Giasone parte per la Colchide con una nave piena di eroi. Deve recuperare il Vello d’oro, custodito da un serpente che non dorme mai, e riportarlo in Grecia. Nell’equipaggio ci sono Eracle, Orfeo, i figli del vento Borea: le forze per affrontare il viaggio sembrano esserci tutte. Eppure l’aiuto decisivo verrà da una giovane che li aspetta sull’altra sponda del mare, nella casa del re a cui vogliono sottrarre il tesoro.
È Medea, la figlia di Eeta. Per Giasone metterà a rischio tutto ciò che ha, senza poter sapere quale vita la attenda lontano dalla Colchide.
Di questa spedizione gli antichi hanno lasciato racconti diversi. Omero conosce già Argo; Pindaro, i tragediografi e i mitografi ne riprendono la storia, cambiando talvolta gli episodi e il ruolo dei protagonisti. Qui il viaggio segue soprattutto le Argonautiche di Apollonio Rodio, composte nel III secolo a.C. Per capire da dove nasce l’impresa e che cosa accade dopo il ritorno, ci accompagneranno anche Pindaro e la Biblioteca attribuita ad Apollodoro.
Prima di Giasone
Il Vello d’oro arriva in Colchide molto prima degli Argonauti, insieme a un ragazzo in fuga.
Si chiama Frisso ed è figlio di Atamante e Nefele. Lui e sua sorella Elle sono minacciati dalla matrigna Ino; a salvarli è la madre, che procura loro un ariete dal vello d’oro. I due salgono sul suo dorso e volano verso Oriente. Durante la traversata, però, Elle cade in mare. Lo stretto in cui precipita prenderà il nome di Ellesponto.
Frisso raggiunge da solo la Colchide, sulla costa orientale del Mar Nero. Il re Eeta lo accoglie e il giovane, dopo aver sacrificato l’ariete, gli dona la pelle dorata. Il Vello viene appeso a una quercia nel bosco sacro ad Ares. A sorvegliarlo c’è un enorme serpente.
Lontano da lì, a Iolco, in Tessaglia, il potere è nelle mani di Pelia. Giasone, figlio di Esone e membro della famiglia reale, ha ragioni per rivendicarlo. Nella Pitica IV di Pindaro chiede apertamente il trono dei suoi antenati. Pelia accetta di cederglielo, purché prima gli riporti il Vello d’oro. Per Giasone, dunque, il viaggio ha uno scopo preciso: tornare con il tesoro significa poter reclamare il regno.
Pelia spera che non torni affatto. Una profezia gli ha raccomandato di guardarsi da un uomo con un solo sandalo, e Giasone si è presentato proprio così. Ha perso una calzatura in un fiume, mentre aiutava una vecchia ad attraversarlo. Apollonio racconta che sotto quelle sembianze si nascondeva Era: il gesto del giovane gli ha procurato la protezione della dea.
Per raggiungere la Colchide viene costruita Argo, sotto la guida di Atena. Nella nave trova posto anche un legno della quercia sacra di Dodona, capace di parlare. Si raduna l’equipaggio: Eracle, Orfeo, Castore e Polluce, Peleo, Zete e Calaide, insieme ad altri eroi. Giasone ne assume il comando.
Le prime soste, le prime perdite
A Lemno il viaggio rallenta. Le donne dell’isola hanno ucciso i propri uomini e accolgono gli Argonauti; la regina Ipsipile ospita Giasone. La compagnia si trattiene, rimandando la partenza.
In Misia avviene invece una separazione definitiva. Ila, il giovane compagno di Eracle, scompare in una fonte, trascinato da una ninfa. Eracle si mette a cercarlo. Mentre è ancora lontano, Argo riparte: il più forte degli eroi resterà fuori dall’impresa prima ancora di vedere la Colchide.
A dare agli Argonauti un’indicazione essenziale per proseguire è Fineo, un indovino tormentato dalle Arpie. Ogni volta che cerca di mangiare, le creature gli sottraggono il cibo o lo rendono immangiabile. Zete e Calaide, i figli alati di Borea, le inseguono e lo liberano dalla persecuzione. Fineo può così spiegare ai suoi soccorritori come superare le Simplegadi.
Sono due enormi rocce che si scontrano e si separano, chiudendo il passaggio a chi tenta di attraversarle. Il consiglio è di mandare avanti una colomba: se passa lei, anche la nave può farcela.
Gli Argonauti la liberano e la osservano infilarsi nel varco. Le rocce si richiudono, strappandole soltanto le ultime penne della coda. Poi si allontanano di nuovo. I rematori spingono Argo fra le pareti e riescono a portarla oltre, perdendo una parte dell’estremità della poppa.
Da quel momento le Simplegadi restano ferme. Davanti alla nave si apre il Mar Nero, lungo il quale prosegue la rotta verso la Colchide.
Medea davanti alla scelta
Eeta impone condizioni che dovrebbero costare la vita a Giasone. Per ottenere il Vello dovrà aggiogare due tori dagli zoccoli di bronzo che soffiano fuoco, arare un campo e seminarvi denti di drago. Da quei denti nasceranno guerrieri armati, pronti ad assalirlo.
Medea conosce le erbe e gli incantesimi che possono proteggerlo. È legata alla dea Ecate e possiede un sapere di cui gli uomini di Argo hanno bisogno. Ma è anche la figlia del re: aiutare lo straniero significa agire contro suo padre.
Nelle Argonautiche sono gli dèi a farla innamorare. Era e Atena chiedono aiuto ad Afrodite, che manda Eros a colpire la giovane. Apollonio si sofferma su ciò che accade dopo, quando Medea rimane sola con un desiderio che la spaventa.
Di notte non trova pace. Pensa a Giasone, lo immagina morto, si rimprovera ciò che prova. Teme la reazione del padre e quello che si dirà di lei. Arriva a considerare il suicidio. Sa quanto potrebbe costarle intervenire, eppure non riesce ad accettare di lasciarlo morire.
Alla fine gli consegna un preparato che, per la durata della prova, lo proteggerà dal fuoco e dalle armi. Gli spiega anche come affrontare i guerrieri: dovrà gettare una pietra in mezzo a loro, perché si accusino a vicenda e comincino a combattersi. Giasone segue le sue indicazioni, aggioga i tori e sconfigge gli avversari.
Eeta, però, prepara un attacco contro gli Argonauti. Aver superato la prova non mette nessuno al sicuro.
Medea fugge dal palazzo, raggiunge Giasone e lo conduce al bosco sacro. Qui addormenta il serpente con i suoi incantesimi, permettendogli di prendere il Vello. Il tesoro è nelle loro mani; per portarlo via devono lasciare subito la Colchide.
L’agguato ad Apsirto
Gli inseguitori li raggiungono durante il ritorno. Fra loro c’è Apsirto, fratello di Medea.
Nel racconto di Apollonio, Giasone e Medea preparano insieme una trappola. Lei convince il fratello a presentarsi a un incontro; Giasone lo aspetta nascosto e lo uccide. Al momento del colpo Medea distoglie gli occhi. È un gesto che rende la scena ancora più dura: non vuole vedere la morte che ha contribuito a preparare.
La Biblioteca attribuita ad Apollodoro racconta un’altra versione. Apsirto è ancora un bambino e Medea lo ha portato con sé nella fuga. Quando il padre si avvicina, lei uccide il fratello e ne disperde i resti, costringendo Eeta a fermarsi per raccoglierli.
La differenza riguarda soprattutto chi compie il delitto. In Apollonio la responsabilità è condivisa: Medea attira Apsirto nell’agguato, Giasone lo colpisce. Nella Biblioteca è Medea stessa a ucciderlo.
Seguendo di nuovo le Argonautiche, i due devono poi raggiungere Circe per essere purificati dall’omicidio. La fuga li ha salvati dagli inseguitori, ma li ha resi entrambi colpevoli.
Il canto delle Sirene e il guardiano di Creta
La strada verso casa è ancora lunga. Quando Argo si avvicina alle Sirene, Orfeo prende la lira e suona per coprirne le voci. Il suo intervento trattiene i compagni a bordo, tranne Bute: lui si getta in acqua, incapace di resistere al richiamo. A salvarlo sarà Afrodite.
Più avanti, presso Creta, l’equipaggio cerca un approdo e trova Talos. Il gigante di bronzo sorveglia la costa e scaglia massi contro le navi che si avvicinano. È Medea a fermarlo con le proprie arti. Sotto il loro effetto, Talos urta una roccia e si ferisce alla caviglia, dove una sottile membrana protegge la vena da cui dipende la sua vita. Il fluido vitale si riversa fuori e il gigante crolla.
A questo punto Giasone ha affrontato abbastanza pericoli da meritare il ruolo di comandante. Ha sostenuto le prove di Eeta e ha saputo affidarsi a chi poteva aiutarlo. Ma proprio questa dipendenza rende difficile separare le sue imprese dalle scelte degli altri. Senza Medea non avrebbe preso il Vello; nell’agguato ad Apsirto è lui a impugnare la spada. Il loro legame comprende ormai anche un delitto commesso insieme.
Che cosa resta della conquista
Apollonio chiude le Argonautiche con il ritorno degli eroi. Le conseguenze dell’impresa appartengono ad altri racconti, e sono tutt’altro che felici.
Nella Biblioteca attribuita ad Apollodoro, Giasone consegna il Vello a Pelia. Poi chiede a Medea di aiutarlo a vendicarsi del sovrano. Lei si avvicina alle figlie del re e le persuade di poter ringiovanire il padre. Per convincerle mostra un ariete trasformato in agnello; quindi le induce a fare a pezzi Pelia e a bollirlo, promettendo lo stesso risultato.
Pelia muore. Giasone, però, non ne prende il posto: Acasto, figlio del re, caccia lui e Medea da Iolco. I due trovano rifugio a Corinto.
È qui che si svolgerà la vicenda della Medea di Euripide. Giasone abbandona la donna per sposare la figlia del re; la vendetta di Medea arriva fino all’uccisione dei propri figli. La tragedia fu rappresentata nel 431 a.C., mentre le Argonautiche furono composte nel III secolo a.C. L’ordine delle opere è quindi inverso a quello degli avvenimenti: quando Apollonio racconta la giovane Medea innamorata, il pubblico conosce già il suo destino a Corinto.
Il Vello è arrivato in Grecia, ma Giasone si ritrova in esilio, lontano dal trono che cercava. Medea ha lasciato la patria, ha perso il fratello e finirà per essere abbandonata dall’uomo che ha salvato. Il viaggio si è concluso con la conquista del tesoro. Per loro due, tornare non è bastato.
