Il mondo sembra aver perduto i suoi margini. Le immagini satellitari raggiungono ogni costa, ogni deserto e quasi ogni tratto di oceano. Con pochi gesti possiamo osservare luoghi che fino a un secolo fa richiedevano mesi di viaggio. Le mappe, però, mostrano lo spazio e nascondono il tempo. Non raccontano i giorni trascorsi su una nave, l’attesa di una finestra di bel tempo o la difficoltà di ricevere medicine e pezzi di ricambio. È qui che la distanza torna a farsi concreta. La lontananza, inoltre, non possiede una sola misura. Esiste un punto oceanico più distante da qualsiasi terra, un luogo continentale più lontano dal mare e un’isola abitata raggiungibile soltanto via nave. Nessuno può rivendicare da solo il titolo di posto più remoto della Terra.
Dove la terraferma scompare
Nel Pacifico meridionale esiste un punto dal quale bisogna percorrere circa 2.688 chilometri prima di incontrare una terra emersa. Si chiama Point Nemo e non è un’isola: intorno ci sono soltanto acqua e orizzonte.
Le terre più vicine formano una sorta di triangolo. A nord si trova Ducie, nell’arcipelago di Pitcairn; verso nord-est emerge Motu Nui, presso l’Isola di Pasqua; a sud appare l’isola Maher, al largo dell’Antartide. Le tre distano quasi allo stesso modo dal punto centrale.
Il nome richiama il capitano Nemo, comandante del Nautilus in Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne. In latino, nemo significa “nessuno”. È difficile immaginare una definizione più adatta.
Una nave potrebbe attraversare Point Nemo senza accorgersi di nulla. Il mare non cambia colore e nessun segnale annuncia il primato. La NOAA Ocean Service lo identifica semplicemente come il punto dell’oceano più lontano dalla terraferma. La sua eccezionalità esiste soltanto sulle carte e nei calcoli.
Nel cuore dell’Eurasia
Rovesciando la domanda si arriva nell’Asia centrale: qual è il punto terrestre più lontano dal mare?
La risposta conduce nello Xinjiang, nel nord-ovest della Cina. Uno studio geografico ha individuato due possibili località, poste rispettivamente a circa 2.510 e 2.514 chilometri dall’oceano. La presenza di due candidati dipende dal modo in cui si disegna la costa e dalla decisione di considerare o meno alcune grandi baie come parte del mare aperto.
Il paesaggio è quello delle steppe e delle zone desertiche dell’interno asiatico. Nei dintorni, tuttavia, esistono strade e piccoli centri abitati. Raggiungere questa regione può risultare più semplice che sbarcare su un’isola distante poche centinaia di chilometri dal continente.
Il calcolo di Daniel Garcia-Castellanos e Umberto Lombardo chiarisce così una differenza spesso trascurata: essere lontani dal mare non equivale necessariamente a essere irraggiungibili.
Bouvet e Tristan da Cunha, due solitudini
Nell’Atlantico meridionale, Bouvet sembra una montagna emersa per errore dall’oceano. Quest’isola vulcanica norvegese si trova circa 2.500 chilometri a sud-ovest del Sudafrica, misura appena 49 chilometri quadrati e presenta coste alte e difficili da avvicinare.
I ghiacciai coprono quasi il 90 per cento della superficie. Nebbia, vento e mare agitato complicano lo sbarco anche durante le rare spedizioni scientifiche. Bouvet non ha abitanti permanenti: sulle sue coste vivono soprattutto foche, pinguini e uccelli marini. L’Istituto polare norvegese la descrive come una delle isole più isolate del pianeta.
Tristan da Cunha offre un’immagine completamente diversa. Sull’isola principale, nel villaggio di Edinburgh of the Seven Seas, meno di trecento persone conducono una vita fatta di case, campi coltivati, scuola e rapporti familiari.
Non esiste un aeroporto. Per arrivare bisogna partire in nave da Città del Capo, avere il permesso dell’amministrazione locale e fare i conti con le condizioni dell’Atlantico. Un ritardo della nave coinvolge l’intera comunità, perché insieme ai passeggeri viaggiano merci, posta e rifornimenti.
L’isolamento, qui, non appartiene al paesaggio: entra nel calendario. Il governo locale presenta Tristan da Cunha come l’isola abitata più remota del mondo. Il primato dipende dal criterio adottato, ma la vita quotidiana degli abitanti rende quella distanza molto più concreta di qualsiasi numero.
Ittoqqortoormiit, fra il fiordo e i ghiacci
Nel nord-est della Groenlandia, le case colorate di Ittoqqortoormiit sorgono all’ingresso del vasto sistema di fiordi di Scoresby Sund. Intorno vivono poche centinaia di persone; oltre l’abitato comincia una regione artica di montagne, tundra e ghiaccio marino.
La città dispone di una scuola, una chiesa, un piccolo centro sanitario e alcuni servizi essenziali. La caccia e la pesca conservano un ruolo importante, mentre il paesaggio cambia profondamente con le stagioni. In estate ci si sposta a piedi o in barca; durante l’inverno tornano le slitte trainate dai cani e le motoslitte.
Raggiungere Ittoqqortoormiit richiede diversi passaggi. I viaggiatori arrivano dall’Islanda all’aeroporto di Nerlerit Inaat e percorrono gli ultimi quaranta chilometri in elicottero, in barca oppure, in determinate condizioni, con la motoslitta. Durante l’estate approdano anche alcune navi da spedizione.
Qui la distanza assume il ritmo delle stagioni. L’apertura del mare, la formazione del ghiaccio e la visibilità possono cambiare le possibilità di movimento. La tecnologia mantiene i contatti con l’esterno, ma è ancora l’ambiente a stabilire come e quando si parte.
Pitcairn, l’isola degli ammutinati
Nel Pacifico meridionale, Pitcairn è l’unica isola abitata di un piccolo arcipelago che comprende anche Henderson, Ducie e Oeno. Il territorio appartiene al Regno Unito, mentre la sede amministrativa si trova ad Auckland, in Nuova Zelanda, a più di cinquemila chilometri di distanza.
L’isola misura poco più di tre chilometri in lunghezza. Ad Adamstown vivono circa cinquanta persone, discendenti in parte dagli ammutinati del Bounty e dalle donne tahitiane che li accompagnarono. Il villaggio sorge sopra Bounty Bay e si raggiunge percorrendo una salita chiamata, con evidente realismo, Hill of Difficulty.
Pitcairn non possiede un aeroporto. Gran parte dei collegamenti avviene attraverso una nave incaricata dal governo locale, in partenza da Mangareva, nella Polinesia francese, distante circa trecento chilometri. Anche dopo l’arrivo nella baia, persone e merci devono completare il trasferimento su imbarcazioni più piccole.
In una comunità tanto ridotta, ogni partenza o nuovo arrivo assume un peso visibile. L’isolamento non riguarda soltanto la distanza geografica: entra nella disponibilità di lavoratori, nell’assistenza medica e nella possibilità stessa di mantenere attivi i servizi essenziali.
Kerguelen, vivere al ritmo delle navi
Ancora più a est, nell’Oceano Indiano meridionale, si trovano le Kerguelen. L’arcipelago appartiene alle Terre australi e antartiche francesi e non possiede una popolazione civile stabile.
Dal 1950, la base di Port-aux-Français ospita a rotazione ricercatori, tecnici, medici e personale incaricato di mantenere in funzione le strutture. Per alcuni mesi formano una piccola comunità circondata da montagne spoglie, baie profonde e pianure battute dal vento.
I rifornimenti arrivano con la nave Marion Dufresne. Poiché il grande vascello non raggiunge direttamente la base, uomini e materiali completano il viaggio su un’imbarcazione più piccola. Ogni arrivo porta viveri, attrezzature, posta e volti nuovi.
Alle Kerguelen la lontananza ha reso possibile un osservatorio privilegiato. Gli studiosi seguono il clima, gli ecosistemi oceanici e le popolazioni animali lontano dai grandi centri industriali. L’amministrazione delle Terre australi e antartiche francesi mantiene Port-aux-Français come presenza permanente in un territorio senza città.
Un busto nel ghiaccio antartico
Il polo antartico dell’inaccessibilità indica la parte del continente più lontana dalle coste. La sua posizione non coincide con il Polo Sud geografico e nemmeno rimane perfettamente stabile.
Tutto dipende dal confine scelto. Se il calcolo parte dal margine esterno delle piattaforme di ghiaccio, il risultato è diverso da quello ottenuto prendendo come riferimento la linea in cui il ghiaccio incontra il terreno. Le piattaforme, inoltre, avanzano e arretrano. Uno studio del British Antarctic Survey ha mostrato che anche questo estremo geografico può spostarsi nel tempo.
Nel 1958 una spedizione sovietica raggiunse il luogo allora riconosciuto come polo dell’inaccessibilità e vi costruì una piccola stazione. Sul tetto collocò un busto di Lenin rivolto verso Mosca. La permanenza durò poco e gli esploratori abbandonarono l’edificio al ghiaccio.
Durante una visita compiuta nel 2007, la neve aveva ormai coperto la struttura; restavano visibili il busto e la targa. Il Sistema del Trattato Antartico protegge oggi quel che rimane della stazione come sito storico.
La distanza che resiste
I satelliti permettono di comunicare anche da molte di queste regioni. Non possono però calmare il mare, far atterrare un aereo dove manca una pista o consegnare in poche ore un medicinale.
Per questo i luoghi più remoti non appartengono soltanto alla storia delle esplorazioni. Bouvet protegge colonie di animali marini, le Kerguelen ospitano programmi scientifici, mentre Tristan da Cunha, Ittoqqortoormiit e Pitcairn conservano comunità capaci di vivere seguendo tempi molto diversi da quelli delle grandi città.
Le tecnologie hanno reso visibile quasi ogni angolo del pianeta, senza cancellarne le distanze. Una mappa può dirci dove si trova un luogo. Non può dirci quanto mare, ghiaccio, attesa e fatica occorrano per arrivarci.
