Home Cultura Sergio Caputo: un viaggio intimo tra canzoni storiche, aneddoti e narrazione

Sergio Caputo: un viaggio intimo tra canzoni storiche, aneddoti e narrazione

Il 24 ottobre Sergio Caputo torna a Napoli, al teatro Acacia, con la sua Big Band con uno show dal titolo “Ne approfitto per fare un po’ di musica”. Il suo stile inconfondibile ha ridefinito i confini della musica d’autore italiana, fondendo con ironia e genialità il pop, il jazz e lo swing. Non si tratta dunque di un semplice concerto, ma di un viaggio intimo tra canzoni storiche, aneddoti e narrazione, in cui l’artista si presenta circondato da una straordinaria formazione di sette musicisti. Una serata speciale per una città che Sergio ama da sempre.

Sergio, possiamo dire che anche sei sei romano, molti ti considerano un po’ napoletano d’adozione. Che tipo di vibrazioni ti aspetti da questo ritorno e come si accende, ogni volta, la tua personale “alchimia” con il pubblico partenopeo?

Sì, per il cognome! Beh, diciamo che è quello napoletano è un pubblico molto caldo. Fin dagli inizi proprio della mia carriera ci torno sempre molto volentieri ed addirittura, in passato, quando avevo dei day off, essendo il mio tour manager dell’epoca napoletano, io stavo qui, esploravo proprio la Napoli vera, quella che magari i turisti non vedono. È una città in cui torno volentieri perché c‘è una filosofia di vita qui che non trovi altrove. Il napoletano ha sempre quella positività, quella voglia di essere libero.

Hai dichiarato che fare un album di inediti oggi è quasi anacronistico e che la musica ormai si “affitta” solo sulle piattaforme streaming…

Quelli che dicono che fanno un album sostengono il falso perché a meno che tu non faccia un album con tutti i pezzi uniti in un unico file, la gente si scarica solo i brani che gli pare. Un tempo, un album aveva un senso perché tu curavi il suono, la sequenza delle canzoni, anche la tonalità. Oggi questo non c’è più, quindi dire che hai fatto un album lascia un po’ il tempo che trova.

Io però, diciamo, ho trovato un escamotage: pubblico un brano ogni tot di tempo che possa stare in un album vicino a quelli precedentemente pubblicati. Quindi i miei estimatori che vogliono costruirsi il mio album, possono costruirselo senza sbalzi stilistici. Possono costruirsi la storia veramente di quello che sarebbe potuto essere un album, ma non lo è, perché ormai il supporto fisico non c’è più. Secondo me si potrebbe tornare al CD, se le case discografiche lo volessero, perché è sufficiente che non diano più il permesso alle piattaforme di streaming di avere quella musica.

Ma alle case discografiche non ne frega molto perché adesso non devono più finanziare un album, non devono più sviluppare un artista, non devono più stampare i dischi, non li devono più distribuire, è una cosa molto costosa senza la garanzia che poi l’album decolli davvero. Prima si facevano i contratti da 4 o 5 album, il che significava che la casa discografica intendeva investire su di te, perché è chiaro che un artista nuovo non esplode subito, bisogna farci un lavoro intorno di anni.

Ti voglio spiegare una cosa se non lo sai: ogni casa discografica aveva diritto a due posti a Sanremo, quindi loro decidevano chi mandare al Festival, non la direzione artistica. Sceglievano due artisti su cui puntavano e si giocavano la partita. Ad un certo punto tutto ciò è finito, va a Sanremo solo chi viene scelto attraverso determinati meccanismi….poi c’è da chiedersi perché oggi è importante Sanremo? Perché se tu ci vai, dopo fai un sacco di serate.

Guardando indietro a oltre quarant’anni di carriera, hai attraversato generazioni, mode e rivoluzioni tecnologiche, ma c’è un dato che resta immutato: la capacità delle tue canzoni di superare il tempo. Hai raccontato di aver sentito persone di essere uscite da periodi bui grazie alla tua musica. Quando hai iniziato nei club romani, avresti mai immaginato che quel mix personalissimo di jazz, pop e testi ironico-malinconici sarebbe diventato una specie di “terapia emotiva”?

Sì, è vero. Sono a conoscenza di persone che hanno trovato forza nelle mie canzoni perché sostenute da una visione positiva del mondo, che è quella che io cerco sempre di dare. Ancora prima del politicamente corretto, io evitavo di inserire delle parole diciamo negative che potessero mettere disagio un certo tipo di persone, ad esempio non avrei scritto una parola tipo cieco o zoppo. Tutte le mie canzoni si riferiscono ad esperienze personali e non si collocano in un periodo storico preciso, E credo che questo sia il segreto che mi ha consentito di far sì che anche nuove generazioni si identificassero, perché tutti quanti, in un certo momento della loro vita, hanno attraversato un periodo in cui quella canzone è rappresentata per loro.

Questa è un po’ la forza dei cantautori, quella di attingere dalle proprie storie che diventano poi alla fine storie di tutti, perché in un modo o nell’altro, in un periodo della nostra vita, ci possiamo riconoscere magari in una canzone scritta anche vent’anni fa

Ah, ma certo, ma ce ne sono tanti. Proprio ieri mi è capitato di scrivere un post su Facebook alla figlia di Sergio Endrigo, che era sfiduciata perché diceva che il padre era stato dimenticato, eccetera e mi sono trovato a consolarla con argomentazioni serie, tipo che non è vero, che tra 50 anni le canzoni di Sergio Endrigo ci saranno ancora, mentre di tanti artisti nessuno ricorderà nulla. Certe volte anch’io mi sveglio con un pezzo di Sergio Endrigo in testa alla mattina. Una cosa che, ad esempio, non gli riconoscono e non so il perché, è che era anche un grande chitarrista e faceva delle cose bellissime. Quindi cosa vuoi dire di uno come Sergio Endrigo? È uno che ci sarà sempre.

Sergio hai dichiarato che torneresti a Sanremo se ti invitassero, perché è rimasta l’unica vera vetrina musicale in TV. Però il Festival sembra quasi blindato per chi esce dai talent o per chi domina le piattaforme streaming. Pensi che ci sia ancora spazio per uno “spirito libero” e indipendente come te su quel palco, o la musica della tua generazione viene ormai vista come una specie di “specie protetta” da celebrare solo con i premi alla carriera?

Beh quello dipende dalla direzione artistica perché comunque devono anche accontentare una vasta fascia di audience, quindi ci sono giovanissimi, giovani, meno giovani, di mezza età e quindi in un Sanremo ci devono mettere i rapper ma ci devono anche mettere non so, non saprei chi nominare, mettere Peppino Di Capri ma purtroppo non c’è più.

Una riflessione sullo stato attuale della musica italiana?

Diciamo che la musica in questo momento si trova in un momento abbastanza complicato. Se io dovessi consigliare a un giovane di mettersi a fare musica gli direi sì, fallo per passione ma abbi anche un altro lavoro che ti dia da mangiare perché con la musica devi fare i concerti che sono ormai l’unica fonte di introito. Comunque, devo dire, che io non mi posso lamentare perché ne faccio molti, mi danno da vivere, certamente non più come negli anni d’oro nella musica, ma riesco a cavarmela come un normale professionista.