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AuDEMONE Laurentiis

Ha aspettato di vedere passare uno alla volta i cadaveri dei suoi nemici e, a memoria, non viene in mente nessuno dei suoi detrattori che sia riuscito a “mettere una scopa” con lui. Tra saluti con strette di mano e porte sbattute, non si ricorda uno solo di loro che possa dire di aver vinto la sua personale battaglia contro questo genio assoluto del male. Della prima categoria si ricordano gli Hamsik, i Cavani, i Lavezzi ma anche i Sosa, i Benitez, i Mertens, i Koulibaly ed un altro bel po’ di gente che non si è mai spellata le mani per lui e che probabilmente ha “goduto” della propria quota di problemi relazionali, ma che non ha mai faticato a riconoscerne i meriti indiscutibili. Poi ci sono quelli con i rapporti un po’ più conflittuali come gli Insigne, i Zielinski, i Sarri e qualcun altro trattato con le maniere brusche ma che, vuoi per scarsità di strumenti per confrontarsi alla pari (Insigne) vuoi per incompatibilità di natura valoriale (Sarri), sono usciti comunque con la consapevolezza di avere avuto a che fare con un uomo di statura e abilità non comuni. Poi ci sono quelli che gli si sono messi smaccatamente contro. E lì è un’ecatombe.

Higuain è stato il primo a sbattere col grugno sulla sua personalità granitica. Ha scelto la via dello scontro ed è riuscito a diventare l’ex calciatore del Napoli più odiato di sempre, nonostante il suo antagonista non godesse certamente di un amore universale. Ha fatto un paio di stagioni decenti alla Juve finendo per essere sputazzato fuori come un nocciolo di ciliegia col verme. E sì che non si trattava di una persona malvagia, tanto che il trauma che si è portato appresso ha trasformato la sua parabola post Napoli nella rincorsa di Wyle Coyote verso il precipizio. Qualche metro sospeso nelle alte sfere, per poi precipitare miserrimamente verso il suolo lasciando una pallida nuvoletta di polvere e di capelli.

Poi è toccato a Spalletti. Uno che sarebbe stato incondizionatamente eroe per i secoli a venire, nemmeno tre mesi dopo la vittoria dello scudetto ha giocato male una carta che sarebbe stato nel suo diritto mettere sul tavolo: l’anno sabbatico. Giocata male soprattutto perché le sue ragioni erano evidenti: dopo un’ubriacatura come quella, ripetersi sarebbe stato assolutamente impossibile. Ci sarebbero cascati tutti, se davvero fosse rimasto un anno a dare il pastone ai maiali e i muschilli alle papere. E invece l’avidità ha scartavetrato la sua armatura da semidio, al punto da mostrare l’omino all’interno della corazza, e ancora oggi lo si sente piangere per essere stato trattato male.

Allo scontro frontale si è aggiunto il nigeriano dalla chioma inverosimile che, sbatti un piede oggi, sbatti un piede domani, è finito da probabile crack mondiale a fare il gallo sulla monnezza in un campionato la cui difficoltà è classificabile nella categoria “Dries Mertens a 36 anni”, categoria poi surclassata da una ben più significativa “Icardi dopo Wanda Nara”.

Ci si è messo poi pure Kvaratskhelia a dimostrarsi omuncolo, tramando con pochissima discrezione alle spalle di tutti, fingendo fedeltà incondizionata, tanto da spingere Conte a sbilanciarsi con un “Napoli non deve essere squadra di passaggio”. Nel suo caso il risultato finale è ancora in bilico ma se dovesse andare male la partita di sabato sera sarebbe il fallimento più clamoroso e l’ennesimo trionfo morale del presidente contro lui e la sua banda di sensali.

In questo senso, una differente conseguenza della mediazione di Conte ha avuto la vicenda Di Lorenzo, che avrebbe potuto devastare il finale di carriera del capitano del primo scudetto, se invece di assecondare la preghiera dell’allenatore, si fosse messo in testa di andare allo scontro totale con il presidente. Ne è uscito sano ed oggi può fregiarsi di qualcosa che non è semplicemente indimenticabile, ma che rimarrà incastonato per sempre nella già corposa storia di questa città.

Ecco, Conte avrebbe potuto essere parte di quelli che uscivano con una stretta di mano (come Benitez), o con una discussione accesa (come Sarri) o sbattendo la porta (come Spalletti). I segnali erano tutti nella direzione dello scontro. Aveva iniziato ad agitarsi scompostamente già da tempo ed era arrivato ad un livello di abilità nel mettere le mani avanti, che oramai non vedeva manco più quello che aveva di fronte a sé. Il fatto che gli sia andata di culo a fine campionato, lo ha messo in condizione di non poter più sbattere la porta vaneggiando di manchevolezze societarie che avrebbero certamente trovato un bel po’ di proseliti e probabilmente è rimasto spiazzato dalla disponibilità posticcia del presidente a lasciarlo andare “senza rancore”. Questa scena inedita nell’affrontare una trattativa da parte del presidente ha messo allo scoperto qualcosa di veramente enorme e su cui in pochissimi si erano soffermati: il Napoli è l’unica realtà in Italia che può permettersi una progettualità. Juve e Inter annaspano nei debiti, il Milan annaspa in una disorganizzazione ManUnited style, Roma e Lazio sono incostanti e meno strutturate, l’Atalanta deve solo decidere quando vuol crescere davvero e smettere di essere fucina di talenti mordi e fuggi. Me lo immagino Antonio Conte nella solitudine della tazza del cesso, gomiti sulle ginocchia, mento sui palmi delle mani chiedersi: ma arò cazz’ vaco?

Antonio Conte farà un altro anno nell’unica squadra che ha vinto uno scudetto con la metà dei giocatori in rosa degli altri e la cui metà era rotta una settimana sì e l’altra pure, con un capitale da spendere che non è nelle disponibilità di nessuno e con un progetto di stadio prossimo all’avvio.

Tonì, tieni raggione, arò cazz’ vuliv’ i’?

Au DEMONE Laurentiis ha colpito ancora, e stavolta potrebbe davvero affondare tutti quanti