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In questa data si celebra l’Immacolata Concezione, patrona del Regno delle due Sicilie ma anche altro

L’otto dicembre, una data che un tempo non rappresentava soltanto un’importante ricorrenza religiosa per il popolo del Regno delle due Sicilie profondamente devoto all’Immacolata Concezione ma è tutt’oggi pregnante di significati riconducibili alla geopolitica della nostra Patria.
Nel 1816 fu emanata, infatti, la legge fondamentale del Regno che di fatto perfezionava quanto sancito al Congresso di Vienna ovvero il ripristino dell’Ancien Règime e cioè dell’assetto dell’Europa all’età precedente la rivoluzione francese e successive guerre napoleoniche, un mero e coattivo strumento di “controllo” che tra le poche cose buone, oltre ad una “Dichiarazione contro la tratta dei negri”, sancì con l’articolo 104, il ritorno della dinastia dei Borbone.
Ancora l’otto dicembre del 1856 ricordiamo il fallito attentato a Ferdinando II da parte di un soldato, una ferita i cui postumi, secondo alcuni storici, porteranno, due anni dopo, alla sua prematura morte. In forma di ringraziamento per essersi salvato quel giorno, a Campo Marte a Capodichino, fu eretto un piccolo tempio a corso Secondigliano, in piazza Giuseppe Di Vittoria in onore dell’Immacolata Concezione.

Ed ancora l’otto dicembre del 1860 mentre Gaeta, ultimo baluardo del nostro amato Regno, capitolava, l’ultimo re Francesco II depositava uno degli atti d’amore più grandi verso un Popolo e la Patria, forse il più bel proclama reale, che tutti i Napoletani dovrebbero conoscere: “Da questa Piazza difendo più che la mia corona l’indipendenza della patria comune. Quando veggo i sudditi miei che tanto amo in preda a tutti i mali della dominazione straniera, quando li vedo come popoli conquistati portando il loro sangue e le loro sostanze ad altri paesi, calpestati dal piede di straniero padrone, il mio cuore napolitano batte indignato nel mio petto, consolato soltanto dalla lealtà di questa prode armata, dallo spettacolo delle nobili proteste che da tutti gli angoli del Regno si alzano contro il trionfo della violenza e dell’astuzia. Io sono napoletano; nato tra voi, non ò respirato altra aria, non ò veduto altri paesi, non conosco altro che il suolo natio. Tutte le mie affezioni sono dentro il Regno: i vostri costumi sono i miei costumi, la vostra lingua la mia lingua; le vostre ambizioni mie ambizioni. Erede di una antica dinastia che à regnato in queste belle contrade per lunghi anni ricostituendone l’indipendenza e l’autonomia, non vego dopo avere spogliato del patrimonio gli orfani, dei suoi beni la Chiesa ad impadronirsi con forza straniera della più deliziosa parte d’Italia. Sono un principe vostro che à sacrificato tutto al suo desiderio di conservare la pace, la concordia, la prosperità tra’ suoi sudditi. Il mondo intero l’à veduto; per non versare il sangue ò preferito rischiare la mia corona. Ho creduto di buona fede che il Re del Piemonte che si diceva mio fratello, mio amico, che mi protestava disapprovare la invasione di Garibaldi, che negoziava col mio governo un’alleanza intima pe’ veri interessi d’Italia, non avrebbe rotto tutt’ i patti e violate tutte le leggi per invadere i miei Stati in piena pace, senza motivi nè dichiarazione di guerra. Se questi erano i miei torti, preferisco le mie sventure a’ trionfi de’ miei avversari. Io aveva dato una amnistia, aveva aperto le porte della patria a tutti gli esuli, concedendo a’ miei popoli una costituzione. Non ò mancato certo alle mie promesse”.