I sentieri della musica di Paolo Isotta

Una lettura dei classici della cultura napoletana e meridiana

Diamo avvio questa settimana ad una nuova rubrica che ha per intento quello di rendere più noti opere e/o autori ascrivibili alla letteratura napoletana. Ricordando e rileggendo, nei limiti delle nostre capacità, parte di una letteratura riferibile alla Città, come luogo di stesura e ispirazione,  o rappresentando il ritratto di autori legati a Napoli per formazione.

Il primo obiettivo di questi nostri focus vuol essere un ulteriore omaggio a Paolo Isotta, autore scomparso soltanto poche settimane fa, con l’idea di tenerne viva la memoria e favorirne, chissà, una futura preservazione istituzionale. Senza troppo indugiare sulle qualità complessive dell’Autore, musicologo e musicista, ricordato modestamente dallo scrivente su questa testata nei giorni della sua scomparsa. E ricordato assai più significativamente da telegiornali e testate nazionali. Senza troppo soffermarci sulla sua carriera giornalistica, svoltasi in quarant’anni in seno alle redazioni di quotidiani del calibro de Il Giornale (quello diretto da Montanelli), de Il Corriere della Sera e de Il Fatto Quotidiano; concentriamo la nostra attenzione su una raccolta di saggi brevi, pubblicata nel 1978 da Mondadori, intitolata “I sentieri della musica”.

L’opera, oggi introvabile, negli anni ‘80 aveva ancora una certa diffusione tanto che allo scrivente, ai tempi ancora studente,  fu possibile acquistarla al costo di 8000 Lire alla libreria Guida di Port’Alba dove, per altro, qualche volta ci passava lo stesso Isotta facendo carichi straordinari di volumi.

L’impressione che ne trassi fin dalle prime pagine fu incredibile: ero abituato ad una saggistica musicologica ben diversa, quella didascalica e convenzionale destinata al pubblico tecnico degli studenti del conservatorio come me.  La prosa  critico-musicologica dell’Isotta si configurava  invece come qualcosa di atipico e straordinariamente coinvolgente. Essa era capace di  trasmettere emozioni, sia che parlasse di monodia medievale che di musica sperimentale e quei saggi, più o meno brevi, coniugavano, per la prima volta ai miei occhi, una avvincente vena letteraria alla competenza del saggista, attraverso stile e contenuti originali sulla musica e sui musicisti. Ed è la medesima emozione che prospetto a chi avesse la fortuna di leggere oggi “I sentieri della musica” poiché  la suggestione resta, dopo oltre quarant’anni, quando sfoglio per studio, o per nostalgia, il volume. L’opera riesce dunque, in poche centinaia di pagine, ad offrire le suggestioni della parabola storico musicale d’Occidente attraverso una lente emozionale, non manchevole però di significative cognizioni storico-tecniche.

La successione di saggi ci conduce per mano dapprima tra i matronei delle abbazie romaniche, indi poi, come un Orlando si wolfiana memoria, ci fa attraversare i secoli mostrandoci con occhio severo e aguzzo le personalità che li animavano, tal volta grandi, talaltra discutibili. Di particolare bellezza, per esempio, le pagine dedicate al XVII secolo. Autori come Hendel, Vivaldi, Gluck assumono finalmente fisionomie psicologiche umane, che ne lasciano avvertire gli affanni ed estinguono la piattezza delle storie della musica. Su tutti quel ritratto di Vivaldi, autore oggi celebrato per pochi, indiscutibili, monumenti musicali, e che il Nostro ci trasmette umanamente meschino: « per andar dietro alle mode […] non trova il coraggio d’essere inattuale, come Hendel e Bach, abbandona il grande stile barocco […]  carteggia con editori, clienti, autorità, vende musica in casa, contraffà quella altrui, viaggia freneticamente  […] lucra su tutto, prete immorale, vecchio male invecchiato e privo di dignità, assillato dal bisogno, incalzato dalla fretta […] guadagna somme enormi e muore miserabile (p. 86)»  « […] sessantenne solo […] il suo nome accompagnato dalla qualifica, non di musicista, ma di prete secolare…» (p.85). Un ritratto del veneziano che certo stride e contrasta con quello dignitoso e severo del coevo siciliano Alessandro Scarlatti, al cospetto della sua emaciata modestia, della sua misurata e meditata composizione.

Si coglie allora tra le righe che è proprio lo spirito barocco quello che anima l’intero libro, che permea la sensibilità letteraria di Isotta, il quale ci offre giustapposizioni inspiegabili, accostate secondo un parametro di gusto, mai filologico. Un procedere dichiarato sin dalle prime righe ove ci informa: « Questo libro avrebbe dovuto chiamarsi “Macerie di Note”. […] titolo che avrebbe dipinto quell’ammasso di rovine che ci appare la musica dopo il devastante passaggio dell’analisi o della critica, e che la sezionano, se non la radono brutalmente al suolo, e solo in rarissime occasioni riescono a ricomporne l’originaria unità».

Il percorso testuale ci conduce poi nella stagione dei classici e su tutti riluce l’astro di un Beethoven atipico, incompreso, quello dell’incompresa Missa Solemnis. Gli segue un corposo saggio centrale che ci restituisce la grandezza di un altra figura male intesa qual è quella di Hectòr Berlioz «Forse a nessun compositore, in tutta la storia, è accaduta la curiosa sventura d’essere classificato, in due stadi immediatamente successivi o addirittura contemporanei, musicista d’un oltraggioso futuro e musicista superato […]» (p.184). Così la parabola conduce ai giorni nostri (o quasi) approdando alle interpretazioni magistrali del von Karajan degli anni ‘70 in cui veniva sgombrata la plumbea assolutezza del genio e la pletora di apprezzamenti che sempre lo accompagnavano: « Elogi  che verranno profusi a piene mani adesso che giunge l’avvenimento più atteso dell’anno: la Salome […] nuova produzione del festival di Salisburgo. E tutti a parlarne in termini gastronomici […] No, le ragioni  per le quali Karajan è un direttore inarrivabile […] sono altre: più semplici, poiché attengono ad autentici valori dell’arte […]» (p. 314).

Così Isotta fece risuonare le corde di un giovane studente, convincendolo, forse sciaguratamente, che quella era la sua strada. Così può ancora farle risuonare, con la sola tragica differenza che la libreria Guida non c’è più e che il libro tocca leggerlo alla Biblioteca di Nazionale. Paolo Isotta, I sentieri della musica; A. Mondadorti Editore 1978.