Altro classico che ascriviamo alla letteratura di Napoli è “San Gennaro vère” dell’autore ungherese Sàndor Màrai, il cui titolo italiano risponde a “Il sangue di San Gennaro”. E lo poniamo nella letteratura di Napoli non solo perché parla con slancio di una Città, a mio avviso, più intuita che compresa, ma perché questo autore  – autentico classico della letteratura contemporanea del suo paese – fu campano di adozione e visse molti anni della sua esistenza da esule nella nostra regione. Dopo un triennio napoletano, infatti, e una permanenza interrotta da poco più di un decennio lontano dall’Italia, Màrai tornò in Campania scegliendo Salerno come residenza,  ove trascorse ben dodici anni.

Di quest’ opera dedicata a Napoli, ovvero, di questo suo tentativo di coglierne l’essenza, ricordiamo soprattutto la grande suggestione evocata da una scrittura, per lui, inusualmente “pittorica”, in cui si rivela straordinario “ritrattista”. Con acume infatti Màrai  descrive volti, espressioni, scorci e affreschi sociali, di una popolazione provata, ritratta negli anni immediatamente successivi alla tragedia bellica. E in questa Napoli arcadica, e tragica, si cala, anche letterariamente, ponendo nella trama esile del libro una coppia di stranieri, in cui facilmente si riconoscono lui e sua moglie, i quali sono inizialmente corpo estraneo al mondo descritto.

A Napoli Màrai elesse il proprio domicilio sui declivi della suggestiva collina di Posillipo che era allora, come ebbe a dire  La Capria ( sul Corriere del Mezzogiorno del 25 aprile 2010):  « come un paese appartato, lontano dalla Napoli città, era una Napoli addolcita, soffusa di una malinconia virgiliana». Proprio a Posillipo è concentrata anche la narrazione, e fin dalle prime pagine si coglie la simpatia per questa popolazione. Si percepisce tuttavia, altrettanto presto, che la sua descrizione napoletana non riesce a trascendere l’estetica, poiché troppo prematura è la stesura (anche se pubblicata negli anni ‘60) e la restituzione letteraria di quei ritratti “rubati” nel negozio della spesa, durante la passeggiata sulla via Orazio, nei giardinetti della Villa, si affida all’intuizione. Il suo occhio è cioè capace di cogliere, mirabilmente, i caratteri delle genti; non è però agevolato dalla disposizione dei soggetti, i quali, intimiditi dalla sua presenza tacciono, o contengono, il relazionarsi ordinario. Lo  avverte anche La Capria, nel medesimo articolo di prima, col quale per una volta mi trovo d’accordo: « una Napoli […] che a me pare inesistente, ma forse […] c’è stata, se ha trasmesso a un esule intelligente e sensibile come Márai la sua poesia».

Ciò che su tutto emerge, nella parabola della narrazione, è la capacità, innata, delle povere genti descritte, abitanti della città più bombardata d’Italia, di essere ospitali, amicali, nel senso pieno del termine, ove per ospitalità s’intende accoglienza permanente, non temporanea, non circostanziale e non condizionata da un’attesa in cui l’ accolto deve prodursi. Ma dopo una dichiarazione di affetto l’elemento ulteriore che si percepisce è quello della diversità. Marài riconosce cioè come l’agio che vive non sia una propria bravura, non un proprio merito. Esso è qualcosa di estraneo e inatteso che lo induce a interrogarsi sulla propria persona, sulla propria cultura, sul proprio mondo. Ma ricorre, anche, nello svolgimento della narrazione una incomprensione di fondo, che si avverte quando la sua pagina tenta l’indagine sociologica. Ivi allora appare il riferirsi a un modello appreso (chissà dove) circa un presunto paganesimo che io chiamo sincretismo napoletano. E nella rappresentazione affiora pure, non dichiarato, il giudizio del borghese, che guarda con velata supponenza il dialogo diretto di quel popolo con l’Alterità, come se altre espressioni di metafisica possedessero il requisito di una maggiore aderenza al vero. Tutto è tuttavia giustificabile perché il testo è sostanzialmente un “intorno” che circonda, e lenisce, il dramma interiore di colui che si è reso esule per sottrarsi all’avvento del comunismo, cui è profondamente avverso. E Napoli, la Campania, che devono essere state un vero lenitivo, poiché quando ne assunse lo spirito le elesse a residenza, devono avere prodotto anche, tal volta, irritazione, nell’uomo afflitto dal ricordo della propria terra e della propria casa abbandonata. Lo si comprende da un concetto come: «Cominciammo a capire che quando si lascia una patria si lasciano tutte le patrie possibili». E che ribadisce, anche, secondo me, come l’ incontro con queste terre nella stagione del romanzo non sia ancora profondo, quand’anche colga che Napoli « custodisce tutto ciò che vive ». Ciò che possiamo avvertire dunque, attraverso questo testo, è come Napoli offra all’Autore l’idea di un limite, un confine umano, di la del quale l’uomo perde la sua umanità. In tal senso credo che Marài sia stato uno dei primi a intuire quanto questa cultura fosse la risposta potenziale ad un occidente declinante. Ma a quella intuizione doveva amaramente aggiungere la constatazione che quel mondo, quella patria d’adozione, non era meno sconfitta della propria patria di origine. Lo si avverte nella sua altra letteratura, specialmente quella degli anni successivi alla permanenza napoletana, in cui ricorre un sentimento che progressivamente diventa dominante e che individuiamo come  propensione nichilista dell’umanità disincantata. Ma Marài, uomo indomito, si rende esule anche dal mondo: il suo straniero di San Gennaro vère  muore suicida, come morirà lui stesso quando vengono a mancare gli affetti, dopo il rientro negli estranei USA. Si può dire allora, alla luce della storia, che l’Autore abbia vissuto sempre con la lacerazione tra un mondo affettivo e un mondo delle opportunità professionali. E quella Campania, lasciata per attendere alle necessità di scrittore, sarebbe stata forse, dopo la morte di moglie e figlio, la compensazione solidale e lenitiva che non trovò nel Paese Oltreoceanico. Di Sàndor Màrai, Il sangue di San Gennaro, Edizioni Adelphi 2010.