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La mattina del 24 novembre 1980 alle 8 ero in redazione, a Salerno. Vi ero stato catapultato dal direttore del “Mattino” dell’epoca, Roberto Ciuni. Partimmo in cinquanta, uno sforzo colossale per un giornale come il nostro. Ma colossale era la tragedia, anche se noi, come tutti, sulle prime non avevamo intuito in pieno l’entità del dramma.
Con Nicola Fruscione coordinatore della redazione, ci dividemmo i compiti. Io partii per Cava dei Tirreni, i primi sussurri parlavano di decine di morti, di un palazzo crollato. Prima di abbandonare la redazione di corso Vittorio Emanuele mi feci dare in prestito dal fotografo Giovanni Liguori una piccola Olimpus, una macchinetta maneggevole con ottime prestazioni. Pensai che poteva tornarmi utile.
Mi fiondai su Cava in un clima irreale, Salerno era praticamente deserta, lungo la litoranea non incrociai nemmeno un’auto. In pochi minuti ero a Cava. Capii subito che i sussurri corrispondevano a realtà. La zona vecchia della città presentava crepe ovunque, danni vistosi, irreparabili. Qualcuno mi confermò che in una strada poco distante era caduto un palazzo, che c’erano morti. Arrivai sul posto e si aprì ai miei occhi uno spettacolo allucinante. Un intero palazzo si era sbriciolato, esisteva solo un enorme cumulo di macerie e una decina di vigili del fuoco avevano impiantato una scala di fortuna per giungere alla sommità di quella montagna innaturale.


Cominciai a scattare qualche foto ed attesi che qualcuno si facesse vivo per indagare, per sapere, per tramutare in freddi numeri quella tremenda sciagura provocata dal sisma. Ad un certo punto i vigili del fuoco, dall’alto, mi fecero strani segni. Mi chiedevano se volessi salire, scavando stavano disseppellendo dei cadaveri. Mi imbracarono in una specie di salvagente e inerpicandomi, scortato, lungo quella scala pericolosissima, riuscii a giungere in vetta.


A pochi metri di distanza, devastati dai calcinacci, due corpi in uno, cianotici, impietriti dalla freddezza della morte: un’anziana avvinghiata ad un bambino che non aveva più di un anno, stretta a lui. Nonna e nipote. Lei aveva tentato forse di ripararlo col suo corpo, erano morti abbracciati. Una scena da brividi. Ma il giornalista prese il sopravvento sulla pietà, imbracciai l’Olimpus e scattai almeno quattro foto. Ebbi appena il tempo di farmi il segno della croce, un gesto quasi meccanico, forse un alibi che imponevo a me stesso per ritrovare uno sprazzo di umanità. Con lo stesso sistema, imbracato e scortato, ridiscesi per la scala. Quelle foto, forse le prime di tante altre che avrebbero documentato quella immane tragedia, avrebbero fatto il giro del mondo.
Ma ai piedi della scala c’era chi mi aspettava. Era un uomo disperato, il figlio e il padre delle vittime. Era sconvolto dal dolore, capì che ero andato lì su a fotografare i suoi cari. Mi si avventò contro come una furia. gridava, o bestemmiava, o delirava. Voleva comunque punire il mio cinismo. Prima che potessi difendermi, agguantò l’Olimpus. la sbatté imperiosamente per terra e la schiacciò con i piedi, pestandola più volte e riducendola ad un ammasso di detriti. Il mio scoop era fallito. Continuò a riempirmi di improperi, fino a quando, mortificato, non decisi di allontanarmi. Scrissi la cronaca del palazzo crollato, parlai dei morti. Ma senza foto. Quell’uomo sconvolto era un bravo sindacalista. Qualche tempo dopo, attraverso il collega della redazione di Salerno Onorato Volzone che era suo amico, mi chiese scusa.
In realtà non aveva nulla di cui scusarsi. Questo mestiere così crudele che ti leva l’anima, mi aveva ridotto ad un robot senza sentimento, abbacinato solo dalla prospettiva di catturare una foto sensazionale. La reazione di quell’uomo distrutto mi aveva riportato sulla terra, mi aveva fatto capire che c’è un limite e che non sempre si può speculare sulla morte e sul dolore. Una lezione che mi avrebbe accompagnato per tutto il resto della mia carriera. Oggi a 25 anni di distanza davvero non riesco a comprendere perché quel signore mi chiese scusa.


P.S. Ripropongo per i lettori di “Napoli” un mio articolo , scritto in occasione dei 25 anni dal terremoto, il 23 novembre 2005 per il settimanale Unico (Il Val Calore, il Sele, il Diano), che mi aveva chiesto una testimonianza da inviato sui luoghi del sisma.