Da Caino e Abele alla guerra civile raccontata da Pavese: come la letteratura ha rappresentato la violenza tra fratelli che spezza i legami familiari e divide le comunità.
Il nemico può parlare la nostra lingua, essere cresciuto nella nostra città, ricordare le stesse cose che ricordiamo noi. A volte è qualcuno con cui abbiamo condiviso una casa. Questa vicinanza rende la violenza fratricida difficile da guardare: ci si aspetterebbe che almeno certi legami bastassero a fermare la mano.
La letteratura torna spesso su questa attesa delusa. Racconta fratelli che si uccidono per gelosia o per il potere, cittadini che si combattono, uomini che riconoscono qualcosa di sé nel nemico soltanto quando lo vedono morto. La parola “fratello” cambia significato lungo queste storie. Con essa cambia anche ciò che viene chiesto a chi colpisce, a chi rimane a guardare e a chi sopravvive.
Caino: rifiutare il fratello
Nella Genesi, il primo omicidio narrato avviene fra i figli di Adamo ed Eva. Caino coltiva la terra, Abele alleva il bestiame. Quando presentano le loro offerte, ciascuno porta qualcosa del proprio lavoro: Caino i frutti del suolo, Abele i primogeniti del gregge. Dio guarda con favore Abele e la sua offerta, mentre non accoglie allo stesso modo quella del fratello.
Il testo non spiega apertamente il motivo della preferenza. Racconta invece che Caino si adira e abbassa il volto. Possiamo leggere nella sua reazione la gelosia, il dolore di sentirsi respinto, forse l’incapacità di tollerare il favore accordato all’altro. Sono interpretazioni: il racconto lascia molto non detto.
Dio gli parla prima che uccida. Gli domanda perché sia irritato e lo mette in guardia dal peccato che lo minaccia, richiamandolo alla possibilità di dominarlo. Caino può ancora fermarsi. La collera è già presente, l’omicidio non è ancora avvenuto.
Poi, nei campi, uccide Abele.
Quando Dio gli chiede dove sia il fratello, risponde: «Sono forse io il custode di mio fratello?». Nella domanda c’è il tentativo di sottrarsi a ciò che ha fatto: perché dovrebbe sapere dove si trova Abele, perché dovrebbe occuparsene? Ma il sangue della vittima grida dalla terra. Abele non può più parlare e il racconto fa arrivare comunque la sua voce.
Caino viene condannato a una vita di fuga. Teme che chiunque lo incontri possa ucciderlo; Dio gli assegna allora un segno che lo protegge. È un dettaglio importante, spesso lasciato sullo sfondo. Caino resta colpevole, ma la sua colpa non autorizza gli altri a eliminarlo. La storia del primo assassinio contiene anche un limite alla vendetta.
Tebe e Roma: il potere tra fratelli
Abele subisce l’aggressione di Caino. Nei Sette contro Tebe di Eschilo, rappresentati nel 467 a.C., i fratelli si affrontano invece in battaglia e si uccidono a vicenda.
Eteocle difende Tebe dall’esercito di Polinice. Un messaggero gli descrive i comandanti nemici schierati alle sette porte, e lui sceglie gli uomini da opporre a ciascuno. Alla settima porta c’è suo fratello. Eteocle decide di affrontarlo personalmente, benché il coro cerchi di trattenerlo. Sa che sulla famiglia pesa la maledizione di Edipo; il dovere di difendere la città si confonde ormai con l’odio e con l’attesa della rovina.
Tebe si salva. Ai due fratelli resta, della terra contesa, soltanto lo spazio per una tomba.
Livio racconta un esito diverso per Romolo e Remo. I gemelli vogliono fondare una città, ma devono decidere chi la governerà. Si affidano agli auspici: Remo vede per primo sei avvoltoi, Romolo ne vede dodici poco dopo. Gli uni danno ragione a chi li ha avvistati prima, gli altri a chi ne ha contati di più. La disputa continua.
Nella prima versione riportata da Livio, Remo muore nello scontro che segue. In quella più diffusa scavalca per scherno le nuove mura e Romolo lo uccide, minacciando la stessa sorte a chiunque ripeta il gesto.
Il fondatore impone così al proprio fratello il rispetto del confine. A differenza di Eteocle e Polinice, Romolo sopravvive alla contesa e rimane solo a governare. La città porterà il suo nome, ma il racconto della sua nascita conserverà anche la morte di Remo.
Lucano: Roma contro sé stessa
Lucano riprende proprio questa origine nel primo libro del Bellum civile, conosciuto anche come Pharsalia. Ricorda che le prime mura di Roma furono bagnate dal sangue fraterno. Il conflitto fra Cesare e Pompeo riporta così alla luce una violenza già presente nella storia della fondazione.
Il poema si apre annunciando guerre «più che civili». Il popolo romano rivolge contro le proprie viscere la mano con cui ha vinto tante battaglie. Le insegne fronteggiano insegne uguali, le aquile altre aquile, i giavellotti altri giavellotti. La ripetizione costringe a guardare ciò che accomuna i due eserciti. Da entrambe le parti ci sono i segni di Roma.
Anche i comandanti erano stati legati da una parentela. Pompeo aveva sposato Giulia, figlia di Cesare. Lucano immagina che, se fosse vissuta più a lungo, avrebbe potuto interporsi fra il marito e il padre, togliere loro le armi e ricongiungerne le mani. La sua morte lascia i due uomini senza quel possibile legame di mediazione.
L’ambizione politica si impone su una relazione familiare, e il conflitto investe un’intera comunità. Roma ha accumulato una forza enorme conquistando popoli e territori; ora la usa contro i propri cittadini. Anche chi vince perde qualcosa che gli apparteneva: uomini, legami, un mondo comune nel quale avrebbe dovuto continuare a vivere.
Dante e Manzoni: riconoscersi nella stessa terra
Sordello sente il nome di Mantova e abbraccia Virgilio. Nel sesto canto del Purgatorio non sa ancora chi abbia davanti: gli basta incontrare qualcuno della sua terra.
Da quell’abbraccio Dante passa all’Italia delle fazioni, dove si combattono persino gli abitanti delle stesse mura. Se due anime si riconoscono così facilmente, perché i vivi si odiano? L’invettiva chiama in causa anche l’autorità imperiale, che trascura il proprio compito. L’Italia è una nave senza nocchiere, lasciata in balìa dei conflitti.
Manzoni guarda alle divisioni del Quattrocento nel Conte di Carmagnola, pubblicato nel 1820. Il coro del secondo atto accompagna la battaglia di Maclodio del 1427, vinta dai veneziani contro i milanesi.
Si sentono trombe e cavalli, avanzano le schiere. Poi il coro domanda chi siano quegli uomini. Vengono dalla stessa terra, parlano la stessa lingua e combattono al servizio dei condottieri senza chiedersi perché.
Intanto, nelle case, c’è chi osserva le stragi lontane come un temporale sui campi altrui. I bambini imparano i nomi sprezzanti con cui chiamare quelli che un giorno combatteranno. L’odio viene insegnato; l’indifferenza lo lascia crescere.
Quando arriva il messaggero, tutti aspettano una vittoria da festeggiare. La risposta del coro è: «I fratelli hanno uccisi i fratelli».
Quelle guerre indeboliscono il paese e favoriscono l’intervento straniero. Ma la fraternità cristiana richiamata da Manzoni riguarda anche chi viene da fuori: tutti condividono l’origine in Dio e la redenzione. Nessuna vittoria autorizza a opprimere un altro uomo.
Pavese: rispondere a chi è morto
Corrado cerca sulle colline un riparo dai bombardamenti di Torino. Nella Casa in collina, pubblicata nel 1948, Pavese lo segue mentre prova a tenere la guerra, e in parte anche le persone, a distanza.
Ritrova Cate, amata anni prima, e conosce suo figlio. Potrebbe essere anche suo. Il dubbio lo mette davanti a un legame che esita ad assumersi, proprio mentre intorno a lui altri prendono posizione e partecipano alla lotta clandestina.
Con l’occupazione tedesca e la Resistenza, il rifugio diventa sempre meno sicuro. Corrado fugge dal pericolo, ma continua a pensare ai rischi che gli altri affrontano.
Nelle pagine finali ricorda anche i repubblichini caduti, gli uomini schierati con la Repubblica sociale fascista. Vederli morti lo scuote. Erano nemici; ora sono corpi davanti ai quali fatica a passare oltre.
Da qui nasce la riflessione: «Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione».
Corrado sente quella somiglianza senza sapere come risponderle. Essere sopravvissuto non gli dà pace. Si domanda che cosa debba chi è rimasto a chi non tornerà, e il romanzo lascia aperta la sua inquietudine.
Riconoscere una persona nel nemico morto non rende equivalenti fascismo e Resistenza, aggressione e difesa. Le ragioni e le azioni restano da giudicare. La difficoltà, per chi legge, è tenere fermo quel giudizio senza distogliere gli occhi dalla vita spezzata di chi combatteva dall’altra parte.
La domanda di Caino rimane
Caino e Corrado occupano posizioni profondamente diverse. Il primo ha ucciso e tenta di sottrarsi alla domanda che gli viene rivolta. Il secondo ha cercato di salvarsi e scopre di non riuscire più a considerare la morte altrui una faccenda estranea.
Fra loro ci sono fratelli che si contendono un regno, cittadini in guerra, famiglie che insegnano ai figli a disprezzare altre famiglie. Il legame esiste, ma può essere ignorato, piegato all’ambizione o riconosciuto troppo tardi.
A Caino viene chiesto dove sia Abele. Lui domanda perché dovrebbe esserne il custode. Corrado, davanti ai morti, sente invece che non gli basta essere passato di lì per caso.
