“Ferito a morte” di Raffaele La Capria

da | Giu 6, 2021 | Cultura&Spettacolo

Ferito a morte è uno di quei libri che, grazie alla vita propria dell’opera d’arte, rappresenta  aspetti psicologici e sociologici che trascendono la volontà dell’autore medesimo. Parliamo dunque della seconda, e più nota opera, dello scrittore napoletano Raffaele La Capria, vincitrice dell’ambito “Strega” nel 1961 ( seguente a Un giorno d’impazienza  del 1952). Romanzo bello come un quadro di fine ‘800 napoletano, colpisce per la vividezza dei paesaggi marini, la limpidezza delle acque che lasciano trasparire pesci guizzanti, veri protagonisti dell’Opera, e che gli danno un principio ad effetto, come il tocco di “biacca” sul riccio dell’onda dei “migliori” pittori di genere:

« La spigola, quell’ombra grigia profilata nell’azzurro, avanza verso di lui e pare immobile, sospesa, […] L’occhio fisso, di celluloide, il rilievo delle squame […] Luccica li, sul fondo di sabbia […] passa lenta come se lui non ci fosse, quasi potrebbe toccarla, e scompare in una zona d’ombra […] ».

I suoi personaggi, non diversi dalle figure pittoresche dei quadri di Vincenzo Migliaro, di Alceste Campriani si tuffano, oziano, seducono nello scenario di un Palazzo Donn’Anna perfettamente aderente ai timbri dorati di un Gaetano Esposito che mi lasciò incantato, ancora bambino, alla Galleria di Arte Moderna di Valle Giulia a Roma. E però, fin dalla lettura prima e giovanile di questo quadro bellissimo fui colpito da una dissonanza di fondo che mi ci vollero anni per interpretarla.

Tratteggiandone rapidamente la trama spieghiamo che il protagonista, certo Massimo, alter ego dell’Autore, è un giovane borghese in procinto di un trasferimento, volontario, a Roma. Il periodo è quello del decennio post bellico in una Napoli ancora non ricostruita in cui avrà ragione la figura di Achille Lauro, anticipatore dei “valori” e di certa mitologia imprenditoriale  che, osteggiata dal sistema di allora, perché espressa da Napoli, vedrà un trionfo ventennale, a partire dal 1994, quando prodotta da Milano.

Il “povero” protagonista, insofferente a questa propensione alla speculazione che, nelle sue parole, sembrano colpire solo, o principalmente, Napoli (profilando l’idea di un resto d’Italia virtuosa e proba che si ingegna al positivo rinnovamento) trascorre il tempo dell’attesa fra gite in barca a Capri o al Circolo Nautico per l’aperitivo, corteggiando una ragazza  che ama e che non lo seguirà.

Napoli è dunque il luogo della sua spensieratezza ma anche dell’insoddisfazione; configurando così uno scenario che restituisce la Città come una fucina di  irresponsabilità. L’uomo che verrà, l’aspirante intellettuale, deve perciò abbracciare i valori dell’ “altra” Italia, quella “impegnata” e responsabile.

Avviene dunque che Massimo si decida a varcare la soglia dell’adultità ma  senza chiarire, profondamente, se per la consapevolezza della fatuità dei suoi aperitivi o solo per  il rammarico dell’estinzione di una Napoli ottocentesca, quella che con il suo splendore richiamava viaggiatori d’ Europa e che consentiva la “vacanza permanente” a quella compagnia di fortunati.

Nell’uno e nell’altro caso è sempre Napoli che gli offre lo spunto per la pagina, e per il successo, e  – curiosamente – mi viene da dire, mai l’Italia responsabile, proba e positiva cercata altrove.

A questo punto entra in gioco l’interpretazione dello scrivente, crocianamente consapevole che l’opera d’arte non va intesa per i contenuti (veri o presunti) che ne muovono la dinamica costitutiva. E tuttavia non ho potuto fare a meno di chiedermi se quei valori della probità, contrapposti a quelli dell’ozio, che evidentemente toccava pochi eletti ai quali fortunatamente poteva dirsi appartenente, l’autore li abbia mai trovati  nell’altrove vagheggiato. E poi, nel caso li avesse trovati, se non erano incarnati proprio dai suoi concittadini che l’aperitivo al circolo non potevano permettersi e andavano a ingrossare le fila della forza lavoro in quell’altrove, fino a determinare una Napoli nel mondo dieci, venti, trenta volte, più grande di quella geografica. Mi chiedo se, alla luce della storia, quella vocazione all’irresponsabilità di Napoli non sia stata poi smentita dalla fiducia che quel resto d’Italia, cercato dal ragazzo che vuole emanciparsi, ha poi riposto nel ventennale “Ghe pensi mì”. Soprattutto non posso fare a meno di chiedermi  se il modello speculativo, alla luce dei traffici di rifiuti tossici, vecchi e nuovi, prodotti dalla parte “proba”; dei ponti di autostrada crollati, alla cui manutenzione avrebbe dovuto provvedere la medesima parte “proba”, abbiano fatto ripensare alla effettiva consistenza dei disvalori, motore della volontà di cambiamento dell’ Autore (e oggetto del proprio successo letterario). Una dissonanza francamente irrisolta e che, forse, rappresenta la contraddittoria bellezza dell’opera d’arte. Ferito a Morte, pubblicato da Bompiani nel 1961, è oggi disponibile in edizione Mondadori.

 

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