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L’obesità e la cultura alimentare

In Campania ci sono 700mila persone che soffrono della patologia di cui il 36 % sono bambini: bisogna intervenire

di Gennaro Avano

Dopo aver analizzato la bontà e la storicità della gastronomia napoletana vogliamo per un momento portare la nostra riflessione sulla cronaca, senza perdere il filo del discorso gastronomico. È infatti di poche settimane or sono la notizia che la Regione Campania, e pertanto anche Napoli, deterrebbero – nel già ricco carnet di problematicità – anche quello di rappresentare il territorio con la maggiore incidenza obesità rispetto alla media nazionale.
In Campania, secondo le stime dei più accreditati istituti, sono circa settecentomila gli obesi e ben tre milioni le persone sovrappeso. Cosa ancor più grave è che in questo quadro, già di per sé drammatico, il 36% degli individui in tale condizione sarebbero bambini.
Nel merito si sono immediatamente levate campagne informative, volontà di istruire consumatori disattenti, iniziative tutte lodevoli, per carità, ma dal taglio fortemente clinico e, secondo noi, assai poco influenti sul piano dell’efficacia.
È indubbio che il problema riguarda la perdita della correttezza alimentare, ma il dato diventa di rilevanza sociologica quando ad essere coinvolta è la regione in cui è stata teorizzata niente meno che la “Dieta Mediterranea”. L’inizio della riflessione di Keys, ricordiamo, ebbe infatti luogo alla fine degli Anni ‘50 presso il Policlinico vecchio di Napoli ed ebbe come oggetto di studio i Vigili del fuoco della caserma di Via del Sole che, con meraviglia del fisiologo americano, neppure vagamente manifestavano le problematiche legate all’obesità e ai relativi disturbi cardiocircolatori.


Ci sembra allora il caso di tentare un collegamento tra i dati e la sociologia del territorio ricordando che si tratta di un ambiente, quello campano, con un altissimo tasso di disoccupazione e precarietà lavorativa. Il dato sembrerebbe confliggere con la sovralimentazione ma, se confrontato con quello dei territori statunitensi sofferenti la medesima precarietà lavorativa, notiamo, incredibilmente, lo stesso fenomeno. Anche negli Usa infatti l’incidenza dell’obesità riguarda gli ambienti più disagiati.
Tale stato di cose rappresenta forse la cifra più identificativa della società occidentale dove ciò che proprio non si soffre è – quasi sempre – l’indigenza. La reale sofferenza pertanto è la qualità degli alimenti.
Non è un caso crediamo quello che nella Città con tale tasso di disoccupazione, e di obesità, abbia avuto negli ultimi anni un incremento esponenziale il Discount Alimentare. Il nostro bistrattato territorio risulta così – incredibilmente – appetibile a numerosi marchi del Nord.
Sia chiaro non vogliamo dire che Discount sia sinonimo di scarsa qualità, tuttavia non dobbiamo offendere la nostra intelligenza convincendoci che l’enorme abbattimento dei costi consista solo in una gestione più economica e in un packaging più sobrio.
La fortuna delle linee alimentari mediocri sta certamente nella scarsa capacità di discernimento del consumatore che, ancora oggi, non riesce a (o non può permettersi di) escludere prodotti che annoverano tra gli ingredienti i terribili grassi idrogenati. Che non può permettersi la memoria lunga di ricordare gli scandali, recenti, dei prodotti caseari “scaduti, bonificati e reimmessi sulle tavole degli ignari consumatori” come recitava un articolo di Repubblica di qualche anno fa in merito a un’inchiesta che vedeva impegnate le procure di Cremona e Piacenza.


Comprendiamo che è difficile dire di no al nostro bambino, anche quando il portafogli langue.
Ricordiamoci però che questo aspetto del comportamento alimentare, che non si vede immediatamente, avrà ricadute in un futuro non remoto.
A nostro avviso ciò che bisogna ritrovare è anche un certo orgoglio delle nostre vecchie pratiche alimentari, un sano campanilismo dell’alimentazione, il quale – se atteso – darebbe subito risultati in termini di salute.
Ciò che sentiamo allora di dire al consumatore napoletano è: Signò nunn’accattate ‘e ffetenzie a ‘e figlie vuoste, facitece ‘o ppane cu a pummarola, ma ‘a pummarola d’ ‘o verdummaro!

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