Il crollo “annunciato” in piazza Cavour

da | Gen 23, 2021 | Cronaca

di Federico Marone

Palazzi a rischio, misure più stringenti. Difficile sfuggire alle responsabilità con il nuovo (modello) Cep del Comune

Ancora una volta s’è sfiorata la tragedia, col crollo mercoledì scorso dell’edificio di piazza Cavour e di parte della facciata dell’adiacente chiesa di Santa Maria del Rosario alle Pigne (detta anche del Rosariello). A venire giù è stato un alloggio accorpato al fabbricato dell’Istituto Froebeliano che ospita anche alunni di altre scuole (all’angolo con salita Stella). Erano da poco trascorse le 7 e non c’era ancora il solito viavai. L’area antistante era da tempo transennata, perché c’erano stati segnali di pericolo…

Capita sempre più spesso che, percorrendo le strade di Napoli, insorga il timore di essere colpiti da qualche cornicione pericolante. Tanti i palazzi a rischio per incuria e mancanza di manutenzione. Troppi gli “incidenti” gravi avvenuti in questi anni, tra cui il distacco di calcinacci dalla Galleria Umberto di via Toledo che nel 2014 causò la morte del 14enne Salvatore Giordano; e la tragica fine di Rosario Padolino, il commerciante di via Duomo schiacciato l’8 giugno 2019 da un pezzo di cornicione che era imbrigliato dalle reti di sicurezza, crollato insieme alle reti. “Quando si mettono reti di contenimento o altre opere provvisionali e poi si lasciano trascorrere mesi senza eseguire i lavori, la situazione peggiora sempre più fino all’inevitabile disastro annunciato”, commenta l’architetto Roberto Scardi, anni di esperienza sul campo, di passaggio in zona per lavoro. “Fino a pochi anni fa, quando c’era un crollo”, aggiunge, “si parlava ancora di fatalità. Ma oggi è chiaro a tutti, a partire dalla Magistratura, che dietro al crollo di un cornicione, di un balcone o di un intero fabbricato non c’entra il fato ma c’è la responsabilità di chi, pur consapevole del pericolo, non è intervenuto tempestivamente e nel modo corretto“.

Ma ora c’è una novità che potrebbe porre un freno alle inadempienze. Negli anni scorsi, quando c’era una ordinanza o diffida del Comune che obbligava un condomìnio o un proprietario a fare i lavori, si richiedeva al tecnico di dichiarare nel CEP, certificato di eliminato pericolo, che l’intervento eseguito era sufficiente per eliminare il rischio per la pubblica incolumità (e a volte capitava che, per questioni di pecunia, si scegliessero persone o imprese incompetenti). Poi il Comune ha perfezionato in maniera via via più stringente la procedura. Adesso il tecnico abilitato (ingegnere, architetto, geometra) è obbligato a compilare un modello CEP molto più articolato, che presume un esaustivo controllo della porzione di fabbricato oggetto di diffida, e nel quale vanno specificati nel dettaglio gli interventi effettuati, precisando tra l’altro se hanno carattere “permanente” o “provvisorio” e, in questo secondo caso, se entro 365 giorni debbano essere effettuati ulteriori lavori… “Permanente” significa che oltre al pericolo sono state rimosse anche le cause del dissesto (per esempio: perdite idriche). Ma se invece il rischio è stato eliminato con una semplice puntellatura, insomma in via provvisoria, adesso c’è l’obbligo – introdotto nel 2020 – di “rinnovare” il CEP ogni 365 giorni. Ciò responsabilizza i soggetti che intervengono, ma soprattutto i proprietari (o l’amministratore di condominio) che, se si sono limitati a far fare delle opere provvisionali, ne diventano responsabili ed hanno l’obbligo di mantenerle in efficienza fino a quando il pericolo non sarà stato eliminato definitivamente. Insomma, con la nuova procedura ci sono tutti gli elementi per individuare le singole responsabilità (che in ogni caso per il Comune potrebbero essere solo di mancato controllo).
Vero è che si ricorre alle opere “provvisionali” perché, per eliminare il rischio con la procedura di somma urgenza, i lavori possono essere eseguiti senza titolo edilizio (senza permessi). Mentre, in caso di interventi radicali, bisogna acquisire idoneo titolo edilizio e tutti i necessari atti di assenso da parte degli enti competenti (anche se c’è l’ordinanza), peregrinando da un ufficio all’altro, soggetti alla lentezza della burocrazia.

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