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Pino Scotto: la musica ma quella fatta con le palle e col cuore ci potrà salvare la vita

The Devil’s Call è il nuovo album in studio di Pino Scotto: undici tracce che scavano tra riflessioni personali e denunce sociali. Ogni brano è una presa di posizione netta, lucida e mai addomesticata con quella ruvida autenticità che da sempre contraddistingue Pino Scotto.

Da Monte di Procida, ad una Milano che cinquant’anni fa era un po’ l’America di noi meridionali. Una Milano che è cambiata molto nel corso dei decenni, per alcuni accoglie per molti altri divide, attualmente vivi ancora nella metropoli milanese e se sì com’è cambiato il rapporto con questa città?

Sono nato in un paesino, a monte di Procida, ma a 17 anni sono letteralmente scappato per fare musica e prima che iniziassi a suonare il basso in una band nei night, ho dormito diversi mesi in un parcheggio. Quando sono arrivato in città, negli anni 70, Milano era rivoluzionaria, c’erano Enrico Berlinguer e Giorgio Almirante che se pure posizioni diverse, lavoravano davvero per il popolo. Milano è stata la città in cui ho inciso il mio primo 45 giri, c’era voglia di spaccare il mondo ma col passare degli anni c’è stato un decadimento, la musica oggi è trap, C’è un uso sproporzionato dell’autotune. Ma tutto questo mi spinge ancora di più a continuare a fare musica.

Nella tua lunga carriera, prima in gruppo e poi come solista, immagino di aneddoti ne avrai tanti da raccontare. Con la schiettezza che ti contraddistingue, ce ne racconti uno che ricordi ancora con piacere?

La mia carriera è iniziata con il gruppo Ebrei, un nome scelto per provocare per ricordare a tutti lo sterminio e nella band c’era Bruno Limone che successivamente è andato a suonare con Bennato e Alan Sorrenti. Era una band veramente tosta ma poi sono stato chiamato per il servizio militare e sono andato a Milano e lì ho fondato il gruppo con cui, come ti dicevo prima, ho inciso il mio primo 45 giri, e poi negli anni 80 sono arrivati i Vanadium con cui abbiamo venduto 50mila dischi solo in Italia. In quegli anni già si percepivano le pressioni delle case discografiche per spingere un lavoro e così ho deciso di sciogliere anche i Vanadium decidendo di incidere musica da indipendente senza il supporto di nessuna etichetta. Per ritornare alla tua richiesta di un aneddoto, nel periodo in cui dormivo in auto, è successo che stavo dormendo sul sedile posteriore quando ho sentito qualcuno aprire lo sportello. Pensando fosse il proprietario dell’auto, ho iniziato a scusarmi spiegando che non avevo un posto dove andare…alla fine questa persona mi ha portato al bar a fare colazione: non era il proprietario bensì un ladro che voleva rubare l’auto.

Si dice che bisogna essere sempre pronti per salire sul famoso treno che passa solo una volta, c’è un’occasione che senti di aver perso e che pensi poteva dare una svolta alla tua carriera?

Di treni ne passano tanti, non è vero che ne passa uno solo nella vita. Il mio treno è stato con i Vanadium con Jim Farash un produttore di Los Angeles , con cui avevamo registrato l’album, ci propose di trasferirci in America ma per motivi che non sto qui a spiegarti, non andammo. Ecco, quello è un treno che è passato e che avrei voluto prendere ma non solo per la musica ma anche per andare via da questo Paese.

Ci racconti il tuo ultimo album The Devil’s Call”?

Innanzi tutto che nessuno pensi che Pino Scotto è diventato un satanista (ride ndr), The Devil’s call , la chiamata del diavolo, è perché sono anni che penso che solo tornando al blues possa salvare il rock’n’roll. The Devil’s Call è un album di 11 tracce , No fear no shame è il primo singolo in cui racconto che l’unico porto sicuro è l’abbraccio di una mamma. In Phantom Humanity racconto della finta attenzione verso gli stermini…oggi ne scrivono tutti e domani non se ne ricorda più nessuno. Catch 22 è una critica alla guerra e a coloro che la provocano. In A Dozen Souls c’è la contraddizione dell’uomo, il bene e il male; in Good and Evil dance scegli ogni giorno chi vuoi essere ed ancora in True friend l’ho scritto in un momento di paranoi in cui ho trovato il supporto di una persona e qui è nato questo brano sull’amicizia vera. Big Mama è una critica agli Stati Uniti d’America artefici di tante cose non dette. A time for war è una discorso che io faccio con Dio ed a cui chiedo risposte per questa comunità ormai alla deriva. Non te li ho citati tutti ma quasi!

Da rocker nazionale quale sei, una disanima dell’attuale panorama musicale?

Sono anni che la scena rock è ferma, ci sono tante band ma nessuna lascerà un’impronta importante ed è per questo che , come dicevo prima, dobbiamo tornare al blues!

Pino porterai The Devil’s Call in giro per l’Italia? Ci dai delle anticipazioni?

Sicuramente con i miei musicisti porterò in giro il disco ed i miei classici, c’è tanta voglia di suonare e spaccare tutto. Io sono convinto che la musica ma quella fatta con le palle e col cuore ci potrà salvare la vita.