Un giovane guerriero giace a terra, ferito. Enea sembra disposto a risparmiarlo, poi riconosce sulla sua spalla un oggetto appartenuto a Pallante. Un istante dopo il poema finisce, prima ancora che Roma esista.
Gli ultimi sei libri dell’Eneide raccontano il cammino verso questa scena. Con lo sbarco nel Lazio, il viaggio per mare lascia spazio a una guerra costruita soprattutto sul modello dell’Iliade, tra assedi, eserciti e duelli.
I Troiani hanno raggiunto la terra promessa, ma il Lazio ha già città, sovrani e alleanze. Per stabilirsi, Enea dovrà modificarne gli equilibri.
Le mense divorate
Sbarcati presso la foce del Tevere, i Troiani consumano il primo pasto nella nuova terra. Usano focacce di farro come piatti e, dopo aver mangiato ciò che vi era stato appoggiato, divorano anche quelle.
Ascanio osserva scherzosamente che stanno mangiando perfino le mense. Enea riconosce il compimento della profezia delle Arpie: la fame annunciata da Celeno indica che il viaggio è finito.
Il Lazio è governato dal vecchio re Latino, che non ha figli maschi. Sua figlia Lavinia è corteggiata da numerosi principi, tra i quali emerge Turno, re dei Rutuli e favorito della regina Amata. Alcuni prodigi hanno però annunciato che la giovane dovrà sposare uno straniero. Dalla sua discendenza, secondo l’oracolo di Fauno, nascerà una stirpe destinata a una potenza straordinaria.
Latino accoglie gli ambasciatori troiani, offre loro una parte del territorio e riconosce in Enea il genero indicato dalla profezia. La nuova patria sembra raggiungibile attraverso un accordo, in coerenza con la pietas che impone all’eroe di proteggere la comunità affidatagli.
Giunone e l’inizio della guerra
Giunone sa di non poter impedire il destino, ma può ancora ostacolarlo. Aveva scatenato la tempesta che aveva condotto i Troiani a Cartagine e sperato che l’amore di Didone trattenesse Enea. Nel Lazio sceglie la guerra.
La dea chiama dagli Inferi Aletto, una delle Furie, e le ordina di seminare discordia. A essere colpita per prima è Amata. La regina si oppone alle nozze tra Lavinia ed Enea e sostiene Turno. Quando Latino non cambia decisione, nasconde la figlia sui monti e trascina con sé le donne del Lazio.
Aletto alimenta poi l’orgoglio di Turno, che considera Enea un invasore venuto a sottrargli il matrimonio e il potere.
La tensione sfocia nella violenza durante una battuta di caccia. Ascanio ferisce un cervo addomesticato, amato dalla famiglia del pastore Tirro. I contadini accorrono in armi, i Troiani reagiscono e cadono i primi uomini.
Latino tenta di resistere alle richieste di guerra, ma ha ormai perso il controllo degli eventi. Si rifiuta di aprire le porte del tempio di Giano, il rito con il quale vengono dichiarate le ostilità. Giunone interviene e le spalanca.
L’Italia in armi
Il racconto presenta gli eserciti radunati contro i Troiani: Rutuli, Volsci, Equi, Sabini ed Etruschi. Il lungo catalogo dà consistenza alla terra nella quale Enea vuole stabilirsi, legando ogni contingente a un territorio e a un comandante.
Non tutti gli Italici combattono dalla stessa parte. Alcuni seguono Turno, altri si uniranno a Enea. La guerra spezzerà e ricomporrà queste alleanze, preparando la fusione dalla quale nascerà Roma.
Tra i guerrieri si distingue Camilla, regina dei Volsci e protetta di Diana, tanto veloce da poter attraversare un campo senza piegare le spighe.
Evandro e la futura Roma
Durante la notte il dio Tiberino invita Enea a risalire il fiume. Una scrofa bianca con trenta piccoli confermerà che la meta è stata raggiunta; il numero prefigura i trent’anni dopo i quali Ascanio fonderà Alba Longa.
Enea raggiunge Pallanteo, un piccolo insediamento governato dal re arcade Evandro. Il villaggio sorge sul colle destinato a diventare il centro di Roma. Dove il Troiano vede boschi, greggi e altari, i lettori di Virgilio conoscevano il Foro, il Campidoglio e gli edifici della città augustea.
Evandro accoglie l’ospite durante una festa dedicata a Ercole e gli racconta la vittoria dell’eroe sul mostro Caco, che abitava in una grotta dell’Aventino.
Gli indica poi un possibile alleato. Gli Etruschi si sono ribellati al crudele Mezenzio, ora schierato con Turno, ma una profezia impedisce loro di scegliere un comandante italiano. Enea può guidarli proprio perché straniero.
Evandro gli affida anche il figlio Pallante. La scena rovescia la fuga da Troia: allora Enea portava sulle spalle il proprio padre; ora è un padre a consegnargli il figlio.
Lo scudo di Enea
Venere chiede a Vulcano di fabbricare nuove armi per Enea. Sullo scudo sono raffigurati episodi della futura storia romana: la lupa con Romolo e Remo, il ratto delle Sabine, la difesa del Campidoglio, Catilina e la battaglia di Azio, con Augusto alla guida delle forze romane contro Antonio e Cleopatra.
Virgilio riprende lo scudo di Achille nell’Iliade, ma vi incide una storia che deve ancora accadere. Enea solleva sulle spalle la gloria e il destino dei discendenti senza comprendere ciò che vede: dopo Anchise, porta ora il peso di Roma.
Eurialo e Niso
Mentre Enea cerca alleati, Turno assedia l’accampamento troiano. Durante la notte Niso decide di attraversare le linee nemiche per avvertirlo; Eurialo insiste per accompagnarlo.
I due penetrano nell’accampamento avversario e uccidono numerosi guerrieri addormentati. Il successo li trattiene più del necessario e li spinge a impadronirsi degli oggetti appartenuti ai morti.
L’elmo di Messapo, indossato da Eurialo, riflette la luce della luna e rivela la sua presenza. Niso riesce a fuggire, ma torna indietro quando scopre che l’amico è stato catturato. Il tentativo di salvarlo fallisce ed entrambi vengono uccisi. Le loro teste sono conficcate sulle lance e mostrate ai Troiani.
Virgilio promette che la memoria dei due giovani sopravvivrà finché esisterà Roma.
Turno nell’accampamento di Enea
Durante l’assalto Turno entra nella fortificazione troiana e per alcuni momenti sembra capace di distruggere da solo l’esercito nemico. I difensori chiudono però le porte alle sue spalle e lo circondano.
Turno continua a combattere, poi raggiunge le mura e si getta nel Tevere con tutte le armi. Il fiume lo restituisce ai compagni.
Il re dei Rutuli è un avversario coraggioso e legato alla propria terra. La sua forza lo avvicina agli eroi dell’Iliade e rende meno semplice la contrapposizione con Enea.
La morte di Pallante
Durante il consiglio degli dèi, Venere accusa Giunone di perseguitare i Troiani; Giunone risponde che sono stati loro a portare le armi in Italia. Giove dichiara che non favorirà nessuno dei due schieramenti: saranno i destini a trovare la propria strada.
Enea ritorna con gli alleati etruschi. Nella battaglia Pallante si trova di fronte a Turno e prega Ercole, un tempo ospite di Evandro. Il dio lo ascolta e piange, ma non può salvarlo.
Turno uccide il ragazzo, gli strappa una preziosa cintura decorata e decide di indossarla. Quel trofeo conserverà la memoria della vittoria e provocherà la sua morte.
Quando apprende la notizia, Enea abbandona ogni moderazione. Fa prigionieri alcuni giovani destinati a essere sacrificati sul rogo funebre di Pallante e attraversa il campo cercando Turno. Il suo comportamento si avvicina al furor già conosciuto durante la caduta di Troia. Alla responsabilità verso Evandro si unisce il desiderio di vendetta.
Lauso e Mezenzio affrontano Enea
Giunone salva temporaneamente Turno attirandolo lontano dalla battaglia con una falsa immagine di Enea. A sostenere lo scontro rimane Mezenzio, l’ex sovrano etrusco noto per la propria crudeltà, accanto al quale combatte il figlio Lauso.
Quando Mezenzio viene ferito, Lauso si pone davanti al padre per proteggerlo. Enea lo uccide, ma la devozione del giovane gli ricorda il proprio rapporto con Anchise.
Mezenzio torna allora a combattere, pur sapendo di non poter vincere. Prima di morire chiede soltanto di essere sepolto accanto al figlio. Il legame con Lauso rivela nel tiranno una dimensione che il suo ruolo politico aveva nascosto.
Pallante torna dal padre
Il corpo di Pallante viene riportato a Evandro su un letto coperto di rami e fiori. Il vecchio re non accusa Enea e riconosce che il figlio ha ottenuto una morte degna di un guerriero, ma le parole sulla gloria non attenuano il dolore. Chiede che Turno venga punito.
Una tregua permette ai due eserciti di raccogliere e seppellire i caduti. Intanto gli ambasciatori latini inviati a Diomede ritornano senza aver ottenuto un’alleanza. L’eroe greco, che aveva combattuto contro Enea a Troia, non vuole affrontarlo di nuovo e consiglia di cercare la pace.
Durante il consiglio, Latino propone di concedere terre ai Troiani. Drance accusa Turno di sacrificare il popolo per il proprio interesse e lo invita ad affrontare Enea in duello. La discussione viene interrotta dall’avanzata dell’esercito troiano verso la città.
Enea contro Camilla
Turno prepara un’imboscata contro Enea e affida a Camilla la difesa della pianura. Suo padre Metabo, fuggendo dalla propria città, l’aveva portata con sé ancora bambina. Per attraversare un fiume in piena l’aveva legata a una lancia e scagliata sull’altra riva, promettendola a Diana se fosse sopravvissuta.
Cresciuta nei boschi e abituata alle armi, Camilla uccide numerosi avversari. Viene infine attirata dalla ricca armatura di un nemico e Arrunte approfitta della distrazione per colpirla con una lancia.
La ninfa Opi, per ordine di Diana, uccide Arrunte e vendica Camilla. La morte della guerriera provoca però il cedimento delle forze italiche. I superstiti fuggono verso la città e molti vengono schiacciati davanti alle porte.
Il duello rinviato tra Enea e Turno
Turno accetta di affrontare Enea. Il vincitore sposerà Lavinia e i due eserciti porranno fine alle ostilità.
Giunone permette però a Giuturna, sorella di Turno trasformata in ninfa, di intervenire. Assunto l’aspetto di un combattente latino, Giuturna spinge gli Italici a rompere la tregua. L’augure Tolumnio scaglia il primo colpo contro i Troiani e la battaglia ricomincia. Enea viene ferito da una freccia, ma Venere lo guarisce di nascosto.
Giuturna continua a sottrarre il fratello allo scontro guidandone il carro lontano da Enea. Il Troiano decide allora di attaccare la città. Amata, credendo Turno morto, si toglie la vita.
Quando lo scopre, Turno comprende che la fuga sta provocando la rovina dei suoi. Ordina alla sorella di lasciarlo andare e si prepara al combattimento.
L’accordo tra Giove e Giunone
Giove chiede a Giunone di porre fine alla propria ostilità. La dea accetta, purché dalla fusione tra i due popoli sopravvivano il nome, la lingua e i costumi dei Latini.
La discendenza di Enea continuerà, mentre il nome di Troia scomparirà. La vittoria dei Troiani coincide così con la scomparsa del loro nome. La conquista del Lazio non porterà alla ricostruzione della città perduta: i nuovi arrivati troveranno una patria trasformandosi insieme agli uomini che hanno combattuto.
La morte di Turno
Turno tenta di colpire Enea, ma la spada si spezza contro l’armatura fabbricata da Vulcano. Nella confusione ha preso quella ordinaria dell’auriga Metisco al posto della propria. Giuturna prova ancora ad aiutarlo, finché Giove le ordina di ritirarsi.
Enea scaglia la lancia e lo ferisce. Caduto a terra, Turno riconosce la sconfitta. Chiede pietà per il vecchio padre Dauno e invita Enea a restituirgli il proprio corpo.
Enea sembra disposto a risparmiarlo, poi vede la cintura di Pallante. Il ricordo riaccende la collera: dichiara che è il giovane ucciso a compiere la vendetta e affonda la spada nel petto di Turno.
Il poema termina mentre la vita del guerriero scende tra le ombre.
Un finale senza trionfo
L’Eneide non racconta il matrimonio con Lavinia, la fondazione di Lavinio o la riconciliazione tra i popoli. Virgilio si ferma sull’immagine di un uomo ucciso.
Enea ha vendicato Pallante e mantenuto l’impegno assunto verso Evandro. Colpisce però un nemico sconfitto che gli ha appena chiesto pietà. Il gesto può essere interpretato come l’esecuzione di una giustizia necessaria oppure come una vittoria del furor. L’interruzione del racconto lascia aperta la contraddizione.
All’inizio del poema Enea portava Anchise sulle spalle e teneva Ascanio per mano. Salvava il padre, il figlio e gli dèi della casa. Alla fine è in piedi sopra il corpo di Turno, con la spada in mano.
La storia di Roma prende forma tra queste due immagini. Il viaggio conserva la memoria di Troia e prepara il futuro dei suoi discendenti; la guerra ricorda che la nuova patria viene conquistata attraverso la morte di chi già la abitava.
Virgilio celebra la grandezza di Roma senza nascondere il prezzo pagato per costruirla.
