Superlega, la rivoluzione è solo rimandata. Ceferin deve “svegliarsi”

da | Apr 24, 2021 | InEvidenza, Sport

C’era da aspettarselo che prima o poi il sistema calcio si sarebbe ribellato alle dittature dell’Uefa e della Fifa. E non tragga in inganno la veloce ritirata e resa di nove club su dodici che hanno tentato il golpe creando la Superlega. Ma Chi ha veramente tradito Chi? La goffaggine dei ribelli usciti allo scoperto lunedì notte passati nove minuti da mezzanotte, proprio alla vigilia della presentazione del discutibile nuovo format della Champions, è sembrato un terremoto senza danni. Volendo chiosare: i danni, presenti e futuri, sembra se li siano procurati solo i club ribelli. Ma è davvero così? A sommesso avviso di chi scrive, dopo questo primo scossone senza danni apparenti, a Nyon (sede Uefa) faranno bene a non ignorare le richieste di cambiamento e di aiuto, non solo dei top club, prigionieri dei loro fatturati miliardari e di debiti cui il Covid ha dato una mazzata definitiva. Florentino Perez, Andrea Agnelli e Juan Laporta hanno iniziato con il lanciare un sasso, e che sasso, nella piccionaia di un organismo come l’Uefa che, se si è arrivati a tanto, le sue brave colpe ce le ha, eccome.

Ceferin, per ora, è uscito tra gli applausi del popolo di tifosi, politici e tesserati che si è ribellato alla sola parola Superlega. Però, dopo danni enormi procurati ed aiuti non dati ai club, soprattutto durante la pandemia che ha finito di inguaiare le finanze del calcio, l’avvocato di Lubiana si è evangelicamente posto come il padre pronto a perdonare i figli ribelli tornati a casa. Ricordasse, però, Ceferin che nella parabola per il figliol prodigo il padre organizzò una grande festa uccidendo il vitello più grasso. In poche parole il numero uno dell’Uefa, prima o poi, dovrà allentare i cordoni della borsa e del potere per cedere qualcosa ai club, dando vita a progetti organizzati e programmati insieme e non imposti dall’alto con la nota arroganza per fini meramente economici e speculativi senza tener conto né dei calciatori, gli attori dello spettacolo, né dei tifosi, i primi e più importanti fruitori dello stesso.

Le minacce rilanciate nemmeno tanto velatamente venerdì verso i presidenti che ancora non hanno deposto le armi sono segnali inquietanti di quello che potrà accadere e che dire delle gare di Nations League imposte in piena pandemia con rischio di salute altissimo dei giocatori? A questo punto mi sorge spontanea la domanda: ma chi è il vero traditore del calcio? Coloro che ora si ergono a difensori del sistema, i loro capi; ma quale idea di calcio hanno mai veramente rispettato se non quello della logica del profitto a tutti i costi, prima ancora della salute? Quale proposta innovativa hanno mai portato avanti per il bene di tutto il sistema e dei club, senza distinzione tra quelli ricchi e quelli più poveri? Lo è forse l’incomprensibile format della nuova Champions fatto solo per giocare di più e di conseguenza guadagnare di più?

Il “serpente” Agnelli e Florentino Perez hanno ragione da vendere quando affermano che “l’idea era quella di creare un modello sostenibile di calcio”. Giusto. Ma per chi? Hanno torto marcio se tale modello era stato creato solo per dodici, quindici o al massimo venti società. Ceferin, per ora, ha vinto solo il primo round di una battaglia che si annuncia lunga e probabilmente con molti feriti. Perché se non capisce di ritrovarsi ora con una patata bollente tra le mani, rischia di farsi molto male. Anche più di chi al momento, parliamo dei proprietari dei club ribelli, volevano incendiare e sembra che siano rimasti col cerino in mano. Ribadiamo che le minacce di venerdì sono solo l’ulteriore pegno che il regime di Nyon vuole imporre. L’Uefa ha molto da farsi perdonare: ha sbagliato a non far rispettare il fair play finanziario, giocando su due tavoli, e a non introdurre per tempo un salary cup. Ora serve un fair play finanziario reale che venga attuato e rispettato, che dia libertà di investimento ma preveda tetti certi e non vincoli le spese. L’obiettivo non può che essere il controllo dei costi e riduzione dell’indebitamento. Cosa che i dodici volevano combattere aumentando ancora i fatturati, trovando soldi altrove. L’Uefa e Ceferin devono ora assumersi responsabilità enormi sul piano finanziario e su quello sportivo per non “tradire” politici e tifosi scesi in piazza per fermare la rivolta. Deve cioè l’organismo di Nyon trovare la ricetta per un calcio sostenibile fatto ancora di emozioni, di passioni e soprattutto di merito e non di soli soldi. Non sarà facile trovare la soluzione. Soprattutto farlo al più presto. Non dovesse riuscirci non solo debiti e problemi aumenteranno ma i traditori di ieri potrebbero diventare gli eroi di domani. E trovare molti altri alleati. Perché il calcio non può più attendere un nuovo e più democratico modello di business che non uccida lo sport. Perché la rivoluzione è ormai un fatto irreversibile.

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