Il giudice Livatino, don Puglisi e don Diana: il concetto di “martire” nella contemporaneità

da | Feb 14, 2022 | Cultura&Spettacolo

Come può un magistrato essere definito martire? E che rapporto c’è tra martirio civile e martirio cristiano? Istintivamente  il pensiero andrebbe ai  tanti cattolici perseguitati a causa della fede in vari Paesi del mondo, ma la questione è assai più complessa e ci riguarda da vicino. In un libro dal titolo “Martiri per la giustizia, martiri per il Sud. Livatino, Puglisi e Diana testimoni della speranza” – a cura di Massimo Naro e Sergio Tanzarella – ecco i risultati di una vasta ricerca promossa dall’Istituto di Storia del cristianesimo “Cataldo Naro”  della sezione San Luigi della Pontificia Facoltà teologica dell’Italia meridionale, che come noto ha sede a Napoli. Studi dai quali emerge la necessità di riconsiderare il concetto del “martirio” alla luce degli scenari socioculturali della contemporaneità. Partendo dai vissuti, piuttosto che cercando di “ampliare” il concetto…

Ma ecco le figure di tre martiri: un laico e due presbiteri.

Il giudice Rosario Livatino fu ucciso a 37 anni  il 21 settembre 1990 dalla “Stidda” nell’Agrigentino. Non faceva mistero della sua fede; in prima pagina sulla sua agenda  aveva scritto STD (sub tutela Dei).  Definito da papa Wojtyla  “martire della giustizia e indirettamente della fede”.

Il sacerdote Pino Puglisi fu ucciso nel Palermitano a 56 anni  il 15 settembre 1993. Il suo torto principale? Allontanare i giovani dalle insidie della mafia, che Puglisi attaccava esplicitamente nelle omelie… E’ stato la prima vittima di mafia riconosciuta martire dalla Chiesa.

Don Peppe Diana  fu massacrato il 19 marzo 1994 a Casal di Principe, nel Casertano, da un killer della camorra  che entrò addirittura in sacrestia. Aveva 36 anni. Studi in teologia, laurea alla Federico II, era un educatore nato…  Indimenticabile il documento  “Per amore del mio popolo”  col quale, insieme con altri parroci, chiedeva impegno civico contro la camorra.

Tre figure differenti , ma accomunate dalla passione per il Vangelo e per la Costituzione repubblicana (scrive nella prefazione il cardinale Francesco Montenegro): passioni vissute,  con coerenza e senza protagonismi, nella vita di ogni giorno (un agire da “giusti” che aveva le proprie radici nel Vangelo). Martiri civili, insomma, che sono anche martiri cristiani…  E come non pensare alla recente polemica a distanza  tra Curia e Procura napoletane, con l’accenno del pg Riello ai preti  “don Abbondio “ e la netta replica dell’arcivescovo Mimmo Battaglia che, “lungi dal tentativo di proporre i santini dei preti impegnati, o addirittura di chi ci ha rimesso la vita come don Peppe Diana, come paraventi insanguinati da mostrare all’occorrenza”, ha ringraziato i tanti sacerdoti  che fanno delle proprie parrocchie degli avamposti in difesa della dignità umana e  della lotta ai clan.

Ma torniamo al libro, che nella seconda parte comprende studi monografici ricchi di ispirazioni per le sfide attuali (non mancano accenni  alla pandemia). Massimo Naro, uno dei due curatori, insegna Teologia dommatica alla Facoltà teologica San Giovanni Evangelista di Palermo; Sergio Tanzarella insegna Storia della Chiesa alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale e all’Università Gregoriana. Il  saggio (edizioni Il pozzo di Giacobbe)  comprende testi  di Angelo Baldassarri, Giuseppe Bellia, Pio Sirna, Anna Carfora, Fabrizio Mandreoli, Emilio Salvatore, Antonio Trupiano;  Simona Stefana Zetea  dell’Università Babes-Bolyai (Romania).  C’è anche un capitolo sulle relazioni tra i persecutori e le vittime.

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