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La piramide demografica rovesciata. Il Covid si incrocia con altre emergenze. Urge cambiare rotta. Il Natale della svolta

Mancano ormai cinque giorni alla vigilia del Natale più inverosimile che si potesse immaginare, con ulteriori restrizioni (indispensabili) a causa della ripresa dei contagi e per scongiurare un terzo attacco del virus che potrebbe scattare all’inizio del 2021. Un virus tuttora misterioso, che miete vittime non solo tra gli anziani e per il quale ancora non è stata trovata una terapia. Un flagello globale che s’incrocia con altre emergenze, determinando paura e senso di impotenza.

Da noi è piombato in un Paese già “squilibrato”. Ormai la società italiana è come una piramide rovesciata, un triangolo che si regge sulla punta (in basso i giovani e in alto gli anziani, che sono più numerosi). Il rapporto tra ultra65enni e la popolazione con meno di 15 anni secondo gli ultimi dati Istat era del 33,5% nel 1951 ed è diventato del 180% nel 2019 (il numero di anziani per bambino è passato da meno di uno del 1951 a cinque anziani per ogni bambino). Un Paese, di 59.641.488 abitanti, sempre più vecchio. L’età media s’è innalzata da 43 a 45 anni rispetto al 2011 (la Campania, con 42 anni, è la regione con la popolazione più giovane e lo era anche nel 1951 ma con un’età media più bassa di 13-14 anni). Più donne che uomini in Italia (+1.541.296) sempre secondo dati che non tengono conto degli immigrati clandestini, i quali dalle nostre parti sono stanziali soprattutto, a Napoli, nella zona della Ferrovia; e in circa 22mila nella enclave di Castelvolturno (CE). Migliaia di stranieri che spesso eludono controlli e assistenza sanitaria benché in questi giorni a Castelvolturno grazie ai medici del progetto europeo Su.Pre.Me sia in corso uno screening-Covid che consente di monitorare anche i “fantasmi”. Idem per i rom di Cupa Perillo e altri campi abusivi (mentre il campo rom comunale di Secondigliano è zona rossa). Gli stranieri regolari in Italia sono 5,4 milioni. Se l’Italia si spopola, il Sud di più. Perché si emigra per lavoro ma soprattutto per il drammatico calo delle nascite. Si rimanda, ma la fecondità dipende anche dall’età… Difficile dividersi tra famiglia e lavoro. Mancano sostegni economici e servizi per l’infanzia. E poi a Napoli si vive male. Nella classifica del Sole 24ore la terza città d’Italia è al 92° posto come qualità della vita. Secondo il rapporto Censis, per l’85% degli italiani la frattura sociale è tra chi ha la sicurezza del posto di lavoro e chi non ce l’ha. Da un lato i 3,2 milioni di dipendenti pubblici cui si aggiungono i 16 milioni di percettori di pensione e dall’altro l’universo dei lavoretti nei servizi e del lavoro nero, stimabile in circa 5 milioni di persone che hanno finito per inabissarsi senza fare rumore. Nel rapporto Istat 2020 non è chiaro il dato sui laureati, aggregato ad altri diplomi (13 o 29 per cento?). Tra i grandi danneggiati dal Coronavirus, proprio i liberi professionisti, nient’affatto tutelati… e altre categorie sono in attesa dei ristori.

Intanto al Comune di Napoli sono arrivate 46.316 domande per il bonus spesa per prodotti di prima necessità: il 27,8% dei richiedenti ha tra i 36 e i 45 anni e il 26,6% tra i 46 e i 55 anni (25.237 persone dichiarano di non avere nulla o di beneficiare del solo reddito di cittadinanza; tra gli stranieri il 50% è di nazionalità cingalese). Ciò a conferma di difficoltà aggravate dall’emergenza. Perciò non è proprio il caso di strafare. Chi può si goda in semplicità l’intimità familiare, cercando di cogliere il vero senso del Natale, che è messaggio di speranza.