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Fish-Eye: Il calcio italiano è morto

E no, questa volta non c’entrano prescritti, corrotti, collusi, scommettitori, dopati e nemmeno associazioni a delinquere, frodi sportive e plusvalenze fittizie.

Il fallimento miserrimo della nazionale per il ventesimo anno consecutivo (mancata qualificazione per tre edizioni e figure di merda ai gironi per le due precedenti) ha un nome molto preciso e molto evidente: gerontocrazia. Davvero non si riesce a digerire questo senilismo patologico che ammanta ogni discussione ed ogni previsione di investitura quando si parla del calcio italiano.

Non si spiega perché in questo paese, che ha ampiamente e inequivocabilmente dimostrato che la classe dirigente della generazione dei Baby Boomer (alla quale appartiene chi scrive, a scanso di accuse di becero antagonismo) e la Generazione X sono composte per la stragrande maggioranza da mezze seghe, si incocci pesantemente su nomi di cariatidi di indubbia incapacità che bazzicano questi lidi dagli stessi vent’anni in cui si è dimostrato che non esiste al mondo un declino di competenze come quello del calcio italiano. A sentire i nomi dei possibili successori al soglio figgiccino di Papa Perdente Primo, viene una irrefrenabile voglia di tavuto.

Abete (75) e Malagò (67) sembrano ormai avviati ad una sfida a due. I nomi dei “giovani” Tommasi (51), Albertini (54), Maldini (57), Del Piero (51), Baggio (59) sono stati lanciati nell’aere dalla stampa ma non hanno mai avuto una reale speranza per evidente timore che la pubertà influisse sulle loro decisioni. Per quanto riguarda la guida tecnica il Poverogattuso (tutt’attaccato per fusione narrativa ormai indissolubile – 48) ha dato. Per sostituirlo sono stati sparati un po’ a cazzo e un po’ no i seguenti nomi: Conte (56), Allegri (59), Mancini (62), Inzaghi (53), Sarri (67), Mourinho (63), Gasperini (68) e da qualche ora perfino Ranieri (75), il profeta della resurrezione della Roma, segato al primo scazzo con il fetosissimo Gasp che lui stesso aveva individuato come suo degno erede… un occhio lungo della madonna!

Insomma, il destino del nostro calcio sembra essere quello di andare avanti di agonia in agonia. Anche la venerazione italiana per la vetustà è una distorsione culturale recente, non certo un’eredità dei padri della civiltà. I senatori romani ad esempio avevano grande influenza, sì, ma non erano loro a comandare sul campo: giudici, questori, pretori, consoli e generali raramente superavano i quarant’anni. Gli imperatori più famosi, Augusto, Nerone, Caligola, Caracalla hanno preso in mano l’impero quando avevano da poco iniziato a titillarsi il giuggiolo. Per trovare un imperatore ultrasessantenne si deve scavare nei meandri di chicazzè.com (chi dice di conoscere Galba, ad esempio, mente sapendo di mentire). L’unico conosciuto della categoria, Vespasiano, ha legato il suo nome ai problemi di ipertrofia prostatica più che alla magnificenza dell’impero. Per tornare ai tempi recenti e all’ambito calcistico, anche Bearzot e Lippi erano intorno ai 55 al tempo delle rispettive vittorie dei mondiali e per trovare CT con meno di 45 anni si deve risalire al solo Edmondo Fabbri che nel 1962 ne aveva 41.

E’ tempo di una rivoluzione vera, di qualcosa che cambi completamente una mentalità morta e sepolta, figlia del tempo malato che ha generato quel saldissimo binomio fatto di potere e denaro che ha portato il mondo ad essere governato da vecchi rincoglioniti quando va bene e vecchi pazzi quando va male.
Mettiamo alla guida della nazionale Carlos Cuesta (30) o Francesco Farioli (37) che è pure italiano e che non allena in Italia per i motivi di cui sopra. Cambiamo il paradigma. Scommettiamo su chi ha una visione del mondo completamente diversa da quella di chi il mondo lo ha ridotto a quello schifo che è oggi. Vietiamo qualunque ruolo apicale del calcio italiano agli over 50 e vediamo cosa cazzo succede. Nessuno, proprio nessuno, potrà mai fare peggio di quello che si è visto fino ad oggi.

Il calcio italiano deve risorgere e credo che sia morto abbastanza per poterci riuscire.