La nostra sindrome di Stoccolma

da | Mar 6, 2021 | Cronaca

Il Meridione sembra essere colpito da una malattia che ci rende succubi del Nord

L’Italia non è mai stata unita ed è inutile rincorrere quest’infelice disegno geopolitico voluto dai poteri massonici franco-inglesi. Ce ne siamo resi conto maggiormente con le stringenti misure restrittive legate alla diffusione del virus che ha messo in luce, ammesso che ce ne fosse stato bisogno, l’annosa questione di disparità di trattamento del cittadino del Sud Italia. Andava isolata, illo tempore, la Lombardia ma non potevano “discriminarla”, né fermare la “locomotiva d’Italia. Le nefaste conseguenze, ammesso di voler credere alla narrativa imperante della pericolosità e della virulenza del virus con le sue ultime varianti, vengono ancora oggi pagate da tutti gli italiani e soprattutto dagli abitanti della nostra Terra già impoverita, saccheggiata, depauperata ampiamente nel corso degli ultimi 160 anni di malaunità.

Da Camillo Benso conte di Cavour, primo ministro della prima legislatura italiana, prosieguo di quella piemontese e sabauda, a quella di Draghi, tutto cambia per non cambiare nulla come ce lo ricorda gattopardescamente il Lampedusa: da un Ministero per il Sud senza portafoglio ad uno per il Turismo con la locuzione: “Prima il Nord” nel profilo istituzionale, non sono altro che assaggi di quella che sembra essere la grande truffa della ripartizione del prestito da usuraio del Recovery Found. Noi gente del Sud continueremo a subire in silenzio anche questo scippo perché in fondo pensiamo di meritarci questo complesso di inferiorità indotto, addestrati come siamo e affetti da quella straordinaria sindrome di Stoccolma che ci rende succubi ed innamorati del nostro “rapitore”. Noi che continuiamo ad amare i partiti italiani anziché cercare una coesione fra meridionalisti, in fondo ci meritiamo di essere, parafrasando Malcom X, dei “terroni da cortile”.

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EDITORIALE

L’arte di evadere le regole

di Alessandro Migliaccio

Quando nel 2010 ho pubblicato il mio secondo libro (anche se il primo era solo una raccolta di poesie giovanili) intitolato “Paradossopoli. Napoli e l’arte di evadere le regole”, nutrivo una ferma speranza che qualcosa sarebbe cambiato. Che i napoletani avrebbero, prima o poi, avuto uno sbalzo di dignità e che si sarebbero in qualche modo presi una rivincita nei confronti di quanti, troppo facilmente, puntano il dito contro di loro.

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