Il malloppo nascosto? In Europa come in Africa

Sud Africa
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L’abitudine di tenere in casa un (bel) po’ di contanti non è soltanto di politici UE e affini che pullulano a Bruxelles. L’altro giorno il “Times” in uno dei suoi articoli – perfetti per sintesi, tanto brevi quanto esaustivi – informava come la corruzione avesse “messo in ginocchio” il Sud Africa. Il “Paese arcobaleno” è, dalla fine dell’apartheid nel 1994, governato dall’ANC (African National Congress) e dalla morte di quel leader eccezionale ch’era Nelson Mandela è purtroppo vissuto in una girandola di scandali. Vergognosi a tal punto da costringere, cinque anni fa, alle dimissioni persino l’ex presidente Jacob Zuma (non uno Xhosa ma uno Zulu, di Pietermaritzburg e non di Ulundi) . Prendeva spunto, il “Times”, dal ritrovamento durante una perquisizione di circa 580mila dollari in casa del successore, l’attuale  presidente Cyril Ramaphosa, nascosti in un divano.
La somma è stata rinvenuta dopo che l’ex responsabile dei servizi segreti e rivale politico, Arthur Fraser, aveva accusato il presidente di aver tenuto all’oscuro polizia e nazione del furto (che stimava tra i 4 e gli 8 milioni di dollari) subìto un paio di anni fa nella sua mega-fattoria di Phala-Phala. Ramaphosa s’è difeso affermando che il malloppo era nient’altro che il ricavato della vendita di bufali a un imprenditore del Sudan e l’aveva occultato, per timore dei ladri, “sotto un sofà nella poco utilizzata camera degli ospiti” del suo ranch. Precauzione non proprio delle più efficaci, per quanto la tenuta presidenziale possa essere affollata di vigilanti e telecamere. Non l’aveva ritrovato sotto al sofà – ha aggiunto – e presumeva che dei mariuoli se ne fossero impadroniti. Perché mai avrebbe dovuto inserire quei volatilizzati 580mila dollari nel suo “740”? Erano ricomparsi e forse s’era sbagliato di divano, nel cercarli, o qualche familiare o cameriere li aveva cambiati di posto… Mica li aveva spediti in qualche banca Svizzera o nei paradisi fiscali delle repubblichette dei Caraibi, come decine – che dico – centinaia di leader e vice e alti funzionari e trafficoni del continente, suvvia!
Ricordo che quando frequentavo periodicamente il Sud Africa nel decennio che precedette e seguì la fine dell’apartheid,  Ramaphosa – abile e benestante leader sindacale dell’ancora potente confederazione Cosatu – era già nella pattuglia dei leader dell’ANC. Una commissione d’inchiesta è adesso all’opera e chissà che non arrivi a una qualche conclusione. La magistratura per gli standard africani è sufficientemente indipendente – positiva eredità delle colonizzazioni anglosassoni – e indaga. Resta che il Sud Africa si distingue sempre meno dal resto del continente: cresce la corruzione, cresce la distanza tra ricchi (più o meno legati al potere) e poveri, cresce la popolazione e cresce la disoccupazione, con i giovani che rappresentano poco meno dei due terzi dei 60 milioni di abitanti. Ma l’interesse per quel meraviglioso Paese è scemato dalla fine dell’apartheid e del governo bianco (espressione di un parlamento bianco separato da quelli degli indiani e dei mulatti, come dai bantustan dal semi-autogoverno delle varie etnie nere: i non esperti faticavano a raccapezzarvici). Disinteresse dei media per i Paesi del Continente nero liberatisi dal cappio del colonialismo europeo ma finiti nelle mani di dittatori e classi dirigenti tra le più corrotte del pianeta. Se ne parla poco o punto. Quasi una nuova forma di razzismo alla rovescia, quasi che la corruzione e i misfatti dei governanti, i continui golpe e contro-golpe, le infinite guerre tra nazioni, interetniche e da un buon decennio anche religiose (per la pressione islamista trasferitasi dal Medio Oriente) non interessino, o non debbano interessare. Il caso più eclatante, la Repubblica (cosiddetta) Democratica del Congo, con milioni di morti e altrettanti milioni di sfruttati, anche vecchi e bambini, segnatamente nelle miniere, e con il Kivu dove le mattanze si susseguono senza sosta ma emergono sui media unicamente attraverso qualche raro video (in genere pochissimo diffuso per le atrocità contenute) o per l’assassinio di personalità (come l’uccisione, due anni fa, dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio, del carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e dell’autista Mustapha Milambo). Insomma, aiuti, donazioni, accoglienza ma… poca o niuna ‘ingerenza’ informativa.
L’Africa è passata in appena un centinaio d’anni da poco più di cento milioni a un miliardo e mezzo di abitanti! Attorno al 1910 – per capirci meglio – contava la metà delle persone che oggi risiedono nella sola Nigeria. A dispetto di conflitti, fame e pandemie la popolazione s’è decuplicata. Conta anche uno storico retaggio identitario: la potenzialità riproduttiva nutre ancora maschilismo e femminilità non soltanto nelle aree dove il numero e la forza delle braccia rappresentano garanzia di lavoro, cioè di sopravvivenza. Indicativa la foto, su un magazine francese della settimana scorsa, di una famiglia in fuga dal Kivu delle stragi: padre ventenne e (per il momento) una sola moglie e tre figli. Ma poteva essere anche una famiglia del nord del Mozambico o del Niger o del Mali o dell’Etiopia o del Sudan… Uno sviluppo demografico suicida e che minaccia, con l’emigrazione clandestina, anche l’Europa. E’ significativo che a rischiare le peggiori conseguenze della guerra in Ucraina per l’interruzione  dell’importazione di grano sia stata e sia ancora l’Africa, che ne fa registrare il maggior consumo pro-capite!
 Se le nubi demografiche minacciano tempesta e se la progressiva presenza cinese prospetta nuovi colonialismi mascherati da prestiti, tuttavia appaiono finalmente anche alcuni bagliori in fondo al tunnel. Qualcosa muta in meglio in alcuni Stati e regioni del continente. I miglioramenti economici, una più diffusa scolarizzazione sia maschile che femminile, la proliferazione di mezzi di comunicazione, il formarsi di forze politiche spesso da radici tribali affievolitesi nei centri urbani in continua espansione, e lo svolgimento di competizioni più o meno democratiche, hanno rafforzato la possibilità dell’alternanza al potere. Senza possibilità di alternanza pacifica non c’è democrazia. E l’alternanza, solo negli ultimi due anni, in Africa la si è registrata, come in Kenya lo scorso agosto, nello Zambia in questo stesso 2022, nel Malawi nel 2021. Nello stesso Sudan (che raggiunse l’indipendenza nel 1956 per immergersi in una guerra civile tra nord musulmano e sud cristiano, costato un paio di milioni di morti, fino all’indipendenza del Darfur nel 2011) la giunta militare al potere ha riaperto i negoziati con le forze civili- politiche, etniche, religiose – con l’obiettivo di un sistema democratico. Altrove, nel continente, le opposizioni si vanno ristrutturando e consolidando a dispetto della corruzione e della repressione del potere. Insomma, dimenticarsi di mezzo milione di dollari o di euro tra i cuscini di un divano  sarà in futuro forse più difficile, in Africa come in Europa.