Torna anche questa settimana l’appuntamento con i racconti dell’emergenza sanitaria mondiale vista dai napoletani che vivono all’estero e possono illustrarci le condizioni nel loro paese adottivo e il loro sguardo sulla nostra città in questo momento così complesso. Oggi andiamo oltreoceano, in Canada, da dove Roberta Miceli ci illustra la situazione di Toronto e il suo parere sulla situazione italiana.

Roberta Miceli

L’emergenza ha creato già qualche disagio nel rapporto con l’Italia in queste prime settimane?
Essendo rientrata a Toronto a metà gennaio scorso non avevo in programma di ritornare a Napoli nell’immediato. Ma ai primi di aprile ho ricevuto una cartolina-avviso dal Comune di Napoli relativa alle elezioni suppletive del Senato del 23 febbraio scorso.

Come sta vivendo l’emergenza a Toronto?
Da ciò che sento da amici a parenti, e da quanto ascolto al telegiornale, nello stesso modo in cui la si sta vivendo in Italia.

Può raccontare brevemente la situazione nel Paese in cui vive?
I numeri dei contagi in Canada sono iniziati ad aumentare circa due settimane fa. Il lockdown, invece, è iniziato gradualmente circa un mese fa. Nel giro di due settimane hanno chiuso tutti gli esercizi commerciali non essenziali lasciando aperti solo supermercati, farmacie, e ristoranti/bar/fastfood per l’asporto. Il Canada ha una bassa densità di popolazione, che sta facendo e che potrebbe fare la differenza dei numeri finali.

Come viene gestita l’emergenza sanitaria?
I numeri ufficiali dei contagi sono ancora bassi, se confrontati con quelli dell’Italia, ma vengono fatti pochissimi tamponi e c’è un ritardo nella pubblicazione dei risultati. Qui hanno avuto tempo di prepararsi e massimizzare la capacità delle strutture ospedaliere per far fronte allo scenario più disastroso. Sono stati però sospesi tutti i trattamenti sanitari non essenziali. La maggior parte dei decessi avviene nelle case di riposo, dove il virus si propaga e miete vittime ad una velocità considerevole.

Il governo del paese com’è intervenuto per gestire la conseguente crisi economica?
È stato varato un piano di aiuti economici capillare, sia per le imprese sia per i lavoratori. Nello specifico, chi ha perso il lavoro a causa della pandemia, riceverà aiuti dal Governo pari a duemila dollari per i primi quattro mesi, tramite un programma denominato CERB. Dal quinto mese in poi, ove persista la mancanza di un impiego, si riceverà un deposito mensile pari al 75% dello stipendio che veniva corrisposto dall’ultimo datore di lavoro, per un massimo di ulteriori dodici mesi.

Come vede da lì l’emergenza in Italia e a Napoli in particolare?
L’Italia è stata nell’occhio del ciclone nelle prime settimane ma adesso hanno capito anche qui che il problema è molto complesso. Personalmente credo che la risposta dell’Italia – colpita per prima tra i paesi occidentali – sia stata la migliore possibile date le circostanze e il Canada sta seguendo una strada simile. Napoli mi sembra che abbia reagito bene. La popolazione è stata collaborativa e i numeri dei ricoveri mi sembrano, tutto sommato, bassi.

Non nota, quindi, grandi differenze con la situazione del Paese dove vive?
Non molte a dire la verità. Anche qui la stragrande maggioranza della popolazione segue le indicazioni del Governo. Poi c’è una piccola minoranza che, invece, le ignora apertamente. Forse qui c’è maggiore ignoranza in termini di informazioni sulle modalità di trasmissione del virus. Per motivi storico-politici, qui non si è voluto vietare di uscire di casa, ma il messaggio è stato chiaro e ribadito: limitare le uscite al minimo e solo per necessità.

Pensa che quest’emergenza possa cambiare le abitudini di chi vive all’estero in relazione alla possibilità di mantenere i rapporti con la sua città?
Non credo, onestamente. Questa pandemia avrà un termine e noi torneremo a una vita più o meno normale. Ci saranno dei cambiamenti, questo è ovvio. Sentivo parlare proprio ieri che, una volta passato questo momento, i controlli sanitari negli aeroporti verranno intensificati. Immagino che sarà un po’ come quello che è successo all’indomani dell’11 settembre. Ci siamo adattati a quel cambiamento, ci adatteremo anche a questo.

Dalle informazioni che ha, crede che l’Italia possa uscire dall’emergenza prima del Paese in cui vive?
Sembrerebbe di sì. Qui si parla di fine giugno-inizio luglio per vedere la fine della prima ondata di contagi, mentre in Italia pare che si possa intravedere uno spiraglio già nel mese di maggio.