Quando nel 2010 ho pubblicato il mio secondo libro (anche se il primo era solo una raccolta di poesie giovanili) intitolato “Paradossopoli. Napoli e l’arte di evadere le regole”, nutrivo una ferma speranza che qualcosa sarebbe cambiato. Che i napoletani avrebbero, prima o poi, avuto uno sbalzo di dignità e che si sarebbero in qualche modo presi una rivincita nei confronti di quanti, troppo facilmente, puntano il dito contro di loro. E non a caso, il libro era un viaggio nei paradossi della città, nel marcio che c’era nelle istituzioni cittadine, negli errori commessi da chi avrebbe dovuto dare il buon esempio, nell’assurdità di certi comportamenti messi in atto da chi amministra la città. Totò avrebbe detto: “Lo so che chi amministra amminestra, ma lei amico caro, si è pappato tutto il minestrone!”. Ed è quello che è accaduto negli ultimi cinque anni. Non solo i napoletani non hanno avuto il rigurgito di dignità che mi aspettavo da loro, ma oggi sembrano ancor di più rassegnati a vivere e convivere con i disservizi, con la corruzione e con un sistema di potere che tiene in trappola la città. L’unico moto di orgoglio che c’è stato nel popolo partenopeo è stato quello neoborbonico, è stato quello dei tifosi offesi dal “Vesuvio lavali col fuoco” cantato negli stadi, è stato quello (tardivo) nei confronti dei piemontesi che hanno scippato le nostre terre e di chi parla e sparla in tv di Napoli senza conoscerla. Bene.

Diamo addosso agli altri. Ma dov’è la reazione, anzi la ribellione, nei confronti di chi governa e si dimentica della nostra città e di tutto il Sud, di chi gestisce gli appalti pubblici e soddisfa solo il suo ventre, di chi spara in mezzo alle strade uccidendo innocenti e per questo si crede “guappo”. Dove sono i tanti “masaniello” di oggi che dietro la tastiera del computer predicano bene e poi nella vita reale razzolano male? Due anni dopo l’uscita di “Paradossopoli”, scrissi un altro libro di inchiesta. Il titolo è molto diretto: “Che s’addà fa’ pe’ murì! Affari e speculazioni sui morti a Napoli”. Il tema del libro, oggi, quattro anni dopo, è divenuto attuale con la Procura che ha avviato indagini sulle operazioni commerciali che si compiono nei cimiteri cittadini e con il Comune di Napoli che ha addirittura chiesto a cento famiglie di liberare le loro cappelle perché, oggi, si accorge che forse gli acquisti non sono proprio regolari. Ma dov’era il Comune quattro anni fa? Nel mio libro-denuncia spiegavo che novemila morti all’anno, a Napoli, garantiscono un giro d’affari illecito tanto enorme quanto raccapricciante e che cartelli organizzati di privati e ditte funebri sapevano come lucrare su di esso.

Cadaveri che spariscono nel nulla, tombe profanate e rivendute, ossa che vengono spostate da una nicchia all’altra, morti che viaggiano di nascosto nelle ambulanze. L’inchiesta mirava a fare luce sul malaffare e la speculazione che circondano il mercato dei funerali, dei loculi e delle cappelle gentilizie. Anche quando ho pubblicato questo libro, nutrivo la speranza che i napoletani si sarebbero ribellati a chi li ricattava finanche nel momento del dolore per la morte di un parente. Ed invece no: si è continuato ad andare avanti, un po’ anche per ignoranza nella materia, favorendo il malaffare di chi specula sulla morte. Ora tutti sono concentrati su chi sarà il nuovo sindaco ma io credo che sia più importante stabilire quale sarà il nuovo popolo napoletano. Quello che prende le distanze dalla camorra, dal malaffare e dai politici corrotti oppure quello che fa finta di non vedere ciò che succede accanto a lui e poi rivendica l’orgoglio di essere partenopeo solo allo stadio oppure nei confronti di chi vive al Nord? Decidete prima questo e poi quale sindaco votare. Se volete essere come i briganti che difendono la nostra terra siatelo sempre, ogni giorno. In ogni occasione della vostra vita. Altrimenti sarete complici e non vittime della criminalità, dei disservizi e del degrado che rovinano Napoli. Decidiamo, insomma, che popolo vogliamo essere. Vi assicuro che il futuro sindaco si comporterà di conseguenza.

di Alessandro Migliaccio