I “no Vax”? Sempre di più

da | Mar 27, 2021 | Primo piano

di Cinzia Rosaria Baldi *

La colpa è delle emozioni e della percezione del rischio dovuto alla profilassi

La Campania lancia il passaporto vaccinale Covid-19, un segnale per trasmettere la speranza di tornare a circolare liberamente in tranquillità, ma all’iniziativa si contrappone l’aumento delle defezioni dai centri di vaccinazione degli ultimi giorni. Secondo l’unità di ricerca dell’Università Cattolica di Cremona, che valuta periodicamente i dati sulla relazione tra psicologia, percezione e pandemia, già nello scorso dicembre soltanto poco più della metà della popolazione italiana (il 57 %) era intenzionato a vaccinarsi; la quota di contrari era del 16 %, mentre il 27 % della popolazione risultava esitante rispetto all’opportunità di vaccinarsi. Il colpo di grazia l’ha inferto la sospensione temporanea di AstraZeneca, e dubbi ed incertezze dei mesi precedenti si sono quasi tutti trasformati in un rifiuto. Così mentre si distribuiscono in Campania circa 170mila card di avvenuta vaccinazione al personale sanitario, dopo la seconda dose, e riprendono le consegne dei vaccini, si assiste nell’ultima settimana all’aumento del numero di chi decide di non vaccinarsi, tra questi anche i sanitari, per i quali si ipotizzano provvedimenti punitivi. Tra i più dubbiosi verso la vaccinazione per Covid-19 vi sono le donne e le fasce più giovani, fino ai 40 anni. Decisamente intenzionati a vaccinarsi risultano essere, invece, gli over 60, ovvero i più colpiti dal Covid-19 e, quindi la categoria più a rischio. Si definisce rischio la possibilità di entrare in contatto con il pericolo; il pericolo è, invece, una caratteristica dell’oggetto che provoca un danno. Ma un rischio, lo si può percepire e valutare in modo differente. La percezione e la valutazione di un rischio dipende, infatti, da diversi fattori, alla base dei quali troviamo il coinvolgimento di aspetti cognitivi ed emotivo-affettivi.

Questo conferma che non è la situazione epidemiologica a determinare le percezioni di rischio e la conseguente spinta verso la copertura vaccinale, bensì, fattori soggettivi e psicologici. A documentarlo è uno studio condotto da ricercatori del Judgment and Decision Making Laboratory del dipartimento di Psicologia dell’università di Padova e del dipartimento di Studi umanistici dell’università di Ferrara, i cui risultati sono stati pubblicati su Social Science & Medicine, che ha studiato l’effetto della percezione del rischio e altri fattori predittivi sulla decisione di vaccinarsi, prendendo in esame il periodo dalla fine da febbraio a fine giugno 2020.
Secondo il modello “risk as feelings” (Slovic et al., 2002, 2004 ; Slovic e Peters, 2006), le reazioni delle persone al pericolo sono risposte intuitive e istintive, che variano a seconda delle caratteristiche specifiche di un pericolo. I rischi sono percepiti dalle persone come maggiormente pericolosi quando sono poco frequenti, poco chiari per la scienza e con una natura catastrofica. L’impatto emotivo gioca un ruolo importante. La strategia di pensiero, che incide maggiormente nel decidere se accettare di vaccinarsi o meno è l’euristica degli affetti, strategia che fa sì che gli individui valutino il rischio di un evento non solo sulla base di informazioni oggettive, ma anche in base ai sentimenti che si provano. L’influenza stagionale, ad esempio, induce ad una bassa percezione del rischio, perché le persone hanno familiarità con la malattia, al contrario, il Covid-19 è correlato ad una elevata percezione del rischio trattandosi di una malattia nuova, sconosciuta fino a poco tempo fa, di natura catastrofica e dall’esito non prevedibile. Nei Paesi occidentali, il Covid-19, come è accaduto per la malattia da virus Ebola, è stato inizialmente percepito come qualcosa di remoto, sebbene mortale, e la distanza psicologica e fisica ha reso la percezione del rischio minore. Situazione, che è cambiata dopo il primo contagio da Sars-CoV-2 in Italia, che ha reso invece la malattia più “vicina ” e, dunque, temuta.

I dati esaminati rivelano come chi si trova in uno stato di depressione esprime maggiori dubbi verso la possibilità di vaccinarsi. Mentre chi riporta sintomi ansiosi è più preoccupato e teme che i nuovi vaccini non siano stati adeguatamente testati. Il senso di vulnerabilità al contagio e la preoccupazione per il rischio infettivo si confermano essere, invece, la principale motivazione della scelta a vaccinarsi delle persone più anziane, anche meno scettiche rispetto alla sicurezza dei nuovi vaccini. È emerso poi che durante la fase del lockdown, associata a una maggiore percezione del rischio di Covid-19, le persone erano più intenzionate a vaccinarsi contro la malattia. Anche tra i più dubbiosi la percentuale di soggetti determinati a vaccinarsi è aumentata durante la fase di chiusura totale, per poi invece tornare a valori molto bassi nella fase di riapertura. I risultati dello studio mostrano che il livello di accettazione del vaccino è molto influenzato dai dubbi generali nei riguardi dei vaccini, che ne diminuiscono progressivamente l’adesione. Il passaparola sui social network ha diffuso voci, paure, dubbi e timori, il “sentito dire” si è trasformato in un caos mediatico, che preoccupa molti, che crea difficoltà ad orientarsi nella confusione. Ma tra paure fondate o no si fa strada una sola certezza: per sconfiggere il Covid-19 bisogna vaccinarsi tutti, o almeno il 75-80% della popolazione, quella percentuale che permetterebbe di arrivare all’immunità di gregge. Dovrebbe bastare questo a farci decidere per il vaccino?

*psicologa di comunità

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