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Il Covid continua a fare strage nel settore del commercio. L’ultimo rilievo risale alla prima decade di settembre ed è di Confesercenti Campania: quarantamila aziende, quindicimila a Napoli, non hanno più riaperto dopo il lockdown di primavera. La metà delle imprese fallite rientrano nel settore abbigliamento-moda, ma le perdite si fanno sentire in ogni campo. Lo dimostra anche il fatturato dei saldi: meno 61 per cento rispetto al 2019, con una perdita di 160 milioni. Questi dati, già di per sé gravissimi, sono destinati ad accrescersi in negativo, considerate le difficoltà cui vanno incontro in questi giorni di grande paura un po’ tutti gli esercizi commerciali. Indipendentemente dai lockdown, infatti, la gente è impaurita e la gran massa delle persone, soprattutto gli anziani, preferiscono restarsene rintanati nelle loro abitazioni.

Non è solo a Campania a soffrire. La crisi è planetaria. L’epidemia di Covid-19, con i conseguenti lockdown, ha creato serie difficoltà a molti brand famosi in tutto il mondo. A partire dal mondo della moda fino a quello alimentare, dei trasporti aerei, della tecnologia e dell’energia, sono tanti i grandi nomi di aziende falliti, vicini alla bancarotta o a rischio chiusura e forte ridimensionamento.
Muji, il brand di prodotti per la casa e abbigliamento simbolo del minimalismo made in Japan ha chiesto di accedere al Chapter 11, la norma della legge fallimentare degli Stati Uniti che prevede una procedura di ristrutturazione a seguito di gravi dissesti finanziari. Al momento della richiesta, il marchio aveva accumulato debiti per 64 milioni di dollari.
Istanza di fallimento è stata presentata anche dal gigante americano Pizza Hut, con la catena di ristoranti Wendy’s. La crisi legata al coronavirus avrebbe creato un debito di quasi un miliardo di dollari, di cui 900 milioni solo di Pizza Hut.
In Italia è fallito lo storico marchio di jeans “Rifle”. L’azienda fiorentina, fondata nel 1958, era in crisi da anni e nel 2017 erano entrati capitali stranieri per cercare di risollevare il brand. Il blocco dei mercati conseguente alla pandemia ha affossato ulteriormente le sorti dell’impresa.

Anche a Napoli la situazione si sta facendo pesante e molti marchi storici sono in crisi. È notizia di poche ore fa, chiude, per il momento temporaneamente (ma siamo sicuri che appena le condizioni cambieranno riaprirà i battenti) lo storico Caffè Gambrinus. Molti i dipendenti, le entrate si sono affievolite, anche perché al Gambrinus, come ha spiegato il proprietario Antonio Sergio, ci si va non solo per gustare il caffè, ma ci si siede e si può socializzare. La notizia ha fatto effetto anche fuori dei confini cittadini, considerando che il Gambrinus, insieme al Caffè Greco di Roma e al Florian di Venezia, è uno dei bar più famosi d’Italia.
Sembrava che l’inaspettato passaggio da zona arancione a zona gialla potesse, almeno per il momento, far tenere ancora aperte le serrande dello storico bar, che si erano abbassate solo negli anni ’40 in occasione dei bombardamenti, ma alla fine è prevalsa la decisione di chiudere. Troppo elevati i costi da sostenere: “Il locale è grande e le spese sono tante, con l’aumento dei contagi – ha detto Massimiliano Rosati, tra i titolari del bar – la gente non entra e non si siede ai tavolini, nonostante lo stesso prezzo al banco e al tavolo”. “Abbiamo sempre puntato sulla socialità – conclude – e la gente ora è restia a fermarsi. Pesa tanto anche l’assenza dei turisti”.
“La gente non entra, dire che ha paura è poco – commenta Marco Sommella, titolare del bar Dolce Amaro caffè, in via Duomo – È aumentata la richiesta di caffè in bicchierini monouso, ma gli ingressi dei clienti per fare colazione o prendere una consumazione sono calati in maniera vertiginosa”.
Sempre a proposito del Gambrinus, da segnalare un particolare storico curioso, riportato da Gigi Di Fiore nel suo ultimo libro, Pandemia 1836. Napoli in quell’anno fu colpita da una violentissima epidemia di colera e allora, diversamente da quanto accade oggi, furono adottate misure straordinarie di prevenzione con anni di anticipo, visto che tutto era scoppiato in Europa qualche anno prima. Scrive Di Fiore: “Nei caffè, nelle sorbetterie come il rinomato Gambrinus e nei magazzini di qualunque genere, i napoletani avrebbero potuto trattenersi solo il tempo necessario”. Un caffè e via. Ma oggi non basta più.
Ovviamente la crisi colpisce non solo i bar. Un altro storico marchio del Vomero ha chiuso nei mesi scorsi, anche se in questo caso sembra che il Covid non abbia influito: ha calato le serrande il notissimo Sga di via Tino da Camaino che per vari decenni ha attirato una vastissima clientela. Offriva di tutto, da oggettistica per la casa, per l’arredamento, per il tempo libero, e ancora elettronica, telefonia, cartoleria, abbigliamento, e tanti, ma proprio tanti, accattivanti giocattoli per i bambini. Fa davvero tanta tristezza transitare per via Tino da Camaino e vederlo chiuso.