qualunque forma di etica

SOSTA: torniamo al motivo principe per la prestazione opaca seppur vittoriosa del Napoli, ma anche per quelle analogamente vincenti di Juve, Inter e Milan. La nazionale italiana di calcio ed il calcio per nazionali hanno definitivamente rotto le palle. Non che si pretenda di eliminarle perché, incredibilmente, esiste ancora una gran parte di persone nel mondo che riesce a tifare per le nazionali. Il rigurgito veteropatriottico che oggi più di ieri pervade questo mondo infame, fatto di confini definiti a suon di morti ammazzati, è una delle piaghe di questo pianeta. Ma purtroppo sono ancora in pochi ad averlo capito e quindi si continuerà a cercare di uccidere il prossimo in senso reale, come nei troppi conflitti in atto, ed in senso metaforico con le partite di calcio e di tutti gli altri sport in cui si affrontano le squadre nazionali. Poco importa se spesso queste compagini di nazionale abbiano solo il colore della maglia; basti guardare la Francia, composta per il 90% da calciatori africani, che meriterebbero di giocare e di far vincere il loro continente ma che per mancanza di infrastrutture devono fuggire per poi dare lustro ai paesi colonialisti in cui sono costretti a rifugiarsi, magari finendo pure ghettizzati, a meno di non avere la ciorta di saper dare calci ad un pallone. Stabilito dunque che delle nazionali non se ne può (ancora) fare a meno, allora la logica richiederebbe uno sforzo organizzativo da parte degli organi politici del calcio, affinché le partite delle nazionali vengano “racchiuse” in una finestra temporale ben precisa, tale da consentire un andamento fluido dei campionati, vero motore economico del business di questo sport. Vedere, anzi, non vedere, gente come Lobotka, veder arrancare calciatori come McTominay e Anguissa, ma anche Pulisc (per una amichevole dall’altro capo del mondo), Lautaro (per due partite di qualificazione per cui ha dovuto fare circa 25000 chilometri in dieci giorni) dà veramente la cifra di come questo mondo sia governato da gente totalmente priva di ogni barlume intellettivo. E se non fosse che stanno volando infortuni muscolari, crociati e menischi, manco ’sti ragazzi fossero polli da batteria (e anche per quelli ci sarebbe da porsi qualche problema), staremmo ancora a menarcela sui loro guadagni spropositati, rivendicando il diritto di trattarli di merda per questo, salvo poi farsi gli altarini in cameretta quando ti riempiono le giornate di gioia, o anche solo di chiacchiere spensierate e appassionate che molto spesso sono uno dei pochi ristori della vita di tante persone. Insomma, non sono certo dei poveri cristi, ma se avere talento deve significare campare solo per quello, non ha neanche senso lamentarsi per le vagonate di milioni che portano a casa.

* non costringetemi a specificare che è una battuta e che i veri nomi delle dita dei piedi sono ditone, melluce, trilluce, pondo e quinto