Tempo di lettura: 3 minuti

Un uomo costretto a fare i conti col personaggio pubblico circondato da falsi amici e poche persone rispettose della sua privacy

Di Lui hanno scritto in tanti, troppi, chi volendo alimentare il mito, chi per interessi personali. Di Diego Armando Maradona, ai giornalisti più giovani, posso solo dire di essere stato un fortunato perché io, il dio del calcio, l’ho potuto godere da vicino, in partita, nelle interviste, in allenamento, ma soprattutto a Soccavo quando, finita la seduta pomeridiana, lui rimaneva in campo e tirava e sfotteva, e segnava e sfotteva, prima Garella, poi Giuliani, ma soprattutto Raffaele Di Fusco con il quale si giocavano scommesse “impossibili”. Io, dietro la porta, aggrappato alle grate sulla salita del Centro Paradiso, mi godevo lo spettacolo unico. Tiri che erano carezze che entravano all’incrocio dei pali, colpi d’effetto alla sfera che gli ubbidiva fedele come solo un puledro selvaggio addomesticato può esserlo col suo padrone. Maradona, il più grande di tutti, l’unico che nel mio immaginario ha superato l’altro argentino che porto nel cuore: Omar Sivori, El cabezon. Due artisti, due ribelli, due protagonisti amati alla follia dai loro tifosi, detestati e invidiati dagli altri. Fuoriclasse d’un calcio che fu, tutti e due mancini, ambedue fuori da ogni schema.

Sivori deliziò Napoli per tre stagioni e poche giornate di campionato, scappò e disse basta col calcio giocato dopo una maxi rissa che scatenò contro la sua ex Juve al San Paolo che gli costò 9 giornate di squalifica che non avrebbe mai scontato. Maradona è fuggito da Napoli portandosi dietro i suoi fantasmi, inseguito dalle ombre che ne hanno condizionato il suo privato offuscando le luci splendide di una vita sportiva ricchissima e adamantina in quanto a rispetto dei valori dello sport. Sivori sul campo irrideva gli avversari, li provocava, genio ribelle come Caravaggio del calcio. Maradona, al contrario, li rispettava, addirittura sembrava aiutarli finanche quando li dribblava secco o quando subiva colpi proibiti, da karate. Maradona però si trasformava nel privato, laddove Sivori era un “tranquillo”, diventato quel mister Hyde che gli ha distrutto gran parte della gioia e accorciata una carriera fantastica.

Il Maradona sessantenne di oggi, ancora prova a rimettere insieme i cocci di un’esistenza indefinibile, negli occhi e nel fisico sempre più attraversati da una disperazione palpabile. Resta l’orgoglio dell’uomo e del calciatore osannato, desiderato, invidiato da tutti e autodistruttosi per la gioia dei suoi troppi finti amici ma veri nemici.
Ho fermato il tempo, ai ricordi belli, a quegli istanti di gioia infinita che ci ha dato e ha vissuto, rivivendoli come se fossero oggi, perché Maradona è ancora presente nel cuore dei napoletani e attuale nella mia idea di un calcio universale senza tempo né moduli, né tatticismi e soprattutto cattiveria. Un puro, per me, Maradona. Mai banale né scontato. Uno che porta davvero Napoli nel cuore. E ve lo racconto un episodio, vissuto in prima persona capitato quando all’epoca ero una delle voci sul Napoli di Radio Kiss Kiss.
Era in silenzio stampa Diego, uno dei molti consigliatigli da quel grande addetto stampa che era Carletto Iuliano. Era finito l’allenamento del venerdì e la domenica era in programma al San Paolo la sfida contro l’Inter.
Diego passa tra i cronisti, uscendo dagli spogliatoi di Soccavo, e si avvia verso la palazzina insieme al suo preparatore, Fernando Signorini, dove è parcheggiata l’auto. Mi faccio coraggio, lo seguo col registratore in mano e gli dico: “Diego so che sei in silenzio stampa ma ti chiedo solo di fare un appello ai tifosi perché domenica è una partita decisiva”. Mi guarda e fa cenno che sì, si può fare. Appena avvicino il registratore alla sua bocca per fermare le sue parole, la folla di cronisti che staziona davanti alla porticina dalla quale escono i giocatori si muove come un gregge verso di noi. Diego allontana il registratore con un cenno della mano e in spagnolo, tra i denti, mormora: “Hijos de p…”.
È l’immagine più chiara e nitida che mi sono fatto di Diego e del suo rapporto con Napoli e i napoletani, gli unici, sono certo, che hanno capito anche il suo dramma di uomo. Maradona, una persona disponibile, un bimbo, nel senso più puro del termine, felice nel ricevere e dare gioia per l’amore immenso verso il suo gioco preferito.
E allora non vedo più il Maradona sessantenne ma rivedo quel bimbo, ossuto e pieno di riccioli neri, filmato su un campetto di periferia in Argentina che già palleggiava da dio e urlava al mondo che il suo sogno era diventare “Campeon del mundo” con la selecion. Ce l’ha fatta. Predestinato e artefice del suo successo sul campo dove è stato capace di disegnare magiche traiettorie accarezzando il pallone e mandandoci in delirio. Nella vita, no. Con lei gioca ancora la sua partita difficilissima. Con lo spirito di quel bimbo riccioluto ma il fisico appesantito dagli anni e dai dolori eppure con quegli occhi neri, feriti dalle delusioni eppure ancora capaci di guizzi improvvisi, come una volta sul campo, come a dire: “Io sono ancora qua”.
E per me Diego c’è e ci sarà sempre. Non solo come dio del calcio, ma anche come uomo di cui ho colto pure le debolezze, il dolore, le pene, i messaggi di speranza lanciati. Quella speranza che è in ognuno di noi. Ricco o povero, buono o cattivo. Oggi più che mai.
Auguri Diego.