Calcio, l’Italia s’è persa

da | Apr 2, 2022 | Primo piano

Come ripartire dopo la delusione della Nazionale

Riparte il campionato e sarà volata tutta d’un fiato fino al 22 maggio quando conosceremo l’esito del torneo più incerto ed emozionante da 10 stagioni a questa parte.
Si riparte con gare importantissime ai fini della lotta scudetto perché Atalanta-Napoli e Juventus-Inter possono diventare la svolta per queste squadre e soprattutto per il Milan che in teoria ha il turno più facile dovendo affrontare a San Siro il Bologna privo di Mihajlović impegnato nella importantissima partita con il male che si è ripresentato. A fronte di questa incertezza emozionante per l’esito del campionato, il calcio italiano deve purtroppo fare i conti con la sua mediocrità a livello internazionale essendo rimasto escluso per la seconda volta consecutiva dai Mondiali. Mai successo, neanche nel periodo più buio tra il ’58 in Svezia quando la Nazionale non si qualificò e i Mondiali disastrosi del ’62 in Cile e del ’66 in Inghilterra. Ora, ricordando l’eliminazione del 2017 contro la Svezia con le dimissioni del ct Ventura e del presidente federale Tavecchio, si sono nuovamente alzate le voci di chi vorrebbe le dimissioni di Gravina e Mancini. Pochi però, magari quegli stessi che 8 mesi prima avevano osannato l’impresa europea dell’Italia con gli stessi personaggi, si sono chiesti il perché di un flop improvviso quasi che i due responsabili e gli stessi giocatori di luglio 2021 fossero i nuovi becchini del calcio italiano. Per tanti giornalisti però è molto più facile dare colpe e responsabilità a Gravina, Mancini e agli stessi giocatori per evitare di mettere il dito nella vera piaga del calcio italiano: la debolezza dell’intero movimento federale di fronte alle beghe e alle lotte interne di presidenti di club e Lega calcio che sempre più si pongono in contrasto con gli obiettivi che la Nazionale potrebbe raggiungere, a scapito però dei loro interessi personali. Nel calcio italiano da anni ormai proliferano arrivisti senza scrupoli e senza esperienza di settore che con la compiacente complicità di tanti presidenti hanno finito con l’impoverire tecnicamente e anche dal punto di vista umano l’interno ambiente calcistico riducendolo ad un mercato dove regna solo la parola “affare”.

Il presidente della Federazione Gravina che pure da tempo ha invocato riforme per l’intero settore tecnico è rimasto con le mani legate dai presidenti dei club più ricchi che di fatto hanno monopolizzato con le loro scelte la stessa politica federale, avvantaggiando i club ricchi rispetto quelli cosiddetti provinciali. Non funziona così, in Inghilterra, Spagna e Germania, dove sponsor e soldi vengono distribuiti molto più equamente, consentendo anche alle rispettive Nazionali, di avere un ruolo di primo piano nel panorama calcistico mondiale. Gravina sa benissimo cosa occorre ma, alla fine, ha privilegiato più l’aspetto politico che quello tecnico, tradendo in qualche modo il suo ruolo di numero uno del movimento calcistico nazionale. A nostro sommesso avviso le priorità possono essere riassunte in tre aspetti: A) il vero rilancio e l’investimento sui settori giovanili. Meno scuole calcio e più istruttori e formatori in grado di insegnarlo e far maturare i giovanissimi senza ansia. Far crescere numericamente la base vuol dire poter contare in futuro su una scelta più ampia e qualitativamente migliori. Ecco perché occorrono istruttori a tempo pieno ed entusiasti di allevare i giovanissimi. B) Ridurre il numero degli stranieri titolari nei club per il valorizzare il piede d’opera italiano. A fronte di tanti presunti talenti stranieri ingaggiati molto meglio puntare sui tanti giovani di valore che giocano in Serie B e C. Serve un patto tra gentiluomini tra i presidenti per rilanciare la nostra gioventù. C) Rivedere la formazione dei vari campionati soprattutto quelli di B e C in base a criteri geografici per la definizione dei girono – si spenderebbe meno per le trasferte e si potrebbe investire di più sui vivai locali – ed a criteri anagrafici imponendo la presenza in campo di almeno 5 under 23.

Per ora consoliamoci con questo finale di campionato in attesa che il buonsenso prevalga anche nell’ambito delle Nazionali. Il calcio italiano non è un calcio di serie B e può e deve ritornare in modo organico e duraturo ad essere tra i più forti del mondo. A patto che tutte le componenti, compresi i media, remino concretamente dalla stessa parte per evitare nuove e più brucianti figuracce che coinvolgono tutto il movimento e non solo i suoi massimi vertici.

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EDITORIALE

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