Due padri, quattro figli e destini che si incrociano fra Sparta e Troia. Dalle origini dei fratelli alla vendetta di Clitemnestra, fino al culto dei Dioscuri, presente anche a Napoli. Elena guarda l’esercito greco dalle mura di Troia. Sa riconoscere Agamennone, Odisseo, Aiace. Cerca però altri due uomini: Castore e Polluce, i suoi fratelli. Si domanda se siano rimasti a Sparta o se preferiscano nascondersi, per la vergogna che lei avrebbe procurato alla famiglia. Il narratore dell’Iliade sa ciò che Elena ignora: entrambi sono già sotto la terra di Lacedemone.
Fra i guerrieri c’è anche il marito di sua sorella Clitemnestra, Agamennone. È lui a comandare la spedizione. I rapporti fra chi assedia Troia, chi vi abita e chi aspetta il ritorno dei combattenti passano dunque anche attraverso una famiglia spartana, quella di Leda e Tindaro.
Leda, Tindaro e un padre venuto dall’Olimpo
Prima di diventare re, Tindaro deve lasciare la propria terra. Nella Biblioteca dello Pseudo-Apollodoro, Ippocoonte e i suoi figli lo scacciano da Lacedemone. Tindaro trova rifugio presso Testio, combatte al suo fianco e ne sposa la figlia, Leda. Soltanto dopo l’intervento di Eracle, che uccide Ippocoonte, può tornare e assumere il potere.
È in questa famiglia che entra Zeus. Il dio raggiunge Leda sotto forma di cigno; nella stessa notte la donna si unisce anche al marito. Secondo il repertorio mitologico, Polluce ed Elena sono figli di Zeus, Castore e Clitemnestra di Tindaro.
Da qui viene la differenza fra i due fratelli in alcune storie sulla loro morte. Le altre fonti, però, raccontano diversamente le origini: negli Inni omerici entrambi discendono da Zeus e Leda.
I nomi conservano questa doppia appartenenza. Dioscuri significa “figli di Zeus”; Tindaridi richiama Tindaro e la sua casa. Il trentatreesimo Inno omerico adopera tutti e due gli appellativi nei versi iniziali.
Per Elena circola anche un’altra versione, riferita dallo stesso Pseudo-Apollodoro. Sua madre sarebbe Nemesi, dalla cui unione con Zeus nasce un uovo. Un pastore lo trova e lo porta a Leda, che lo custodisce in una cassa. Quando ne esce la bambina, la regina la cresce come figlia propria.
Non c’è quindi un’unica genealogia alla quale ricondurre ogni episodio. E i quattro figli più conosciuti non sono nemmeno gli unici: la Biblioteca ricorda anche Timandra e Filonoe.
Due matrimoni che legano Sparta agli Atridi
Quando arriva il momento di scegliere un marito per Elena, Tindaro si trova davanti molti pretendenti. Sono uomini potenti, e il problema è abbastanza semplice da capire: chi verrà escluso potrebbe reagire con le armi.
Nella versione dello Pseudo-Apollodoro, Odisseo suggerisce un accordo. Tutti giureranno di difendere il marito prescelto se qualcuno offenderà il suo matrimonio. Per il consiglio chiede un aiuto altrettanto concreto: Tindaro dovrà favorire le sue nozze con Penelope.
Elena sposa Menelao, che riceve dal suocero il regno di Sparta. Clitemnestra diventa moglie di Agamennone, fratello di Menelao e sovrano di Micene. Due sorelle hanno sposato due fratelli: le sorti delle loro case sono ormai strettamente legate.
Quando Paride lascia Sparta con Elena, Menelao cerca l’aiuto di Agamennone. Viene richiamato il giuramento e i sovrani sono sollecitati a partecipare alla spedizione. L’accordo che doveva evitare una contesa intorno alle nozze diventa così uno degli impegni su cui si fonda la guerra.
Il legame con Elena avrà per Menelao anche una conseguenza inattesa. Nell’Odissea riferisce che Proteo gli ha annunciato una destinazione nella pianura Elisia: essendo marito della figlia di Zeus, gli dèi lo considerano genero del loro sovrano.
Elena e le notizie che arrivano da casa
Nell’Iliade Elena si rimprovera per la vita lasciata a Sparta. Ricorda la figlia, i familiari, le compagne di un tempo. Priamo cerca di toglierle parte di quel peso: le dice che a suo giudizio sono gli dèi i responsabili della guerra.
Con Paride usa parole ben diverse. Dopo il duello con Menelao, Afrodite le ordina di raggiungere il principe troiano. Elena prova a rifiutare. La dea la minaccia e lei deve cedere; quando si trova davanti a Paride, però, gli esprime tutto il proprio disprezzo.
Nell’Elena di Euripide viene cambiato il presupposto della storia. La donna è rimasta in Egitto. A Troia, al suo posto, è stata condotta un’immagine con le sue sembianze. Chi la accusa crede quindi a una vicenda nella quale lei non ha avuto parte.
Fra le persone che incontra c’è Teucro, reduce dalla guerra. Non la riconosce, pur notando la somiglianza con la donna che detesta. Elena gli chiede notizie della propria famiglia: Leda è ancora viva?
La risposta è terribile. Secondo quanto riferisce Teucro, la madre si è tolta la vita per la vergogna legata alla figlia. Elena apprende così una conseguenza della propria reputazione che nessun chiarimento potrà riparare. È il destino attribuito a Leda in questa tragedia, dove l’errore di chi crede di conoscere la verità arriva a colpire anche la casa rimasta lontana da Troia.
Clitemnestra aspetta il ritorno di Agamennone
Per Clitemnestra la spedizione ha un costo preciso: Ifigenia. Nell’Agamennone di Eschilo, il comandante ha accettato il sacrificio della figlia ad Aulide perché la flotta possa partire. Ifigenia è anche nipote di Elena: la morte entra dunque nella stessa famiglia per la quale si prepara la guerra.
Un’altra tradizione, conservata nell’Epitome della Biblioteca, racconta che la violenza fosse cominciata prima delle nozze. Agamennone avrebbe ucciso il precedente marito di Clitemnestra, Tantalo, e il loro bambino, per poi sposarla. Questo antecedente appartiene a quella fonte; nell’opera di Eschilo il ricordo di Ifigenia rimane centrale nelle parole della regina.
Durante l’assenza di Agamennone, Clitemnestra si lega a Egisto. Anche lui ha una vendetta da compiere: suo padre Tieste ha subito le atrocità del fratello Atreo, padre di Agamennone. Al dolore della regina si aggiungono quindi un conflitto più antico e la possibilità di impadronirsi del regno.
Agamennone torna da vincitore. Porta con sé Cassandra, figlia di Priamo, ora prigioniera. Clitemnestra lo accoglie, lo invita a entrare nel palazzo e prepara l’uccisione.
Il delitto avviene fuori dalla vista degli spettatori. Dopo, la regina ne rivendica la responsabilità: ha avvolto il marito in un tessuto che gli impediva di difendersi e lo ha colpito. Anche Cassandra è morta. La vendetta della madre di Ifigenia ha raggiunto un’altra donna che la guerra ha già privato della propria casa.
Tindaro davanti al matricidio
Oreste torna per vendicare Agamennone e uccide Clitemnestra ed Egisto. Nell’Oreste di Euripide, Tindaro deve prendere posizione contro il nipote che gli ha ucciso la figlia.
Non difende ciò che Clitemnestra ha fatto al marito. Sostiene però che Oreste avrebbe dovuto accusarla e cercare una punizione secondo la legge, anziché compiere un altro omicidio.
A Menelao pone una domanda: se ogni figlio vendicasse un genitore uccidendo l’altro, dove finirebbe la catena delle morti? Oreste, dal canto suo, è convinto di avere assolto un dovere verso il padre. Ciascuno porta nel confronto un obbligo familiare, ma da quegli obblighi ricava una conclusione diversa.
Poi Tindaro passa alla minaccia. Menelao dovrà lasciare il nipote alla condanna dei cittadini; se lo aiuterà a evitare la lapidazione, non dovrà più mettere piede a Sparta. La distinzione fra vendetta privata e pena pubblica resta nel suo discorso, insieme alla volontà personale di ottenere una condanna.
Quando Castore e Polluce salvarono Elena
Molto prima di Paride, Elena era già stata portata via da Sparta. L’aveva rapita Teseo, quando era ancora giovanissima, conducendola ad Afidna, in Attica. Lì era rimasta sotto la custodia di Etra, madre dell’eroe.
Durante l’assenza di Teseo, Castore e Polluce avevano attaccato la città e recuperato la sorella. Avevano condotto via anche Etra come prigioniera. Nell’Iliade la ritroviamo al seguito di Elena, in una posizione opposta a quella che occupava ad Afidna.
La Biblioteca racconta anche il rapimento di Febe e Ilaira, figlie di Leucippo, poi diventate rispettivamente mogli di Polluce e Castore.
I fratelli partecipano inoltre al viaggio degli Argonauti. Castore è celebre per l’abilità con i cavalli; Polluce, che nelle fonti greche si chiama Polideuce, per il pugilato.
Apollonio Rodio racconta il suo incontro con Amico, re dei Bebrici. Il sovrano obbliga gli stranieri a combattere a pugni prima di lasciarli ripartire. Polluce accetta e Castore lo aiuta a legare alle mani le protezioni di cuoio.
Il duello dura, i due accusano la fatica e si fermano per riprendere fiato. Quando tornano ad affrontarsi, Polluce riesce a evitare un assalto del re e a colpirlo mortalmente. I Bebrici impugnano allora le armi: gli altri Argonauti devono intervenire per difendere il compagno.
La scelta di Polluce
La perdita di Castore arriva nel conflitto con Ida e Linceo, collegato in alcune versioni a una razzia e alla spartizione del bestiame.
Pindaro, nella decima Nemea, racconta che Polluce raggiunge il fratello ferito mortalmente. Castore respira ancora. Polluce si rivolge a Zeus e gli chiede di poter morire con lui.
Il dio gli spiega che hanno padri diversi e gli offre una scelta. Potrà vivere per sempre sull’Olimpo, senza conoscere morte e vecchiaia, oppure condividere con Castore un’esistenza divisa fra il cielo e il mondo sotterraneo.
Polluce sceglie il fratello. Zeus riapre gli occhi di Castore e gli restituisce la voce. Nel poema, da allora, trascorrono insieme un giorno presso Zeus e l’altro sotto terra, a Terapne.
I Dioscuri a Napoli
Il trentatreesimo Inno omerico presenta i fratelli come salvatori degli uomini e delle navi. I marinai li invocano nella tempesta; la loro apparizione annuncia la fine dei venti e delle onde. Alla coppia viene associata anche la costellazione dei Gemelli.
A Napoli il culto dei Dioscuri ha lasciato tracce in piazza San Gaetano. La basilica di San Paolo Maggiore occupa l’area del loro antico tempio, rifatto in età romana. Due colonne corinzie sono ancora riconoscibili nella facciata. Gran parte del fronte antico crollò durante il terremoto del 1688.
A Pompei sono invece le pitture dei gemelli presso l’ingresso ad aver dato il nome moderno alla Casa dei Dioscuri. Gli originali si trovano al Museo Archeologico Nazionale di Napoli; sul posto sono state collocate copie. Le loro immagini accoglievano chi entrava in una dimora privata, mentre il tempio napoletano apparteneva agli spazi pubblici della città antica.
