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Si continua a sparare ogni sera, ma non c’è nulla da festeggiare. È la malavita

Traduciamo da Oxford Language: coprifuoco, sostantivo maschile, divieto alla popolazione civile di uscire durante le ore della sera e della notte, imposto per ragioni di sicurezza dall’autorità militare o civile in tempo di guerra o in situazioni di emergenza. Antica usanza per cui, a una determinata ora della sera, gli abitanti di una città erano tenuti a coprire il fuoco sotto la cenere per evitare incendi; anche, il segnale con cui se ne ricordava l’inizio.

A Napoli il coprifuoco per l’emergenza sanitaria De Luca lo ha fatto scattare a metà ottobre, primo in Italia, poi seguito con affanno dal tremebondo Conte. Ma le disposizioni del governatore, se guardiamo al significato letterale della parola “coprifuoco” sono sostanzialmente lettera morta. E non tanto per il mancato rispetto del divieto di circolazione dalle 22 in poi, quanto per il fatto che come ogni sera dei tempi di normalità a Napoli allo scoccare della mezzanotte, in più punti della città, continuano a sparare fuochi d’artificio. Qui, insomma, a dispetto del Covid, è Capodanno tutto l’anno.

Da Pianura, ad Agnano, a Fuorigrotta, al Vomero è un ripetersi continuo di esplosioni di fuochi che disturbano anche la quiete pubblica. Cittadini continuano a segnalare questo fenomeno, ma risultati repressivi non se ne sono visti. E varie sono state le denunce raccolte dal Consigliere regionale dei Verdi -Europa Verde Francesco Emilio Borrelli. Tra i quartieri più martoriati dalla barbara tradizione vi è sicuramente quello di Pianura dove, come dimostrano le segnalazioni dei residenti, si spara tutti i giorni, a tutte le ore e soprattutto di notte, in ogni luogo, arrecando disagi alla popolazione e creando evidenti situazioni di pericolo. Ma veramente anche in tempi così difficili e gravi ci sono cittadini che intendono festeggiare ogni sera? Il sospetto, già avanzato, è chiaro: i fuochi potrebbero essere ispirati da altre ragioni che non un festeggiamento. Ad esempio potrebbero rappresentare un modo, per i clan, di rivendicare il controllo di interi territori, per lanciarsi messaggi o anche soltanto per rimarcare la propria presenza in alcune zone. Il problema è stato affrontato dalle forze dell’ordine, ma solo raramente. Peraltro c’è anche da dire che in questi giorni anche gli esponenti delle forze dell’ordine sono sottoposti ad un aggravio di lavoro massacrante.
In qualche caso hanno potuto riscontrare che i “festeggiamenti” erano suggeriti dal fatto che un personaggio importante della cosca di un quartiere tornava a casa dopo un periodo trascorso in carcere. Un modo per avvertire tutto il vicinato: “Lui è di nuovo tra noi”, un’altra battaglia vinta davanti ai giudici. Indagare sulla provenienza dei fuochi d’artificio potrebbe anche servire per aggiornare la mappa delle alleanze della camorra. Gli intrecci sono sempre verificabili. Perché se qualcosa succede alla Torretta si spara anche al Vomero. Se un boss torna a casa a San Giovanni qualche volta si festeggia anche a Santa Lucia. Feste trasversali della malavita, anche la necessità di mandare un segnale della propria presenza in questo o quel quartiere, un modo rumoroso per esprimere la propria ricchezza e il proprio potere. Spavalderia sotto forma di botti multicolori, che certo non si preoccupa della mancanza di autorizzazioni. Ora certo è difficile operare indagini a tappeto. Ma quando la morsa del Coronavirus si sarà allentata, diventerà obbligatorio stanare alla radice questo fenomeno che, al pari di tanti altri, getta una luce sinistra sull’onorabilità di un città intera.