Ieri sera si è avuta la dimostrazione plastica che la regola che due negazioni affermino, sia applicabile solo alla grammatica.
Due che nei rispettivi mestieri possono essere tranquillamente considerati molto prossimi alla rappresentazione del Genio, hanno voluto fare di concerto l’unica cosa in cui sono entrambi delle pippe intarsiate da collezione: una conferenza stampa di commiato.
Ne è venuta fuori una baracconata da fiera di paese. Uno shakerato di patetico e grottesco con granella di ridicolo e soprattutto una figura di merda epocale in mondovisione.
Cinque domande che poi diventano quattro, ma anche otto. Il giornalista che fa la domanda a Conte, e Lombardo “Head of Communication” della SSC Napoli, sempre simpatico come un un fecozzone a mano aperta su un eritema solare, che decide che a quella domanda risponde il Presidente.
Aurelio che tenta di impadronirsi del cervello di Conte e risponde al posto suo per dieci minuti sperando che nessuno si accorga che è la sua bocca a muoversi, tentando di chiudere il discorso e passare ad altro, per poi sentirsi dire da Conte qualcosa tipo “col cazzo, adesso dico io come è andata”.
E giù con il quarto d’ora di encenecostaelacremestamerica… ad un certo punto si è visto nitidamente girare il panariello per l’offertorio accompagnato da una sinfonia di sciosciamenti di naso, tanto che sulla sponsor board si è materializzata la figura della Matalena per rivendicare il monopolio del chianto.
Il tutto è terminato con l’elegantissima sortita del nostro ex allenatore che alla domanda sulle possibilità di una sua investitura nel ruolo commissario tecnico della nazionale ha risposto qualcosa tipo: siete dei puzzati di fame e vi dovreste vendere le mamme e le mogli per pagarmi.
Si è finito con abbracci, inviti, promesse di amicizia eterna e soprattutto con la sensazione netta che Antonio Conte abbia affermato, senza essere fermato, che Napoli è una piazza dove è impossibile lavorare. Difficile, da napoletani, non sentire ritornare l’eco di “posto di merda”. Praticamente vent’anni di lavoro di questa compagine societaria buttati al cesso perché al signorino vengono le lacrimucce se qualche giornalista locale dice che il suo gioco fa cagare e che le partite delle sue squadre sono di una noia mortale.
Sipario
PS. I trofei vinti meritano il più sentito dei ringraziamenti, ma le parole vanno trattate con cura. Ripetere per cinque, sei volte la parola “falliti” all’indirizzo di chi esercita il diritto di critica è davvero una roba da poveracci. Tanto più se a farlo è uno che a fine anno si ritrova un fracco di banconote osceno sul proprio conto corrente. Nei due anni passati in questo posto dove “non si può lavorare serenamente” c’è una quota-parte piuttosto ampia di questo bottino destinata alla sopportazione delle pressioni. Uno può scegliere di mangiarsi quella parte di soldi alla faccia di chi critica, come fanno alcuni, oppure spenderli da uno psicologo per migliorare la propria capacità di sopportazione come fanno altri. Nessuno di questi privilegiati strapagati ha il diritto di mollare perché viene giudicato per il suo modo di lavorare.
Tanto più che i soldi gli arrivano dal sacrificio di gente che ha nel tifo calcistico il solo anestetico per una vita complicata, faticosa e molto spesso di merda e che tutto vorrebbe sentire, tranne che nella sua città non si può lavorare. Soprattutto se a dirlo è uno che per il suo lavoro prende otto milioni di euro netti, vale a dire il corrispettivo di 550 anni di lavoro di chi si fa un mazzo a tarallo per 1200 euro al mese, che in questa città può considerarsi perfino un privilegiato.
