La Lega Calcio allo sfascio

Il caso-Napoli non ha insegnato nulla ai presidenti delle società. Ci ricascano con il Torino

L’atteggiamento della Lega Calcio sulla vicenda Lazio-Torino è davvero imbarazzante. Lascia interdetti.
Come è possibile che il mondo del calcio, nella sua versione “privatistica”, cioè attraverso l’organismo che rappresenta le società di serie A e B, non voglia rassegnarsi all’idea che di fronte ad un’emergenza planetaria, che è costata al genere umano milioni di morti, la sicurezza sanitaria debba prevalere sulle sconsiderate norme che esso stesso si è dato (purtroppo con l’avallo di un ministro della Repubblica) e che costituiscono solo il maldestro tentativo di sopravvivenza, tracotante ed egoistico, indifferente persino di fronte ad una precedente pronuncia del supremo giudice sportivo, intervenuto a fare chiarezza sul caso Juventus-Napoli?
La vicenda è nota: il Napoli, spaventato dal focolaio diffusosi nelle file del Genoa, che aveva appena affrontato all’allora San Paolo e con due casi di positività (Zielinski ed Elmas), aveva contattato la Asl per sapere come doversi regolare, si era poi attenuto all’ordine superiore della stessa Asl e non era partito per Torino. Che De Laurentiis avesse interloquito con il presidente De Luca, con il sospetto di poter favorire lo stop dell’autorità sanitaria regionale, non aveva chiaramente alcun rilievo procedurale. Tutt’al più si sarebbe potuto rintracciare in tale iniziativa, forzando al massimo l’interpretazione, un “illecito” di etica sportiva, anche se resta tutta da dimostrare l’applicabilità di questo principio ad una vicenda assolutamente nuova e così grave per la pubblica incolumità. Ma chiaramente i livelli sono differenti.
I giudici della Lega, di primo e soprattutto di secondo grado, si erano rifiutati di applicare una regola fondamentale del nostro (e non solo) ordinamento giuridico, quello della gerarchia delle norme: le disposizioni statuali (nel caso di specie della seppur regionale Asl) prevalgono sui regolamenti, e comunque sulle norme emanate nell’ambito di un ordinamento sportivo sottoordinato (tipo protocollo Covid per le partite di calcio). Avevano inflitto al Napoli la sconfitta a tavolino per non essersi presentato a quell’autentica buffonata che vide a Torino protagonisti arbitri e giocatori della Juventus, con tanto di formazione annunciata, e sfibrante attesa, sotto un diluvio, per 45 minuti di un Napoli che tutto il pianeta sapeva non potersi presentare perché trattenuto in sede dall’autorità sanitaria. Un’ipocrisia senza limiti da parte di un piccolo mondo antico legato a rituali novecenteschi, scevri dai meccanismi della comunicazione moderna. Quel pomeriggio allo stadio di Torino ci mancava solo l’inno di Mameli.
Ma nella vicenda Juve-Napoli fece scalpore soprattutto la sentenza di appello, che suscitò sconcerto fra gli esperti di diritto e stupore fra quanti riconoscevano la consolidata preparazione del giudice estensore.
Intervenne così il Coni, in terzo grado, a riportare la questione sul binario della correttezza e della legalità: lo stesso protocollo prevedeva che comunque il calcio dovesse sottomettersi alle eventuali decisioni delle autorità sanitarie. Cosa che era esattamente avvenuta, con il Napoli fermo ai box su ordine della Asl. Partita da giocarsi quindi, cancellato il mortificante 3-0, il Napoli impedito a scendere in campo da cause di forza maggiore.
Elementare? Non proprio, visto che l’immarcescibile Lega ora ci ricasca. Impazza la variante inglese, il Torino è annientato dai contagi, la Asl locale interviene, mette tutti in quarantena e blocca la partenza della squadra granata. Ed ora i giudici di via Rosellini, immemori della giurisprudenza Coni, chiedono tempo per esaminare le carte. Una tecnica solo dilatoria, visto che le carte sono chiarissime. Mentre il solito Lotito (quello che si opponeva agli stadi a porte chiuse, tanto per intenderci) minaccia sfracelli legali e ricorsi, che perderà inevitabilmente, qualora la Lega, in un afflato di resipiscenza, dovesse non infliggere il 3-0 al Torino. Anche lui, come Agnelli, voleva vincere a tavolino. Evviva, è lo sport.
La verità è che la Lega ancora una volta ha palesato tutti i suoi limiti. Il caso-Napoli-Juve aveva dimostrato la totale disavvedutezza del protocollo, il goffo tentativo dei presidenti di salvare il loro business, fregandosene dei morti, che ora come allora funestano il nostro vivere quotidiano e le nostre coscienze. La governance delle società professioniste ha avuto cinque mesi di tempo per riadattare quell’accordo alla situazione scatenata dall’aggravarsi della pandemia e dalla pronuncia del Coni, che l’avevano resto carta straccia. Non l’ha fatto, dolosamente, per preservare il suo orticello, sperando, ingenuamente, che il virus riservasse un trattamento di speciale favore ai calciatori. Ed ora si ritrova nelle pesti, con l’aggravante di aver perso tempo prezioso, di non aver fissato subito la data del recupero della partita, considerato che comunque i giochi vanno chiusi improrogabilmente entro il 23 maggio, per dar spazio agli Europei.
Domanda finale: la Federazione che fa? La Lega preserva gli interessi degli affiliati. La federazione dovrebbe preservare gli interessi pubblici, visto che è affiliata al Coni, che promana la sua sovranità direttamente dallo Stato. Ma il neo eletto Gravina nicchiava prima e nicchia ora. Solo tenui mormorii. Si dia una svegliatina.