Vincenzo De Luca viene da lontano. Una lunghissima carriera politica, fino a cinque anni fa scandita da una proficua esperienza alla guida di Salerno, inframmezzata da una lusinghiera parentesi parlamentare. Ma nulla di più. Poi, nel 2015, la candidatura alla Regione, in rappresentanza del centrosinistra (e con molti mal di pancia nel Pd) e un successo risicato, per una manciata di voti sull’uscente Caldoro, solo grazie ad un imprevedibile cambio di casacca, maturato qualche minuto prima della chiusura delle candidature, da parte dell’inossidabile De Mita.
Anche i primi anni della sua gestione da presidente della giunta regionale non erano stati caratterizzati da particolari meriti. Sanità sempre allo sbando, lunghissime file di attesa per le visite specialistiche, barelle nei corridoi, sistema dei trasporti allo sbando. E persino un’adesione, seppur con qualche distinguo, alla follia dell’autonomia differenziata, cavallo di battaglia dei nordisti più sfrenati. Ordinaria amministrazione, non passeranno alla storia i primi quattro anni dell’amministrazione De Luca.
Solo Crozza con le sue colorite imitazioni lo aveva fatto emergere dall’anonimato, proiettandolo al di là del ristretto ambito regionale. Ma parliamo di cabaret, non di politica.
Poi è arrivato il coronavirus e il presidente, trasformatosi in guardiano della salute pubblica, ha sfoderato tutto il bagaglio di sarcasmo e di ironia, tutta la sua verve comunicativa, si è inventato i lanciafiamme, i cinghialoni e la prostatite ai polmoni e nel breve volgere di un paio di mesi è diventato una star del circo mediatico, accreditando l’immagine del decisionista che non guarda in faccia a nessuno pur di raggiungere lo scopo, battere il covid. La sua fama ha valicato i confini dell’oceano, persino Naomi Campbell ha preso a postare i suoi video virali e scoppiettanti. Al naturale è apparso agli occhi dei telespettatori persino più bravo di Crozza. Un expolit assoluto. E così da perdente che era fino a febbraio (dieci punti in meno di qualsiasi candidato del centrodestra), si è trasformato in un match-winner, secondo in Italia per percentuale di consensi solo all’inarrivabile Zaia. Grazie Covid.
Ma la politica è una “brutta bestia”. Quando il successo ti arride corri il pericolo di finire fuori registro. Troppe lodi, troppo entusiasmo, troppe prime pagine instillano nell’unto il delirio di onnipotenza. Una malattia infernale, una sorta di virus contro il quale le mascherine non servono. Ne sanno qualcosa, tanto per fare qualche esempio, Berlusconi e Renzi, che all’acme della popolarità, trascinati dal loro super ego, sono precipitati nell’espace d’un matin dall’altare nella polvere, sbriciolando vertiginosamente bottini quasi bulgari di voti.
E così, nel suo piccolo, anche De Luca sembra oggi essere afflitto da questo male che corrode. Fioccano ordinanze e contrordinanze, molte invero legittimate da una situazione epidemica che sembra però sfuggirgli di mano. La Campania ha ora il triste primato di regione più colpita, sono finiti i tempi in cui andava in tv a sciorinare tutti i record positivi di contagiati, di posti letto, di ricoverati in terapia intensiva. La situazione è allarmante, De Luca ha perso la sicurezza dei giorni di quarantena, appare insofferente, nervoso. E fioccano anche i provvedimenti che denotano una scarsa lungimiranza, appunto frutto del delirio di onnipotenza, che ti fa pensare di potere tutto.
Come potremmo catalogare, infatti, l’assurda pretesa di imporre il bavaglio a medici e dirigenti della sanità pubblica campana? Non possono più parlare con i giornalisti, che per “precauzione” sono stati allontanati dall’area loro riservata in questi mesi all’ospedale Cotugno. Lì c’era la postazione Rai, che forse De Luca dimentica, svolge un pubblico servizio. D’ora in avanti, per ”evitare la diffusione di notizie distorte” (?) comunicherà con la stampa un solo referente dell’Unità di crisi. Che dirà ovviamente solo quello che De Luca vorrà che si dica. Un sopruso. Roba da soviet di brezneviana memoria, inaccettabile in un paese democratico.
Se gli italiani sono riusciti a fronteggiare e con qualche successo la prima ondata lo devono oltre che al lookdown anche alla puntuale informazione fornita, seppur con qualche ovvia discrasia, da virologi, epidemiologi e scienziati vari, tutti di altissimo livello, che hanno insegnato loro a capire il virus e a guardarsi dalla sua subdola missione. Anche i medici campani hanno offerto un prezioso insostituibile contributo. Ora De Luca, che crede appunto di potere tutto, vuole zittirli e manda avanti l’Unita di crisi, che lo avrebbe semplicemente messo al corrente dell’iniziativa. Non lo crederebbe nemmeno il meno smaliziato scolaretto dell’asilo. Qui c’è il sospetto che ci sia la mano diretta dello sceriffo. Ed è uno schiaffo inferto non solo ai giornalisti (che infatti hanno protestato vibratamente per bocca del presidente dell’Ordine Ottavio Lucarelli), ma anche a quel settanta per cento di cittadini “per bene” (lo dice lui, come se quel trenta per cento che non lo ha votato fosse fatto solo di delinquenti) che lo hanno appena rieletto plebiscitariamente e che in gran parte si sentiranno ora traditi. Anche loro vogliono continuare a sapere la verità, senza filtri.
Ma il bavaglio ai medici della Campania è soprattutto un insulto alla Costituzione. De Luca è un brillante laureato in Filosofia, ed è un uomo molto colto, lo si capisce, quando sermoneggia, dai riferimenti e dalle citazioni che infiocchettano il suo dire. Qualcuno a questo punto, affinché possa rendere ancor più ricco il suo già consistente bagaglio, gli faccia leggere, rileggere e magari mandare a memoria l’articolo 21, che è uno dei pilastri sui quali si fondano la nostra libertà e la nostra democrazia.