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A volte viene da chiedersi davvero che cosa resti di questo Paese e di quella descrizione risorgimentale che gli studenti italiani sono ancora tenuti ad apprendere, secondo un disegno immutato, da più di settanta anni (e appena modificato in cento sessant’anni). La nostra riflessione scaturisce infatti dalla comparazione, e dalla discrasia, tra questa pietra angolare della scuola italiana, in cui appare un Nord patriotticamente ansioso di ricongiungersi al povero Sud, e l’acredine astiosa con la quale le testate giornalistiche del Nord Italia, da sempre, parlano di Sud.


Una “tradizione” quindi fondata su una contraddizione tra il racconto storico e il sentimento reale. Un sentimento di palese avversione che ultimamente esprime anche un “salto di qualità” conferendo alle “tradizionali” aggressioni verbali una fisionomia nuova e sconcertante. Pochi giorni or sono infatti i titoli di importanti testate del Nord si rallegravano apertamente di come “finalmente” i contagi al Sud, e in particolare in Campania, stessero crescendo in misura soddisfacente riportando le cose al posto giusto. Ciò che significa evidentemente il ripristino dello stereotipo consueto per cui “il Sud sta sempre peggio del Nord” e per cui Napoli è metro di paragone per ogni cosa negativa del Paese.
È uno stile giornalistico ormai consueto di cui in genere non ci curiamo, ma quando il malcelato rallegrarsi si fonda sulla morte, reale, e non metaforica, di un pezzo di quello che – vuoi o non vuoi – è anche il loro Paese, alla cui fondazione hanno con protervia partecipato i loro avi, la cosa induce a una riflessione assai grave, e viene da chiedersi: se un mezzo di informazione di ampia diffusione gioisce apertamente dell’epidemia che colpisce il Meridione, per affermare il proprio miserabile, presunto, primato, può ancora dirsi dentro i parametri di una dialettica legittima e istituzionalmente accettabile? A sbilanciare ulteriormente il quadro c’è la constatazione che questa acredine è unidirezionale, non si fonda cioè sulla reciprocità. Ci sembra assai utile in tal senso ricordare che all’ “abbraccio” della tifoseria del Napoli che tendeva la mano alle popolazioni colpite da “ Covid 19 ”, immortalato anche da una foto, sono seguiti sdegnosi rifiuti e insulti delle tifoserie di quei luoghi. Al contributo medico, molto o poco efficace non importa, che Napoli ha generosamente offerto per aiutare anche il Nord, è seguito solo disprezzo e insulto. Ci chiediamo quindi se ciò non significhi la manifestazione ormai conclamata e innegabile di razzismo, poiché non può essere giustificato altrimenti un sì nutrito carnet di manifesta avversità, rilevabile ormai in ogni ambito.


Pertanto, se la storiografia ufficiale continua a rappresentare una civiltà prodotta dal Nord ed estesa “beneficamente” al Sud, mentre la realtà delle cose dice che il Sud non beneficia oggi, né ha beneficiato mai, di questa “esportazione” di progresso, ha ancora ragione di essere questa rappresentazione? In tal senso è importante ricordare che viviamo un tempo straordinario in cui – nonostante grandi ingiustizie ancora esistano – volgiamo a grandi passi verso il riconoscimento di parità e diritti di genere, di appartenenza sessuale e di culture, etc. In questa controversa ma grande epoca dunque, il nostro Meridione deve per forza restare l’unica categoria che, per utile di un impianto storiografico fondativo, è costretta ad accettare l’insulto, la soggezione politica e poi persino il rallegrarsi altrui dei lutti che lo colpiscono?
Di fronte a tutto ciò vale davvero la pena chiedersi a chi torni utile quell’“oblio storico” invocato da noti giornalisti, guarda caso sempre del Nord. E chiedere, anche, se razionalmente a quelli, e a quanti sostengono questa idea, sembri naturale pretendere da una parte l’accettazione dell’ “oblio”, pur di conservare la mitologica narrazione fondativa del Paese, e dall’altra tollerare le più grasse manifestazioni di razzismo, di insulto, e persino il cinico rallegrarsi per la tragedia.