Napoli, Gattuso prigioniero del modulo

da | Nov 28, 2020 | Calcio Napoli

Il tecnico insiste con il 4-2-3-1 ma i giocatori rendono meglio con il 4-3-3 specie se manca Osimhen. E la squadra gioca male

Nel calcio quando si vince, va tutto bene. Gli allenatori diventano tutti Mourinho e Guardiola e i giocatori tutti fuoriclasse. Quando invece i risultati latitano o sono incostanti ecco che le pecche emergono in tutta la loro lampante realtà.
Più o meno è quello che sta accadendo al Napoli e al suo allenatore Gattuso. Celebrato, l’allenatore, come l’uomo della Provvidenza e circondato dagli apprezzamenti unanimi per il suo ringhio selvaggio, sta ora impattando, e con qualche contraccolpo, con la dura realtà di una piazza difficile come Napoli. Di fronte a qualche sconfitta di troppo e a qualche naturale critica, oltre a prendersela, com’è giusto che sia con i suoi giocatori, ha cominciato a scatenarsi contro i “troppi maestri” che imperverserebbero a Napoli. Il riferimento ai commentatori televisivi e ai giornalisti era evidente. Troppi maestri? Il volenteroso Rinuccio nostro, di fronte alle lodi più sperticate, in un sussulto di soprautostima, deve aver pensato di essere definitivamente approdato nell’Olimpo delle panchine e quindi di non poter più esser sottoposto a critiche. Insomma un “lasciate fare a me” e non vi permettete di disturbare il manovratore, io vengo da venticinque anni di carriera onorata e non ho bisogno di consigli. E invece Gattuso piuttosto che guardarsi dai maestri dovrebbe sottoporsi ad un bagno di umiltà e capire che, quanto ad esperienza da allenatore, deve ancora andare, e a lungo, a scuola. Non si spiegherebbero altrimenti tutti gli errori che ha inanellato in queste ultime uscite, frutto di una testarda volontà di voler imporre un modulo, il 4-2-3-1 che per la qualità dei giocatori che ha a disposizione, proprio non risulta confacente e utile. Specie se manca Osimhen.

Senza voler andare troppo indietro a scavare nel cammino del Napoli di quest’anno, basta soffermarci alle due ultime uscite. Contro il Milan diciamo che l’ha persa lui. È vero, in campo i ragazzi sembravano abbastanza addormentati, ma opporre alla Maginot rossonera, formata a centrocampo da tre elementi fissi più uno che tornava all’occorrenza (Rebic o Seelemaker) solo lo spaesato Fabian e il nervoso Bakayoko, è apparsa a tutti una mossa suicida. Aggravata dal fatto di schierare poi in avanti contemporaneamente tutti e quattro i piccoletti, con l’altrettanto chiarissima conseguenza che Lozano e Politano si pestavano i piedi e che Mertens, in quell’affollamento, non riusciva mai a districarsi. Un tecnico di lunga navigazione non avrebbe mai commesso errori del genere e soprattutto se ne sarebbe accorto guardando quel che accadeva in campo dopo un quarto d’ora di gioco e avrebbe posto subito riparo.
E vogliamo parlare della prestazione contro i dopolavoristi del Rjieka? Quell’Elmas sulla sinistra è davvero un pesce fuor d’acqua, non copre la fascia perché non è nelle sue corde, non torna perché Gattuso gli fa capire che deve fare il terzo dei tre a sinistra e il risultato è che il Napoli gioca praticamente in dieci. Ora il Napoli ha vinto e questo era l’obiettivo. Ma credere che questo successo possa aver cancellato tutti i dubbi espressi dai “maestri” sulla squadra e sul modulo è eccessivo. Il Napoli ha giocato davvero maluccio, squinternato com’era nell’equilibrio di una formazione che mai il tecnico, contro un avversario che si sarebbe chiuso davanti alla sua porta, avrebbe dovuto schierare, ricorrendo cioè ad un modulo scriteriato che è diventato per lui come una sorta di vangelo. Non a caso le cose migliori il Napoli le ha fatte intravedere quando, al termine di un tourbillon di cambi, Gattuso è passato, ma con grande ritardo, al 4-3-3. Gattuso, contrariamente a quanto lui possa pensare, è un tecnico ancora giovane, che deve fare esperienza oltre che sul campo anche nei comportamenti, nei rapporti con i suoi giocatori e con i “maestri”, che in una città come Napoli, che vive di calcio, ci sono e si sono forgiati in anni e anni di lavoro o sul campo o sugli spalti e che hanno tutto il diritto, di fronte ad incertezze di gestione così clamorose ed evidenti, di sottolinearle. Piaccia o non piaccia all’uomo di Corigliano Calabro.

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EDITORIALE

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di Alessandro Migliaccio

Quando nel 2010 ho pubblicato il mio secondo libro (anche se il primo era solo una raccolta di poesie giovanili) intitolato “Paradossopoli. Napoli e l’arte di evadere le regole”, nutrivo una ferma speranza che qualcosa sarebbe cambiato. Che i napoletani avrebbero, prima o poi, avuto uno sbalzo di dignità e che si sarebbero in qualche modo presi una rivincita nei confronti di quanti, troppo facilmente, puntano il dito contro di loro.

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