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Come il viaggio della goletta America, che portò il più antico trofeo velico dal vecchio al nuovo continente, ci spostiamo anche noi dall’Inghilterra agli Stati Uniti per raccogliere un’altra testimonianza di un napoletano che sta vivendo all’estero l’emergenza in atto. Abbiamo parlato con Marco Petrillo, ricercatore scientifico che vive a Boston da undici anni.

Marco Petrillo

Emergenza e rientro in Italia. Quanto ha influito?
Sarei dovuto rientrare ad aprile per motivi familiari ma non mi è stato possibile, di solito rientro almeno una o due volte all’anno.

Come sta vivendo l’emergenza lì?
Sebbene con norme più rilassate rispetto all’Italia, lavoro da casa da quattro settimane e viene raccomandato di uscire solo in caso di necessità, con mascherina e guanti. Anche qui i negozi sono chiusi, con l’eccezione di alimentari e rivenditori di beni di prima necessità.

Come viene gestita l’emergenza sanitaria?
Negli Usa, l’approccio cambia da Stato a Stato, in virtù del forte sistema federale: qui in Massachusetts la chiusura delle attività e stata implementata in tempi stretti e, vista la grande disponibilità di risorse, sono stati realizzati ospedali da campo in tempi relativamente brevi. Come in tutti gli Usa, pero, la disponibilità di test è stata fortemente limitata e tardiva a causa di una mancata programmazione a livello federale. Le cose stanno lentamente migliorando sotto questo fronte solo negli ultimi giorni.

Il Governo del paese com’è intervenuto per gestire la conseguente crisi economica?
Stanno iniettando molto denaro nel sistema, per ridurre le chiusure di aziende, ma ci sono già altissimi tassi di disoccupazione che non tendono a rallentare. Parte del problema è strutturale, dal momento che la crescita economica degli ultimi anni si è basata molto sul modello dei contratti a progetto, con la conseguenza che la maggioranza delle persone oggi hanno perso il lavoro perché il loro contratto semplicemente non è stato rinnovato.

Come vede da lì l’emergenza in Italia e a Napoli in particolare?
Ovviamente, essendo lontano, guardo a questa situazione con preoccupazione, ma i dati più recenti sembrano incoraggianti. Ho molto apprezzato l’imposizione di restrizioni più ferree di quanto sia stato fatto qui. Napoli e la Campania sembrano aver retto bene fino ad ora e approvo il pugno duro delle forze dell’ordine, la mobilitazione sociale della città a sostegno delle fasce più deboli e il coordinamento dei centri di ricerca e ospedali per testare cure e terapie. In generale, sono fortemente convinto che queste misure, sebbene fortemente limitanti, stiano riuscendo ad evitare uno spostamento dell’emergenza a Sud.

Pensa che quest’emergenza possa cambiare le abitudini di chi vive all’estero in relazione alla possibilità di mantenere i rapporti con la sua città?
No, credo che la mia idea in merito sia basata su diversi parametri; questa emergenza potrà influire su uno o due di essi, ma non cambiare radicalmente il mio approccio.

Dalle informazioni che ha, crede che l’Italia possa uscire dall’emergenza prima degli Stati Uniti?
Assolutamente sì. Nello svantaggio di essere stato uno dei primi paesi colpiti, l’Italia ha il vantaggio di precedere molti altri paesi, inclusi gli Usa, nella curva di infezione e quindi, spero, nella sua soluzione.