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Al tempo in cui frequentavo il Liceo, negli anni ‘80, la solennità di un passato non remoto attraversava la stagione del ripudio e sopravviveva come orpello imbarazzante di folklore. A Napoli certo resistevano baluardi come San Gregorio Armeno ma, lontano dal centro, i segni della tradizione erano assai più labili. Una tragica cessione anomica rodeva l’ affannato ceto medio, animato dal desiderio di essere accolto nella famiglia della borghesia italiana. Quel ceto afflitto dalla lotta interiore sugli emblemi da assumere, per dirsi diverso dalla cifra popolare – caso mai altri italiani avessero equivocato – . E siccome in provincia la tradizione era un fatto essenzialmente privato, costituito da un Presepe domestico, contrapposto alle tradizioni nordiche dell’Albero di Natale, il ceto medio dapprima fece convivere le due cose poi, trovandolo insufficiente, volle fare a meno del Presepe. Dopo di quello fu la volta degli zampognari; e quei musici che avevano caratterizzato da sempre la festività natalizia, diventarono presenza rara, ridotta soltanto ai centri storici dove le famiglie popolari ne facevano richiesta.

Al culmine, segno evidente del mutamento di sensibilità, l’ottimismo edonistico di quegli anni ridusse il Natale a mera attesa di una festa assai più ludica: l’ Ultimo dell’Anno. L’ evento di gala in cui veniva investita ogni risorsa. E mentre nei quartieri popolari sopravviveva la sublimazione della tradizione col rito dei botti, con improvvisa accelerata la borghesia napoletana scopriva il Capodanno in montagna e, qualcuno, persino la settimana bianca.

La festa dei botti divenne prerogativa del mondo popolare e, da allora, stigmatizzata con tutti i mezzi borghesi disponibili, sicché quel ceto popolare, fiero di una pratica remota nata nel mondo latino per scacciare i demoni, dovette subire l’umiliazione dell’inadeguatezza covando, ovviamente, risentimento e conflittualità.

A sottolineare ulteriormente la differenza l’ostentazione del corredo da sci, acquisto indispensabile alla  nuova pratica dell’esodo invernale e alla ridicola assunzione di uno sport estraneo.  I posti dove queste “sceneggiate”  avevano luogo erano fondamentalmente due, il Lago Laceno, l’unica località campana che disponeva di un impianto di risalita, e la più rinomata Roccaraso, in Abruzzo, che aveva una tradizione ricettiva più solida.

Più che l’attività sciistica, troppo  irrilevante per meritare una memoria, il ricordo di quegli anni mi restituisce scene di interni, quelle degli ambienti che ospitavano la meschina volontà di rappresentarsi omologati alla borghesia del nord Italia.

In verità non ci andai mai a quei convivi capodanneschi, alle sciocche settimane bianche, perché – fortunatamente  – mio padre le aveva in odio. Gli echi tuttavia mi arrivavano ugualmente perché in una delle località dove queste pratiche invernali si tenevano, ci andavo d’estate, e guardando gli interni dei bar e degli hotel atti a ricevere quelle clientele me ne facevo un’idea. Di poi il nostro ceto medio, suggestionato dalle atmosfere pseudo-alpestri, ossessivamente  evocate dagli spot degli anni ‘80, se le volle portare pure a casa, riproducendone le fisionomie nei garages e nei seminterrati delle proprie abitazioni. Era la cosiddetta “tavernetta”, un orrore dell’ interior design anni ‘80. Le pareti rivestite da doghe di legno, le lanternine coi vetri colorati, la finta botte, la testa del cinghiale imbalsamata e l’immancabile tavolo verde. Ivi si tenevano tutte le feste, comprese quelle di compleanno dei borghesi come me; e mio malgrado, qualche volta dovetti andarci anch’io.  Ricordo ragazzini, riga a lato, coi maglioni dai colori accesi, che si davano a melense musiche lente e brutti rock rumorosi. Rossi in viso, per il caldo esagerato che ambienti termicamente troppo isolati, e troppo affollati, generavano. A un certo punto se ne accorsero pure i più affezionati lasciando presto abbandonate quelle tavernette, restituite alla funzione di depositi quali erano.  Si diffondevano in compenso le birrerie, impropriamente definite “pub”, dove si poteva godere l’apprezzato stile “cowntry” delle abbandonate tavernette. Dove si mangiavano würstell, hamburgher e patatine a buon mercato, ma di equivoca provenienza. Tutte “specialità” che resistettero fino alle paure da “Mucca Pazza”. E dopo? Dopo entrammo nella stagione dello scaricamento leghistico e la nostra ex borghesia si ritrovò, sguardo desolato, davanti al vecchio presepe. Da li un recupero progressivo di certe cifre arcaiche diventate poi, per eccesso, persino chic. Non potei fare a meno, constatando quel ritorno al passato, di pensare a Tommasino sul letto del morente Luca Cupiello che all’ennesima domanda « Te piace ‘o presepio?» ammette finalmente « Si papà…me piace.».