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La morte del campione argentino, che si sentiva napoletano, vista attraverso il calcio come fattore identitario

Sappiamo tutti che il Napoli Calcio non è solamente la squadra di calcio della città di Napoli nonché la più blasonata dell’Italia meridionale. Ed è anche il simbolo di appartenenza alla nostra identità, è un riscoprire le proprie radici che affondano in una terra bellissima fin troppo vilipesa. Il calcio che, lungi dall’essere considerato solamente uno sport, è quindi l’espressione di un Paese e ne riproduce, paradossalmente, anche la storia, intesa come una delle tante componenti della Questione Meridionale.

Infatti, dal 1904 (data d’inizio del campionato di serie A) ad oggi, quasi tutti gli scudetti assegnati appartengono alle squadre del Nord che più vincevano e più attingevano tifosi e blasone.
Ci piace pensare che la conoscenza della nostra storia passi anche attraverso gli spalti, le gremite curve che fanno sventolare sempre più frequentemente simboli identitari (vessilli, bandiere, striscioni) che le iniziative sui social contribuiscono ad allargare e a veicolare (cento bandiere del Regno delle due Sicilie oppure lo striscione dedicato al morti del lager di Fenestrelle, un luogo sinistro in Piemonte che vide tanti patrioti briganti deportati, umiliati, uccisi in barba ai principali diritti umani). Ben venga allora il connubio “calcio & identità” altrimenti eventuali vittorie e successi del Napoli calcio serviranno solo a vanto del tifoso “del” Napoli e non del tifoso “di” Napoli. Premessa indispensabile per comprendere il trasporto emotivo e il dolore scaturito dalla prematura morte dello scugnizzo argentino venuto a liberarci da timori reverenziali e sudditanze e a vendicarci del perenne stato di colonizzazione. Lo ha fatto quando ha ricordato ai giornalisti che “Napoli non è sporca ma è l’Italia che sporca Napoli” oppure quando ha spiegato che “l’Italia si ricorda di Napoli solo quando deve tifare contro l’Argentina”. Diego si è schierato dalla parte di Napoli, è stato un eroe per noi.

Lui, capace di essere politicamente scorretto, mai domato, mai succube. Idolatrato da tanti di noi refrattari ad ergersi a giudici e disposti a perdonargli i suoi demoni perché ne albergano tanti in noi. Demonizzato e ingiuriato invece dai finti “cavalieri senza macchia” che hanno persino nascosto verità e versioni dei fatti che lo coinvolgevano, verità spesso completamente avulse da quelle imperanti che lo vedevano colpevole anche quando non lo era.
Intitolargli lo stadio San Paolo è solamente il minimo tributo dovuto. Avresti dovuto invecchiare insieme a tanti di noi Dios, ma il tuo omologo ti ha voluto prima.