Perché comprare prodotti del Sud Italia, ora più che mai

da | Nov 13, 2020 | Sud100cento

Compra Sud” (locuzione che racchiude oramai diverse associazioni, movimenti e politiche di acquisto)  nasce, esclusivamente, dall’amore per la nostra Terra, il Sud Italia vittima passiva di reiterate spoliazioni. Si sente il bisogno, in tempi di crisi globali, di presunte pandemie e di un accresciuto numeri di nuovi poveri, di veder ripartire l’economia di tante piccole e medie aziende che (nonostante le politiche governative a noi avverse e da sempre atte  a favorire i territori e gli abitanti del Nord), combattono ogni giorno nella speranza di  vederle fiorire e prosperare anche  nella certezza di  allontanare il fenomeno di emigrazione dei nostri figli.
E allora come si arriva alla politica del comprare prodotti “made in Sud” e cosa succederebbe se il Sud Italia decidesse di favorire le Aziende del proprio Territorio?
Una ricchezza che il Sud, è doveroso ricordare, aveva sino al 1861 e alla quale gli economisti sono concordi nel dare una spiegazione:
AUTARCHIA cioè autosufficienza, in primis, economica, che unita a ottimi rapporti di parentela con mezzo reame europeo e a strategie in comune con la Russia e con l’impero ottomano, sancirono un equilibrio nel Mediterraneo, garantendo  ai Borbone, ultima illuminata Monarchia del Regno delle due Sicilie, un ruolo strategico all’interno di quell’area appetibile a tutte le flotte europee ed in particolar modo a quelle del governo inglese. Che si mosse manovrando il Regno dei Savoia.
Dopo la violenta annessione , con infuocate  truppe savoiarde che combatterono spinte anche dalla convinzione della superiorità lombrosiana, il Sud, con le sue grandi fabbriche, continuò a produrre, per un decennio ancora, tanta ricchezza. Ricchezza  alienata, assieme a tutte le riserve auree dei Borbone e che servì  a fondare, tra le tante cose, la Banca d’Italia e a trasferire infrastrutture e fabbriche nel sempre più opulento Nord.
Il Sud che non aveva MAI conosciuto picchi così alti  di povertà e  analfabetismo       ( ricordiamo che, nell’immediata Unità, furono chiuse le scuole per un decennio) , violenza di regime  e mala gestione della ricchezza, conobbe invece grossi fenomeni di emigrazione ( circa 20 milioni di “ valigie di cartone” ) , non potendo scegliere più tra  “o Briganti o Emigranti” visto che il fenomeno del brigantaggio ( vero atto di eroismo patriottico, bollato invece come atto di banditismo e terrorismo dagli Italiani),  fu  represso con la violenta legge Pica .
Gli emigranti quindi furono costretti a scegliere, dapprima  “le Americhe”  e ,dopo la  guerra   del ’39-’45,   il Nord Italia che , grazie alle fabbriche preesistenti ( Fiat, Pirelli, e molte altre ) e a quelle nuove sorte grazie al piano Marshall degli aiuti americani e della Cassa del Mezzogiorno ( i cui fondi  , sia per l’uno che per l’altro,  furono destinati quasi esclusivamente al Nord Italia o furono concessi ad imprenditori del Nord ) ebbe un rigoglioso rifiorire grazie allo sfruttamento  della manodopera meridionale.
Il divario tra Nord e Sud si faceva sempre più consistente sino ad arrivare all’attualità , al devastante rapporto Svimez  che vede il Sud sull’orlo di un collasso  con inquietanti numeri da vera e propria  colonia.
Quale potrebbe essere la ricetta per allontanare la crisi?
 Siamo sopravvissuti al bombardamento mediatico   sulla Terra dei Fuochi, notizie che nessuno di noi vorrebbe sentire né nascondere ma il clamore , artatamente costruito da mass media assoggettati al regime, impedisce di leggere o ascoltare, con altrettanto enfasi a NOI riservata,  che l’Italia è piena di terra dei Fuochi.  Chi  conosce la notizia che la pianura padana è considerata la zona più inquinata d’Europa? Chi associa l’inquinamento di tale zona ai  prodotti come il  parmigiano o grana padano prodotti  (con falde acquifere inquinate) in quei territori   o  come il rinomato  Pomì, passato di pomodoro ? No, davvero: l’onta della vergogna  appartiene solo a noi e non ai padani  o agli abitanti delle vallate trentine, delle terre bresciane e  piemontesi .
Esiste invece per noi il danno e la beffa quando  i nostri  prodotti vengono  venduti alle coop emiliane , a prezzi bassissimi perché “qui da Voi c’è la terra dei fuochi e ringraziate noi padani se li acquistiamo” che  vengono venduti poi in tutti i supermercati sotto forma di prodotto fresco o conservato, con ricarichi altissimi..
Esiste invece per noi il danno e la beffa quando  i nostri prodotti , vengono mandati al macero perchè l’accordo prevede l’importazione degli agrumi nordafricani a fronte della vendita di mezzi agricoli Fiat e degli aiuti a Paesi che “hanno subito” le primavere arabe.
Esiste invece per noi il danno e la beffa quando  l’embargo verso la Russia, per favorire l’America ,  penalizza fortemente l’economia meridionale  dei produttori che , a fatica erano riusciti a ritagliarsi un ruolo nell’export del  ricco mercato russo.
Esiste invece per noi il danno e la beffa quando  l’abbattimento degli alberi “affetti” senza certezza alcuna,    dal batterio della  Xyella , continuano ad essere eradicati per favorire alberi OGM della Monsanto e passaggi per gli oleodotti di multinazionali.
Esiste invece per noi il danno e la beffa quando  le nostre Terre devastate da trivellazioni, Muos,  devastano sempre più quelle vergini,  scampate per miracolo,  a interessi malavitosi in totale connivenza ed alleanza tra mafie del Nord e del Sud.
Esiste invece per noi il danno e la beffa quando veniamo scippati delle nostre proprietà intellettuali, delle nostre eccellenze, delle nostre tipicità: multinazionali che a Pasqua e a Natale, soprattutto, si appropriano della nostra pastiera, della nostra cassata , del nostro limoncello  e li elaborano per ingannare il consumatore colonizzato e per cercare di arginare un danno legato alla vendita  di pandori e panettoni che negli ultimi anni al Sud, per fortuna, ha subito un notevolissimo calo.
Ed esiste il danno e la beffa quando la cattiva gestione del Covid da parte del Governo centrale e della Regione ha falcidiato un’intera economia.
E allora credo che bisogna davvero amare tanto la nostra Terra per decidere di fare qualcosa di concreto.  Ma come?
-Pretendere di avere maggiori prodotti ,sugli scaffali del supermercato, di provenienza meridionale con sede legale ed operativa nei nostri territori. Attualmente se volessimo dare una percentuale, ci fermeremmo sul 10% e tutti confinati in scaffali troppo alti o troppo bassi. Ma si conoscono, purtroppo,  le regole del marketing  che premiano sempre le multinazionali , disposte a scendere di prezzo per allettare il consumatore e ad elargire somme di danaro al direttore del supermercato che consente maggiore visibilità ai prodotti a loro marchio. Forza economica che un’Azienda del Sud non possiede. .
Attualissimo ancora è lo studio dell’economista Paolo Savona il quale  ha messo in evidenza che su 72 miliardi di spesa che il Mezzogiorno acquista in termini di beni e servizi, ben il 90% ritorna al NORD. Consideriamo che noi, perfetti colonizzati, oltre ad acquistare beni materiali tra alimentari e detersivi, igiene, bellezza,  casalinghi ,  giornali ed editoria in genere ( il 40 per cento appartiene a Berlusconi , poi un’altra fetta agli Agnelli Elkan) , assicurazioni, vediamo tv, viaggiamo in auto, siamo iscritti ad un partito, abbiamo bisogno dell’energia elettrica, di internet, del telefono. Ebbene, queste Aziende, questi Enti,  NON SONO PRESENTI NEL SUD: hanno tutte le sedi da Roma in su.
Quindi se i meridionali che abitano al Nord e noi  meridionali , per fortuna ancora abitanti delle nostre Terre, riuscissimo a rendere prioritaria la scelta  di scegliere prodotti a marchio SUD, diremmo , quasi nell’immediatezza:
-stop all’emigrazione grazie alla creazione di nuovi posti di lavoro.
-maggiori soldi da destinare al sociale, ai servizi, alle infrastrutture.
-maggiore incremento del KM 0
-risparmio cospicuo sulla spesa
E così concludiamo questo breve viaggio nel Compra sud ma lo concludiamo con l’unico epilogo degno di uno scritto pregnante d’amore per il Sud di Nicola Zitara:
“Giacchè viviamo in un mondo in cui la dominazione politica è incorporata nelle merci di massa, la nostra liberazione non comincerà con la freccia di un nostrano Guglielmo Tell che trafigge il tracotante nemico, ma con un camion di provolette Galbani precipitato nella scarpata dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria”.
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