La cattiva globalizzazione è un danno. Anche nel calcio

C’era un tempo, neanche troppo lontano, quando per 14 anni, dal 1966 al 1980, le squadre di calcio italiane non potevano piú tesserare stranieri in quanto la Federazione di calcio, in nome di un orgoglio italiano ferito, dopo i penosi mondiali del 1966, decise di punire l’esterofilia che, di fatto, penalizzava i vivai delle squadre incapaci poi di produrre talenti in grado di competere nelle sfide europee e mondiali. Ma nel 1980, incapaci di argomentazioni e strategie più convincenti, dopo il disamore per il calcio dei tifosi dovuto all’ignobile e criminogeno teatrino del calcio scommesse, il Consiglio Federale decise di riammettere lo straniero. Delle 16 squadre in serie A solo 5 decisero però si sottrassero dal tesserarlo, mentre si ricordano, tra gli altri, Brady alla Juve, Falcao alla Roma, Prohaska all’Inter, Bertoni alla Fiorentina, un simpaticissimo Juary all’Avellino ma soprattutto un autentico fuoriclasse olandese, uomo di rare qualità e visione di gioco: Ruud Krol, giunto a Napoli come primo straniero dopo l’annata 65-66 con i brasiliani Cané ed Altafini e l’Italo-argentino Omar Sivori. Da quella timida apertura siamo arrivati oggi a contare nelle rose delle 20 squadre di serie A, compresi i giocatori fuori lista, quasi il 60% di giocatori stranieri, 355 contro 240 calciatori italiani che faticano a trovare spazi all’estero.

Una fotografia di un calcio sempre più malato, costretto a fare i conti anche con prezzi assurdi ed ingaggi da capogiro di tesserati sempre meno attaccati alla maglia. Complici di questa deriva, anche molti Presidenti di società (in Italia 11 squadre professioniste sono in mano a capitali stranieri), che, tra l’altro, si ritrovano a gestirle con freddezza e determinazione considerandole mere aziende. Restano eccezioni alcune squadre che non si sono piegate a queste logiche di mercato, come per esempio l’Osasuna di Pamplona, in Spagna, che resta la squadra in Europa meno esterofila, con circa il 97% di giocatori autoctoni, così come il Nancy in Francia col 92% e i baschi dell’Atlhetico Bilbao col 91%, uno dei tre club spagnoli, insieme al Real Madrid e al Barcellona a non essere mai retrocesso nella seconda categoria. Scelta identitaria di un’intera tifoseria che la ribadì, in un sondaggio che premeva verso la globalizzazione imperante. Che ben vengano allora queste piccole e sparute realtà che in tempi di indotte aperture senza confini e del “politicamente corretto” restano un esempio di identità ed attaccamento alla propria Terra.
Patrizia Stabile