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Il cielo raccontato: come sono nate le principali costellazioni

In una notte d’inverno basta riconoscere le tre stelle della cintura di Orione perché il resto della figura venga da sé: le spalle, le gambe, la spada. Eppure quelle stelle si trovano a distanze molto diverse e non formano davvero il corpo di un cacciatore. A unirle è il nostro sguardo. Le costellazioni nacquero dall’abitudine di collegare punti luminosi e trasformarli in animali, oggetti, dèi ed eroi. Servivano a seguire le stagioni, orientarsi durante i viaggi e tramandare racconti. Prima di essere regioni del cielo, furono una forma di memoria.

Gli astronomi moderni dividono il cielo in 88 costellazioni, ciascuna delimitata da confini precisi. Un nucleo di quarantotto figure era già presente nel catalogo compilato da Tolomeo nel II secolo d.C. Molte avevano origini ancora più antiche: i Greci ereditarono parte del cielo dai popoli mesopotamici e lo popolarono con i propri miti; i Romani tramandarono quelle storie; secoli più tardi, navigatori e astronomi europei disegnarono nuove costellazioni nelle regioni australi.

La mappa attuale conserva quindi figure nate in luoghi e periodi diversi. I confini sono moderni, mentre i nomi raccontano una storia fatta di prestiti, adattamenti e immagini che hanno cambiato significato passando da una cultura all’altra.

Un’orsa intorno al polo

Le sette stelle più note dell’Orsa Maggiore formano il Grande Carro, che costituisce soltanto una parte della costellazione.

I Greci vi riconoscevano Callisto, una giovane compagna di Artemide amata da Zeus. Secondo alcune versioni, Era la trasformò in un’orsa per gelosia; secondo altre fu Artemide a punirla per aver infranto il voto di castità.

Callisto vagò nei boschi finché incontrò il figlio Arcade, ormai adulto. Lui non la riconobbe e si preparò a ucciderla. Zeus impedì il matricidio portando entrambi in cielo: Callisto divenne l’Orsa Maggiore, mentre Arcade fu associato all’Orsa Minore oppure alla vicina costellazione di Boote.

Nell’Orsa Minore si trova Polaris, la Stella Polare. Non coincide esattamente con il polo nord celeste, ma gli passa tanto vicino da descrivere un cerchio molto piccolo durante la notte. Per questo sembra quasi immobile mentre le altre stelle le ruotano intorno ed è stata per secoli un riferimento per la navigazione.

Il suo ruolo, però, non è permanente. L’asse terrestre cambia lentamente direzione con un movimento chiamato precessione, che completa un ciclo in circa 26.000 anni. Cinquemila anni fa la stella più vicina al polo era Thuban, nella costellazione del Drago; tra circa dodicimila anni il punto di riferimento sarà Vega. “Stella Polare” è quindi un titolo che passa da un astro all’altro.

Anche la parola “Artico” conserva il ricordo delle Orse: deriva dal greco arktos, “orsa”. Le stesse sette stelle sono state interpretate altrove come un carro, un aratro, un gruppo di uomini o una processione di animali. La loro disposizione è rimasta identica; a cambiare è stata la storia disegnata intorno a esse.

Costellazioni: la famiglia di Cassiopea

Cassiopea è riconoscibile per la disposizione a W delle sue stelle principali. Intorno a lei si trovano il marito Cefeo, la figlia Andromeda, Perseo e la Balena, che rappresenta il mostro marino della leggenda.

La regina si vanta che la propria bellezza, o quella della figlia, superi quella delle Nereidi. Poseidone reagisce mandando un mostro contro il regno di Cefeo. Un oracolo annuncia che la sciagura finirà soltanto con il sacrificio di Andromeda.

La giovane viene incatenata a una roccia sulla costa. Perseo, di ritorno dall’impresa contro Medusa, la vede e affronta la creatura. Alcuni racconti gli fanno usare la spada, altri la testa della Gorgone, capace di pietrificare chiunque la guardi.

Anche Medusa trova posto in questa regione del cielo. Perseo ne regge la testa e il suo occhio è indicato dalla stella Algol. Il nome deriva dall’arabo e significa “testa del demone”, un riferimento alla sua insolita variazione di luminosità.

Algol non è una stella isolata, ma un sistema nel quale due astri orbitano uno intorno all’altro. Ogni 2,87 giorni, la componente meno luminosa passa davanti a quella più brillante e ne oscura in parte la luce. Il calo è visibile anche a occhio nudo e dura alcune ore. Prima che il fenomeno fosse compreso, doveva sembrare che l’occhio di Medusa si aprisse e si chiudesse nel cielo.

Cassiopea rimane invece legata al trono. Durante la rotazione intorno al polo celeste appare periodicamente capovolta: gli antichi lessero quel movimento come la continuazione della sua pena.

Una caccia nel cielo d’inverno

Orione appare nelle sere invernali, seguito dai suoi cani e preceduto dal Toro. Le storie sulla sua morte sono numerose. Secondo una delle più note, il cacciatore si vantò di poter eliminare ogni animale della Terra. Gea mandò allora uno scorpione, che riuscì a ucciderlo.

Orione e lo Scorpione furono collocati in parti opposte del cielo. Quando uno sorge, l’altro tramonta. Il cacciatore domina le notti invernali del Mediterraneo; lo Scorpione quelle estive.

La figura di Orione mostra con particolare chiarezza l’effetto della prospettiva. Betelgeuse, la stella rossastra che segna una delle spalle, è una supergigante rossa distante circa 550 anni luce. Rigel, collocata in uno dei piedi, è una supergigante azzurra che si trova a più di 800 anni luce. Nel disegno sembrano appartenere allo stesso corpo; nello spazio sono separate da centinaia di anni luce e si trovano in fasi diverse della propria evoluzione.

Le Pleiadi, il Toro e i Gemelli

Vicino a Orione appaiono le Pleiadi. Non sono una costellazione, ma un ammasso aperto: un gruppo di stelle nate dalla stessa nube di gas e ancora debolmente legate dalla gravità. Si trovano a circa 440 anni luce dalla Terra e hanno un’età vicina ai cento milioni di anni, molto inferiore a quella del Sole. L’ammasso comprende più di un migliaio di stelle, anche se soltanto alcune sono visibili senza strumenti.

Il mito ne fece sette sorelle inseguite dal cacciatore e trasformate da Zeus prima in colombe, poi in stelle. A occhio nudo se ne distinguono di solito sei. Per spiegare l’assenza della settima, i Greci raccontavano che Merope si fosse nascosta per la vergogna di aver sposato un mortale, oppure che Elettra avesse velato il volto dopo la distruzione di Troia.

Il Toro che ospita le Pleiadi fu associato all’animale catturato da Eracle a Creta e alla forma assunta da Zeus per rapire Europa. La principessa salì sul dorso del toro bianco, che attraversò il mare e la portò fino a Creta.

Poco lontano brillano Castore e Polluce, le stelle principali dei Gemelli. Castore era mortale, Polluce immortale. Dopo la morte del fratello, Polluce chiese di non esserne separato e Zeus permise ai due di condividere l’immortalità. I marinai li considerarono a lungo protettori delle navi.

Costellazioni: le fatiche di Eracle

Eracle compare in cielo insieme ad alcuni dei mostri affrontati durante le sue imprese. La costellazione che porta il suo nome raffigura un uomo inginocchiato, chiamato nei testi più antichi semplicemente “l’Inginocchiato”.

Il Leone ricorda la belva di Nemea, la cui pelle non poteva essere attraversata dalle armi. Eracle la soffocò con le proprie mani e da allora ne indossò la pelle.

L’Idra appartiene a un’altra fatica. Quando l’eroe tagliava una delle sue teste, dal collo ne crescevano due. Era mandò un granchio ad attaccarlo durante il combattimento, ma Eracle lo schiacciò. La dea pose il piccolo alleato tra le stelle, trasformandolo nel Cancro.

Anche il Drago venne collegato alle imprese dell’eroe. Poteva rappresentare Ladone, il serpente incaricato di sorvegliare i pomi d’oro nel giardino delle Esperidi. Secondo una versione, Eracle lo uccise per impadronirsi dei frutti ed Era lo collocò nel cielo. La costellazione si avvolge tra le due Orse, vicino al polo nord celeste.

Nel cielo rimasero così l’eroe e i suoi avversari. Le costellazioni conservavano intere vicende, non soltanto i loro protagonisti.

Lo zodiaco prima e dopo i Greci

Le costellazioni zodiacali si trovano lungo il percorso apparente del Sole. Nella stessa fascia si muovono la Luna e i pianeti, motivo per cui quelle figure avevano grande importanza già nell’astronomia mesopotamica.

Lo zodiaco astronomico non coincide perfettamente con quello astrologico. I dodici segni sono settori regolari, mentre le costellazioni hanno estensioni differenti. Il Sole attraversa anche Ofiuco, escluso dallo schema tradizionale.

I miti greci non inventarono da zero queste figure, ma adattarono immagini ricevute da civiltà più antiche. Alcune si inserirono con facilità nelle nuove storie; altre conservarono forme che i racconti greci riuscirono a spiegare soltanto in parte.

L’Ariete fu collegato al montone dal vello d’oro che salvò Frisso ed Elle. La ragazza cadde in mare durante il viaggio, nel tratto che prese il nome di Ellesponto; Frisso raggiunse la Colchide, dove il vello sarebbe diventato il premio cercato dagli Argonauti.

La Vergine fu identificata con Demetra, Persefone e Astrea, dea della giustizia. La sua stella più luminosa, Spica, prende il nome dalla spiga che la figura tiene in mano e la lega al raccolto. Accanto si trova la Bilancia. Per i Greci quelle stelle appartenevano spesso alle chele dello Scorpione; nella tradizione romana divennero una figura autonoma.

Dal Sagittario ai Pesci: l’eredità mesopotamica

Il Sagittario è un arciere con il corpo di cavallo. Viene spesso identificato con Chirone, ma alcune tradizioni parlano di Croto, cacciatore e compagno delle Muse. Dietro entrambi si riconosce un modello mesopotamico più antico.

Anche il Capricorno, metà capra e metà pesce, proviene dal cielo babilonese. I Greci lo associarono a Pan, che avrebbe assunto quella forma gettandosi in acqua per sfuggire a Tifone.

L’Acquario divenne Ganimede, il giovane portato da Zeus sull’Olimpo come coppiere degli dèi. In Mesopotamia, però, la stessa regione era legata a Ea, divinità delle acque. I Pesci furono invece identificati con Afrodite ed Eros, trasformatisi per sfuggire a Tifone e legati da una corda per non perdersi.

Tre stelle d’estate

Vega, Deneb e Altair formano il Triangolo estivo. Non si tratta di una costellazione ufficiale, ma di un asterismo: una figura facilmente riconoscibile composta da stelle appartenenti a costellazioni diverse. Vega si trova nella Lira, Deneb nel Cigno e Altair nell’Aquila.

La Lira è lo strumento di Orfeo, il cui canto poteva commuovere uomini, animali e divinità. L’Aquila rappresenta l’uccello di Zeus, incaricato di portarne i fulmini o eseguirne gli ordini. Il Cigno è stato collegato a diversi personaggi chiamati Cicno e alle trasformazioni di Zeus.

In Cina e in altre regioni dell’Asia orientale, Vega e Altair appartengono a una storia differente. Vega è Zhinu, la tessitrice celeste; Altair è Niulang, il mandriano. I due amanti vivono sulle rive opposte della Via Lattea e possono incontrarsi una volta all’anno, quando uno stormo di gazze forma un ponte sul fiume celeste.

Il Triangolo estivo mostra con particolare chiarezza come stelle identiche possano essere separate o riunite in modi diversi. Nel cielo greco appartengono a tre costellazioni; nella tradizione cinese partecipano alla stessa vicenda.

Costellazioni: il cielo oltre il Mediterraneo

Dalle latitudini mediterranee molte stelle dell’estremo sud rimanevano sotto l’orizzonte e non comparivano negli atlanti antichi.

Tra il Cinquecento e il Settecento, le rotte oceaniche permisero agli astronomi europei di completare la mappa. I nuovi nomi riflettevano il mondo dei navigatori: comparvero animali come il Tucano, il Camaleonte e il Pesce Volante, insieme al Telescopio, al Microscopio, al Compasso e all’Orologio.

La Croce del Sud divenne uno dei principali riferimenti per la navigazione. Nell’emisfero australe non esiste oggi una stella luminosa vicina al polo come Polaris a nord; per trovare la direzione meridionale si può prolungare idealmente l’asse maggiore della Croce verso il polo sud celeste.

Quelle stelle erano conosciute dalle popolazioni australi molto prima dell’arrivo degli europei. Per alcune comunità māori la Croce era Te Punga, l’ancora di una grande canoa celeste. In altre tradizioni rappresentava l’apertura attraverso la quale i venti di tempesta entravano nella Via Lattea. Le mappe europee finirono per imporsi come standard internazionale senza essere le prime interpretazioni di quel cielo.

In alcune culture aborigene australiane, le figure celesti non vengono cercate soltanto nei punti luminosi. Le zone scure della Via Lattea formano il corpo dell’Emù celeste: una costellazione disegnata dal buio. La differenza non riguarda soltanto il nome attribuito alle stelle, ma il modo stesso di guardarle.

Figure che esistono soltanto da lontano

Le mappe moderne hanno assegnato a ogni costellazione un confine, ma nessuna linea attraversa davvero lo spazio. Gli stessi astri sono diventati, secondo il luogo e il tempo, cacciatori, animali, strumenti, sovrani e amanti separati.

Guardare una costellazione significa compiere due viaggi. Lo sguardo raggiunge stelle lontane centinaia o migliaia di anni luce; i loro nomi riportano alle persone che le osservarono molto prima di noi.

Quando riconosciamo Orione o il Grande Carro, ripetiamo il loro gesto. Guardiamo punti luminosi separati da distanze immense e, nello spazio tra l’uno e l’altro, continuiamo a disegnare.